SPILLO/ Quel grande attivismo dei “Poteri forti (o quasi)” di de Bortoli

- Nicola Berti

All’avvio della campagna elettorale Carlo De Benedetti sostiene Carlo Calenda, Ferruccio de Bortoli sferza i poteri forti, il Corriere della Sera vuole “legge e ordine”. NICOLA BERTI   

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Matteo Renzi (LaPresse)

Poteri forti (o quasi) è il titolo del libro che Ferruccio de Bortoli si accinge a presentare mercoledì a Milano. Un evento molto atteso, forse politico tout court. Le memorie quarantennali dell’ex direttore di Corriere della Sera e Sole 24 Ore – stando alle anticipazioni – saranno versate calde sul momento italiano: e non solo perché l’autore non ha inteso risparmiare nulla della sua storica opposizione a Matteo Renzi. Ci sarà naturalmente molto altro: nelle pagine e nella discussione in programma al Teatro Parenti fra de Bortoli e Paolo Mieli, di fatto dal 1992 co-direttori del Corriere.

Ci sono, anzitutto i poteri-forti-o-quasi in movimento: i grandi quotidiani controllati dai grandi potentati economici, per nulla preoccupati di tutte le narrazioni sul loro declino politico-editoriale. E’ bastato sfogliare Repubblica e il Corriere di ieri. Nella prima campeggiava una foto dal “Festival della tv e dei nuovi media di Dogliani”: praticamente una spring school privata di Carlo De Benedetti. A conversare dell’aria che tira con l’editore di Repubblica c’erano lo stesso de Bortoli e il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda (solo per gli addetti ai lavori, l’articolo era incastonato nel servizio sulla controversa trasferta ad Harvard del leader grillino Luigi di Maio, pensosamente commentata da Stefano Folli).

Ciò di cui i tre hanno davvero discusso conta in fondo poco. Calenda – ex leader di Italia Futura, eletto poi per Scelta Civica – ha conquistato un ministero di prima fascia a prezzo di una crescente incompatibilità con Renzi (da ultimo sul no all’ennesimo salvataggio pubblico di Alitalia) e per questo è sicuramente a suo agio a fianco di de Bortoli, e viceversa. Meno scontato che De Benedetti si sia seduto al centro di questo panel: Repubblica resta tuttora il grande quotidiano più vicino a Renzi. Ma evidentemente nel maggio 2017 il suo editore conversa volentieri in pubblico con il politico considerato l’approssimazione italiana più autentica ad Emmanuel Macron: che domani, salvo colpi di scena, sarà eletto nuovo presidente francese.

A proposito di elezioni in Francia: sempre ieri sulla prima pagina del Corriere spiccava invece un ritratto di Marine Le Pen, ad annunciare una grande intervista di primo piano, a quarantott’ore dal ballottaggio con Macron. Scelta non banale per il più attempato e prestigioso giornale “costituzionale” italiano. Per di più il quotidiano di via Solferino ha dedicato ieri un editoriale law and order di totale approvazione per la controversa legge sul rafforzamento della legittima difesa: voluta dal ministro dell’Interno Marco Minniti, ma subito criticata da Renzi, segretario del Pd appena riconfermato.

Anche al Corriere, dunque, piacciono le politiche che non piacciono a Renzi. E se l’editore di Repubblica chiama l’ex direttore del Corriere a sostenere Calenda (nato con Mario Monti ed Enrico Letta) come ragionevole alternativa a Renzi, il Corriere sembra spazientito: in Francia noi non disdegneremmo di votare Le Pen e in Italia, ad oggi, non sapremmo chi votare. Non l’82enne Silvio Berlusconi, tuttora non candidabile. Non i deboli centristi di governo, non la Lega di Matteo Salvini. Neppure Luca Zaia, possibile “buon perdente” per un centrodestra più o meno unito al prossimo voto politico, soprattutto se la legge elettorale fosse molto proporzionale. E allora chi tenere d’occhio per un possibile endorsement? Ancora Calenda? Magari in vista di un ipotetico esito “spagnolo” del voto: un Parlamento incapace di esprimere maggioranze (soprattutto se il Pd di Renzi non superasse in voti assoluti il M5S). Paolo Gentiloni potrebbe continuare a governare “a oltranza”. A Madrid Mariano Rajoy è stato premier in prorogatio per dieci mesi, attraversando due elezioni politiche “non vinte” e ripetuti voti di sfiducia alle Cortes.

Renzi, ad ogni buon conto, farebbe male a liquidare con un tweet il libro di De Bortoli. E a considerare Repubblica il suo fidato house organ personale e il laboratorio di una futura maggioranza Pd-M5S.

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