SINISTRA & FINANZA/ Da Veltroni a Renzi, l’ultimo addio al popolo

- Gianluigi Da Rold

Nei partiti contemporanei democratici prima si discute e poi si vota. Non il contrario. Forse Renzi si è dimenticato di qualche passaggio. Ecco le conseguenze. GIANLUIGI DA ROLD

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Matteo Renzi esce dal Pd? (LaPresse)

Ci sono due testi importanti per addentrarsi nella grande crisi della sinistra italiana. Il primo è composto da due volumi ed è stato scritto da Nello Ajello, grande giornalista oltre che saggista raffinato, morto nel 2013. Il secondo è appena uscito nelle librerie ed è opera di Luca Ricolfi. 

Ajello, per l’Editore Laterza, pubblicò nel 1997 la storia della rottura tra intellettuali e partito comunista, ricordando tra l’altro il famoso documento dei “101” del 1956, quando una parte consistente della cosiddetta intellighenzia italiana si allontanò dal partito di Palmiro Togliatti, dopo il XX Congresso del Pcus e i fatti d’Ungheria. 

E’ emblematico che il secondo volume di Ajello abbia un titolo alla Raymond Chandler e inneschi i ragionamenti di Ricolfi, perché Il lungo addio tra intellettuali e Pci tra il 1958  e il 1991 riecheggia in modo più ampio nello stesso Ricolfi, che pubblica il suo libro con il titolo Sinistra e popolo e che voleva chiamarlo (nelle pagine il pensiero è ricorrente) il “lungo addio” tra la sinistra e il popolo.

Si può dire che il libro di Ricolfi allarghi il suo orizzonte alla sinistra europea e mondiale, partendo dalla frase di un vecchio e grande uomo della finanza francese, Jean-Michel Naulot: “Populista: aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle”. Più o meno le stesse parole le aveva scritte un grande sociologo americano, Christopher Lash, stilando negli anni Novanta, prima di morire, una radicale accusa contro l’establishment e la politica che si stava preparando. 

Ma in fondo bastava rileggere le risoluzioni della Terza Internazionale, del Komintern di Stalin, dove la socialdemocrazia veniva parificata al nazismo e al fascismo e dove si assisteva sempre, secondo il “magnifico georgiano”, a una “deriva populistica”.

Occorre ricordare queste cose, per guardare con attenzione anche all’andamento della sinistra italiana e, ora, al cosiddetto ritorno di Matteo Renzi alla guida del Partito democratico, erede della tradizione comunista, non riformista, e cattolica di sinistra, italiana, graziata dalla ventata “manipulitistica” della magistratura italiana nel 1992, che nello stesso tempo liquidò tutta l’area democratica del Parlamento italiano, che aveva tanti difetti, ma aveva tenuto duro nella guerra fredda e aveva portato il Paese nel G7.

Più che un ritorno, quello di Renzi sembra un rito di purificazione anacronistico e scontato. In tutti i casi, nella generale confusione e nel festival dei luoghi comuni, dopo la sconfitta del 4 dicembre 2016 nel referendum costituzionale, è tornato, con Renzi, un poco di entusiasmo tra le fila del Pd. Il partito che è erede di tutti i passaggi del “lungo addio”, dal partito della Bolognina, quello di Achille Occhetto, al confuso aggregamento di Walter Veltroni in collaborazione con la creatura di Romano Prodi, forse concepita con il pendolino, come fece con poco successo in altre circostanze. 

Tutti questi nuovi leader, Renzi compreso, del nuovo millennio, non hanno rottamato nulla e nessuno ma, per essere chiari, hanno solo riciclato, in una melassa indigeribile e contraddittoria, il passato della sinistra massimalista, quella perdente all’italiana, quella che che aveva avuto un solido legame con l’Urss, anche quando sceglieva la Nato e in due minuti di discorso “sposava la democrazia rappresentativa” (questo il famoso “strappo” berlingueriano fatto a Mosca, per poi ricordare le impareggiabili “lezioni del leninismo”) e dimenticava tutti gli studi usciti dopo il 1989, dopo la caduta del muro, dal Passato di un’illusione di François Furet, al Libro nero sul comunismo di Stéphane Courtois, a cui si rispose con un patetico Libro nero sul capitalismo, che lessero i parenti degli autori.

Renzi, di fatto, forse inconsapevolmente, per studi e conoscenze, è il prodotto di questo riciclaggio antistorico che produce solo una sorta di “sinistra finanziaria”, avendo ben poca cura dell’identità della sinistra storica e denunciando uno smarrimento assoluto di fronte al nuovo assetto capitalistico, alla riorganizzazione in atto del lavoro su scala globale e non rendendosi conto che, nel perdurante scontro tra destra e sinistra, sono entrati altri fattori, di “apertura” e di “chiusura”, come scrive Ricolfi, che hanno prodotto un’altra frattura storica nella società italiana e in quella occidentale. 

Il risultato finale è che, dopo la conta delle primarie, un rito particolare di un partito dove si vota, tutti, con due euro, per la dirigenza, anche senza dibattito, il Pd sembra ringalluzzito e sembra quasi non vedere quali prove deve affrontare nei prossimi mesi. Ma soprattutto, senza un dibattito congressuale e reale, non si capisce quale sia l’identità, la carta d’identità di un partito di sinistra moderno e quale analisi del capitalismo faccia per contrastarne le disuguaglianze prodotte in questi anni, che sono in costante aumento al pari con un impoverimento diffuso, con un welfare più limitato e una riduzione dei diritti sul lavoro. Tutte cose che dovrebbero essere accettate in nome dello sviluppo tecnologico e di uno sviluppo economico, che non c’è più da dieci anni, da quando è esplosa la crisi finanziaria.

Luca Ricolfi, rifacendosi a un pensiero di Natalia Ginzburg, offre l’immagine di una sinistra ossificata, che soffre di una malattia mortale attraverso “l’astrattezza del linguaggio, l’indifferenza ai fatti, la distanza dal senso comune, l’infatuazione per il politicamente corretto, il sentimento di superiorità morale. In breve e prima di tutto, la convinzione — tanto sincera quanto infondata — di rappresentare la parte migliore del Paese”. 

Ricolfi scrive queste cose da anni, aveva già pubblicato un libro, Perché siamo antipatici e offre la spiegazione palpabile del motivo per cui si vota a sinistra in via Montenapoleone e non al Ticinese, così come si vota a sinistra ai Parioli e non a Tor  Bella Monaca.

Nella sinistra italiana Matteo Renzi e il suo Pd sono la parte più rilevante, più consistente e più carica di tradizioni sbagliate. I dissidenti, gli scissionisti, quelli che sono ancora più “arrabbiati”, sono una “piccola costellazione”, tipica presenza nella sinistra italiana, che in genere non offre alcuna identità e soprattutto  nessuna garanzia negli scontri decisivi. 

La sostanza è che, con una capriola che non è neppure ideologica, Renzi rimane l’unico leader italiano a rappresentare la sinistra sponsorizzata dalle grandi banche d’affari americane e che va d’accordo con i teorici del “liberismo” che sono ormai dei nostalgici dei teorici di Reagan e della Thatcher e si rifiutano di guardare invece alla possibilità di ricreare la sinistra possibile, quella delle riforme che partono dal presupposto di un capitalismo che era già stato riformato e che deve essere ancora riformato, alla luce della crisi del 2007.

Non c’è bisogno di arrendersi ai Grillo e ai pentastellati, ai Salvini e alle Le Pen. Non c’è bisogno di straparlare della fine del confronto tra destra e sinistra. Si deve invece pensare che la sinistra ha perso una battaglia storica non tanto sulla caduta del comunismo, quanto sulla ottusa rivincita del capitalismo, che poi è esplosa con la crisi del 2007 e con la riproposizione di diseguaglianze sociali che si conoscevano solo dopo la nascita della rivoluzione industriale e nell’Ottocento, in tutto lo mondo.

Il problema vero è che, finito il comunismo, si doveva riformare di nuovo anche il capitalismo, ma quello che era già stato riformato da John Maynard Keynes, dall’azione dei sindacati (quelli veri, non quelli corporativi), dalle leggi antitrust. E questo dovrebbe valere per tutti i Paesi nel mondo globalizzato.

Il nuovo mercato lo stanno studiando ancora uomini di sinistra e teorici dell’evoluzione delle società aperte, cercando di evitare le contraddizioni che fanno esplodere il contratto sociale. Dispiace dire che tutto questo non lo ha capito il catastrofico Hollande, il “pasticcione” Schulz e il superficiale olandese Dijsselbloem, che ha portato i laburisti al suicidio. Tutti allineati sulla linea della Commissione europea. Matteo Renzi a parole sembra in dissonanza. Ma oltre a formulare critiche  all’azione della Commissione, può riuscire realisticamente a smarcarsi dal disegno neoliberista e a disegnare una linea alternativa di riforma dell’attuale capitalismo? Al  momento non sembra proprio, perché prima di discutere in un congresso, ha fatto votare i suoi supporters cercando soprattutto una rivincita di immagine. Con le primarie, con qualche parola d’ordine e senza discussioni, ha portato forse un metodo “innovativo”, ma non tipico delle comunità  democratico-rappresentative anche per quanto riguarda la vita dei partiti e forse più spregiudicato dello stesso centralismo democratico, così caro a tanti antenati del Pd nostrano. 

A Ovest, dalla fine dell’ultima guerra mondiale, prima si discute e poi si vota. Non il contrario. Forse Renzi, rottamando e riciclando, si è dimenticato di qualche passaggio. Ma in questo modo, può arrivare al massimo a un aggiornamento della “sinistra finanziaria”. Un ossimoro.

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