DIETRO LE QUINTE/ Così Renzi rompe il “patto” con Mattarella

- Anselmo Del Duca

Renzi, nuovamente legittimato segretario del Pd, va all’attacco e non fa sconti: innanzitutto al governo e poi sulla legge elettorale. La legislatura è davvero al capolinea. ANSELMO DEL DUCA

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Sergio Mattarella (LaPresse)

Signori, allacciatevi le cinture di sicurezza, turbolenze in vista. E’ il minimo che si possa dire dopo il discorso tutto di attacco con cui Matteo Renzi si è presentato all’assemblea nazionale del Pd che lo ha re-incoronato leader, dopo le primarie. Discorso sin troppo d’attacco secondo molti osservatori, dopo mesi di bonaccia seguiti alla nascita del governo Gentiloni. 

E’ come se Renzi si fosse sentito finalmente liberato dal peso della sconfitta referendaria, legittimato a parlare chiaro, recuperando il centro della scena. Avvertimento per tutti, ma soprattutto per il presidente della Repubblica. Un richiamo tanto esplicito, quanto minaccioso sul terreno della legge elettorale: il Pd non intende fare da capro espiatorio e quindi avanzare una proposta spetta alle opposizioni, a quelle formazioni che hanno eletto al Senato un presidente alla commissione Affari costituzionali con i franchi tiratori e contro il Pd. 

Se non è un ricatto (politico), poco ci manca. Renzi, infatti, può solo fingere di non sapere che è impossibile immaginare una proposta condivisa da tutte le opposizioni. Troppo distanti sono le posizioni di Forza Italia e 5 Stelle, o dei centristi rispetto alla Lega. Di conseguenza, al netto del riconoscimento del rilievo della questione elettorale, Renzi chiude la questione. E’ sin troppo evidente che la riforma non si farà più: non ci sono i numeri, ha spiegato in modo brusco a Mattarella. Si faranno in tutta fretta solamente piccoli ritocchi per avvicinare i due sistemi, quello per la Camera e quello per il Senato, frutto di due diverse sentenze della Corte costituzionale. Probabile che resterà il premio alla lista, e che questo premio scatterà solo alla quota del 40 per cento, ad oggi irraggiungibile per tutti. 

C’è del cinismo nella mossa di Renzi: evita al suo partito il logoramento che viene dall’avere l’onere della proposta (e della mediazione), ma inevitabilmente questo sfilarsi ostentato ha come corollario di soffocare sempre più la legislatura. Se aveva qualche dubbio, questa prospettiva Paolo Gentiloni l’ha avuta chiara sedendo in prima fila all’Assemblea nazionale democratica quando Renzi gli ha pubblicamente comunicato che d’ora in avanti vi sarà una verifica settimanale dell’attività dell’esecutivo. A chi ha ascoltato, infatti, l’assicurazione che nessuno del Pd metterà in discussione il governo è parsa poco convincente. Molto più chiaro il passaggio con cui Renzi ha spiegato che la durata della legislatura “dipende dal governo stesso e dall’attività parlamentare”. E cosa significhi si è capito negli ultimi giorni, quando il leader fiorentino ha bocciato senza appello ben due provvedimenti già votati in Parlamento, la legittima difesa e la norma sul telemarketing contenuta nel ddl sulla concorrenza. 

Si balla, quindi. Renzi-due, la vendetta, non potrà che distanziarsi sempre più dalle scelte dell’esecutivo. Dovrà criticarle per guadagnare visibilità e credibilità davanti all’opinione pubblica. Gentiloni e Mattarella sono avvisati. 

Difficile immaginare che un quadro simile possa reggere a lungo, o che Renzi intenda immolare il Pd sull’altare di una difficile manovra economica, cui l’Italia sarà chiamata in autunno per assolvere agli impegni europei. Il prezzo da pagare, in termini di impopolarità, sarebbe ben superiore rispetto alla legge elettorale. La prospettiva di elezioni anticipate in autunno riprende improvvisamente quota, quindi, nonostante il Quirinale abbia sin qui usato tutta la propria moral suasion per allontanare questa prospettiva. Un’azione discreta che sicuramente ricomincerà al ritorno del Capo dello Stato dal lungo viaggio appena cominciato in Sudamerica. 

Se un problema c’è per il leader riconfermato è non perdere altri pezzi del suo partito. Certamente il Pd oggi è assai più renziano rispetto al 4 dicembre, per la scissione di D’Alema, Bersani e soci. Ma la dicotomia resta evidente, e si incarna nelle parole di Orlando, che condanna la scelta di chi ha fatto le valigie, ma boccia ogni ipotesi di larghe intese prossime venture, dicendo che “tra Berlusconi e Bersani continuo a preferire Bersani”. 

L’arroccamento dell’ex premier, che conferma Orfini presidente e impone Martina vicesegretario unico potrebbe essere un problema nel prossimo futuro, quando le turbolenze imposte dal pilota Renzi coinvolgeranno l’intero panorama politico italiano, Pd compreso.

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