SPILLO/ De Bortoli vince il primo round contro la Boschi (e Delrio) e apre la “campagna P2”

- Nicola Berti

A quattro giorni dalle rivelazioni di Ferruccio de Bortoli sul caso Banca Etruria, il sottosegretario alla presidenza Maria Elena Boschi non ha ancora sporto querela. NICOLA BERTI

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Maria Elena Boschi (LaPresse)

Al quarto giorno, il caso de Bortoli-Boschi vede certamente concluso il primo round con l’ex direttore del Corriere della Sera come vincitore (non solo in libreria, dove il suo “Poteri forti (o quasi)” sta andando a ruba).

Il retroscena riguardante l’intervento dell’allora ministro Boschi sull’allora amministratore delegato di UniCredit, Federico Ghizzoni, per un possibile intervento a soccorso di Banca Etruria rimane smentito solo dalla Boschi. UniCredit – oggi non più guidato da Ghizzoni – ha confernato che il dossier è stato effettivamente studiato e infine richiuso: senza “pressioni”,  di cui tuttavia neppure de Bortoli ha scritto. Due altri protagonisti citati dalle cronache – lo stesso Ghizzoni e l’ex chief financial officer di Unicredit Marina Natale – si sono trincerati dietro no comment che, di fatto, accreditano la sostanza di quanto riferito dal volume. In silenzio è rimasto anche il presidente di UniCredit, Giuseppe Vita: in carica anche all’epoca dei fatti e difficilmente ignaro di quanto avvenuto.

L’opinione pubblica si è dunque rafforzata nell’idea che la “verità” raccontata da de Bortoli sia tutt’altro che “post” anche per la maggiore cautela mostrata via via dalla stessa Boschi. Dopo il tweet arroventato che martedì minacciava azioni legali e sfidava chiunque a confermare quanto scritto da de Bortoli, la querela, a quanto risulta, non è ancora stata sporta. Nel frattempo la questione-chiave, sul piano politico-mediatico, non è più “a chi darà ragione Ghizzoni?”, ma “perché la Boschi non querela?”. E all’indebolimento del sottosegretario alla Presidenza ha contribuito un intervento di Vincenzo Zeno-Zencovich, uno dei legali scelti dalla Boschi contro de Bortoli. L’avvocato, affacciatosi a un microfono Rai, non ha fornito alcuna novità di tipo legale, ma si è limitato a un ruolo da “pr”, provando a smussare gli angoli della situazione rivelata da de Bortoli con argomenti generici e insidiosi (il ruolo della Banca d’Italia).

Silenzioso sta rimanendo – nei fatti – il premier Gentiloni, un passo avanti al silenzio istituzionale ma certamente vigile del presidente della Repubblica Mattarella. Silenzioso, non da ultimo, lo stesso segretario del Pd, Renzi, di cui la Boschi è considerata la più fidata collaboratrice. Mentre qualche difesa – non di merito – viene tentata da figure laterali (su tutti il capogruppo Pd alla Camera Eettore Rosato), l’affannosa resistenza della Boschi ha favorito l’escalation delle polemiche: ormai molto al di là dello specifico conflitto d’interessi su Banca Etruria, per il quale M5s è tornato a chiedere le sue dimissioni.

Da un lato si sono riaccesi i fari sulla gestione complessiva della crisi bancaria da parte del governo Renzi, di cui il dissesto Etruria è stato il primo episodio e Mps l’ultimo, passando le le Popolari venete. Se l’approccio alle singole emergenze è stato condizionato da interessi e preoccupazioni personali da parte del governo, l’oggettiva débâcle dell’Italia bancaria negli ultimi due anni forse è meno inspiegabile. C’è (stato) naturalmente dell’altro: a cominciare dalla controversa riforma per decreto delle Banche Popolari nel gennaio 2015, con l’effetto immediato di un boom di Borsa di tutti i titoli. Ne beneficiò anche l’Etruria (proprio nei giorni in cui – secondo de Bortoli – la Boschi chiedeva a UniCredit di salvare l’istituto di cui il padre era vicepresidente). Peccato che poche settimane dopo la Banca d’Italia commissariasse la banca, finita poi in risoluzione in autunno.

E’ sembrato quindi prendere forma uno scenario molto più inquietante di quello a suo tempo disegnato attorno alle manovre spericolate di Davide Serra, il finanziere londinese amico del cuore di Renzi. Uno scenario inquietante attorno a un altro passaggio politico-bancario particolarmente ruvido nella storia dell’Italia repubblicana: quello maturato fra gli anni 70 e 80 attorno alla loggia P2. E non è stato affatto un caso che lo stesso De Bortoli, invitato da La7 assieme a Massimo Cacciari, abbia collocato con molta abilità e efficacia il “caso Boschi” su questo sfondo e già sull’orizzonte della campagna elettorale in arrivo.

Per de Bortoli, giovane giornalista e poi direttore del Corriere della Sera risorto sulle ceneri del crack Ambrosiano, la P2 è il paradigma senza tempo di una guerra civile fra un’Italia “buona” e una “cattiva”, fra la democrazia rifomista e l’anti-democrazia eversiva, fra una finanza virtuosa e una oscura e patologica. In parte: fra Silvio Berlusconi (iscritto alla P2) e tutte le forze politiche e finanziarie che lo hanno contrastato nell’ultimo quarto di secolo. Che la famiglia Boschi – come Banca Etruria, a forte influenza massonica – sia originaria di Arezzo come Licio Gelli è un fatto. Che il fiorentino Renzi abbia retto il governo e tuttora eserciti la sua leadership nel Pd attraverso un “cerchio magico” fortemente somigliante a una loggia toscana è un altro fatto. Che lo stesso Renzi abbia a lungo intrattenuto rapporti privilegiati con Denis Verdini, leader toscano di FI, condannato per un altro crack bancario locale, è un terzo fatto.

E’ infine un fatto che un establishment finanziario-editoriale cresciuto nell’ultima trentennio fra Mediobanca e l’attuale Intesa Sanpaolo, sia costitutivamente avversario di ogni “piduismo”. Per questo sarebbe un errore – anzitutto da parte di Renzi – ridurre il “caso de Bortoli-Boschi” a un fatto personale o a una trascurabile tempesta in un bicchier d’acqua. E’ più probabile che con quanto è accaduto in questi giorni si sia veramente aperta una campagna elettorale “trasformativa” della democrazia italiana: paragonabile alla lunga fase avviata dal referendum Segni del 1991 e conclusa con la prima affermazione elettorale di Berlusconi nel 1994.

Ps: sul Corriere della Sera e La Stampa di sabato campeggia una confessione (non richiesta) del ministro alla Infrastrutture Graziano Delrio. Il predecessore di Maria Elena Boschi come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, rivela di aver telefonato anche lui ai vertici di una banca (la Bper, Popolare dell’Emilia Romagna) per sondare la disponibilità a intervenire nel salvataggio di Banca Etruria, fonte di ansia per la famiglia Boschi e per Renzi. Delrio auto-difende il proprio operato: Palazzo Chigi – di cui il sottosegretario è “capo di stato maggiore” nel quotidiano – può, deve occuparsi di ogni crisi aziendale, come a Delrio è accaduto anzitutto per Ilva.

Quello che Delrio sembra dimenticare è che una banca non è un’azienda qualsiasi. Una crisi bancaria è affidata alla vigilanza della Banca d’Italia (ora delle Bce). E’ stata infatti Via Nazionale a commissariare l’Etruria nel febbraio 2015 e a chiederne infine in novembre la risoluzione al competente ministero dell’Economia.  

Ma Delrio sorvola – più gravemente – sul fatto che la Bper è la principale banca basata  nel suo collegio elettorale. A telefonare ai vertici Bper (chiamati a questo punto a dare la loro versione dei fatti come l’ex Ad di UniCredit Federico Ghizzonii) non è stato – solo – il “sottosegretario alla Presidenza”: ma – soprattutto – uno dei leader politici più potenti sul mercato principale Bper. Sindaco di Reggio Emilia dal 2004, presidente dell’Anci dal 2011, ministro degli Affari Regionali nel governo Letta, braccio destro di Matteo Renzi nella sua prima fase a Palazzo Chigi, unico esterno (apparentemente) al “giglio magico” della Boschi e di Luca Lotti: questo Delrio ha telefonato ai vertici Bper. Una banca, fra l’altro, sulla quale fra il 2014 e il 2015 si stava abbattendo la riforma-blitz di Palazzo Chigi sulle Popolari: con effetti controversi (la distruzione della forma-ccop ma anche il boom delle azioni in Borsa, Bper compresa). Delrio e i manager Bper hanno parlato anche di questo?). Gli 88mila soci di Bper, nel frattempo, erano e restano ancora in larga parte sovrapposti ai registri elettorali dell’Emilia centrale, in cui il Pd è maggioritario.

Non da ultimo: Delrio, nell’aprile 2015 (con l’Etruria appena commissariata) è divenuto ministro delle Infrastrutture al posto di Maurizio Lupi. Che fu spinto alla dimissioni da Renzi per semplici “ragioni d’opportunità” legate a un semplice orologio: non al gioco pesante delle crisi e delle aggregazioni bancarie intrecciate con le vicende familiari e i poteri occulti.          

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