RETROSCENA/ Dietro lo scontro Renzi-Alfano i calcoli dell’Ue

- Gianluigi Da Rold

Rottura definitiva tra Renzi e Alfano sulla legge elettorale e la data del voto. Ma anche M5s potrebbe sfilarsi, perché mancano le preferenze. Aumenta il caos. GIANLUIGI DA ROLD

matteo_renzi_zoom7_lapresse_2017
Matteo Renzi (Lapresse)

E’ partita l’operazione caos, dove tutto viene giocato in una rissa politica che sembra non avere senso, ma che invece, come si cercherà di comprendere, ha forse una sua logica. 

All’improvviso si è trovato l’accordo sulla nuova legge elettorale, quella che di fatto, per ora, ricalca il modello tedesco con uno sbarramento al 5 per cento nonostante un’impostazione proporzionalista. Se l’accordo non salta (a causa dei malumori montanti in M5s: le prime avvisaglie si sono avute ieri) si discuterà ancora di qualche dettaglio da mettere a posto, magari di coniugare il diritto costituzionale tedesco a quello italiano (si riesce a fare di tutto ormai), o ancora di valutare il blocco dei capilista, magari di considerare un abbassamento dello sbarramento del 5 per cento,  oppure di valutare qualche altro accorgimento. 

Ma, diciamola alla Giulio Cesare sul Rubicone, il “dado è tratto”.

Sappiamo che è un paragone forzato, solo indicativo, perché è difficile scambiare “la seta cesarea con gli strofinacci renziani”. Ma è solo per indicare il gioco, in questo caso vaneggiante e paradossale, di Matteo Renzi che voleva sapere la sera stessa del voto chi avrebbe governato il Paese, la presunzione di imporre un “nuovo” premio di maggioranza (che la Consulta ha bocciato fragorosamente), con un sistema maggioritario che “tutta Europa ci copierà”. Per poi accettare qualsiasi sistema esista per correre alle urne, anche ma non solo, perché qualcuno, magari in qualche altro Paese del mondo, lo ha sollecitato.

Tutto, in realtà, è finito il 5 dicembre, dopo il celebre referendum costituzionale del 4, che ha mandato a casa Matteo e la sua “compagnia di giro” del nuovismo italiano. E l’ex sindaco si è messo in testa subito di preparare la sua rivincita, nel partito, contro il paese, contro gli avversari, forse anche contro “il popolo bue”.

La prima mossa è stata quella di prestare al Paese, per qualche mese, Paolo Gentiloni. Poi di regolare i conti nel partito in modo quasi brutale. Infine di spingere sull’acceleratore perché Gentiloni lasciasse il passo al più presto, fin dal mese di febbraio, usando anche il famoso Angelino Alfano e il suo partito come uno “zerbino” per rientrare alla testa del governo.

E’ stato infatti un deputato di Alfano ad aprire ieri il putiferio all’interno dell’attuale e moribondo governo Gentiloni, rivelando che il Pd, con Renzi già di fatto di nuovo al comando, è dal mese di febbraio che spinge il partito di Alfano, l’attuale Alternativa popolare, a mettere in crisi l’esecutivo. 

Che cosa si prometteva in cambio da parte di Renzi? Una discesa dello sbarramento al 3 per cento, data l’esiguità della forza elettorale e parlamentare di Angelino Alfano.

L’accordo non è stato raggiunto, a febbraio, e quindi la spinta per liquidare Gentiloni è arrivata in questi giorni, spiazzando letteralmente Alfano. Renzi ha liquidato con la sua solita classe provinciale la posizione di Alfano: “E’ stato ministro di tutto e non arriva al 5 per cento”. Più ampia e articolata, anche se del tutto inutile, la replica di Angelino: “Appoggiamo ancora il governo insieme al Pd? Noi siamo stati leali e, anche se siamo stati malripagati, sì, ritorneremo leali all’Italia. Anche se non abbiamo ottenuto dal partito con cui abbiamo lavorato la stessa lealtà. Continuiamo a sostenere il governo Gentiloni, non faremo ostruzionismo sulla legge elettorale, e accettiamo la sfida alla soglia del 5 per cento della legge elettorale. Però consideriamo conclusa la nostra collaborazione con il Pd”.

La rissa era già aperta, ma è arrivato subito a infilarsi in tutta la questione, come una sorta di “Pierino”, l’impagabile pentastellato Luigi Di Maio, che ha stigmatizzato: “Renzi è pericoloso ed eversivo”. Una drammatizzazione, precisata con una certa enfasi napoletana, per la politica spregiudicata di un furbastro, in una situazione italiana dove c’è una regina indiscussa, la confusione, unita alla preoccupazione di non irritare troppo l’Europa tedesca, già fuori dai gangheri per quel risultato referendario del  4 dicembre e l’acquisto in continuazione da parte della Bce di Mario Draghi di bond italiani.

Ora, dietro a questa rissa, che cosa si nasconde realmente? Facciamoci qualche domanda al posto di descrivere questa faida da bar sport. In questo momento, nonostante i festeggiamenti per i dati Istat e la crescita del Pil di qualche decimale, l’Italia deve fare i conti con una manovra da brividi nel prossimo mese di novembre. Particolare non insignificante: a quanto ammonta questa manovra? Si sa che Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia, ha chiesto prima un rinvio (ad aprile 2018) e ora uno sconto. Ma per quale ragione non si conosce l’entità esatta di quanto deve sborsare l’Italia? Forse è l’Europa che lascia tutto sospeso per aria, in attesa del risultato elettorale? 

Una manovra pesante non metterebbe in crisi (malgrado i festeggiamenti sui dati Istat) tutta la politica italiana di questi ultimi anni, con i relativi responsabili, dal governo dei “professori” fino alle sparate renziane e probabilmente anche la completa inerzia berlusconiana, intramezzata dal prodismo di un ventennio senza senso?

Forse il 2017 è l’anno della verità, il momento in cui finisce il grande bluff della seconda o terza repubblica, che dir si voglia.

Guardiamo lo scenario che si presenta. Ci sono tre scalpitanti extraparlamentari: il giovane Matteo Renzi, il “vecchio ma sempre valido” (come si diceva ai raduni alpini) Silvio Berlusconi e il comico orecchiante di politica Beppe Grillo, il successore della maschera di Arlecchino e Pulcinella.

Questi tre incredibili personaggi sanno che si stanno giocando tutto. Renzi non può perdere troppi giorni per andare a votare, perché il tempo lo logora e smaschera una politica di promesse fallimentari. Berlusconi è un vecchio marpione di centrocampo, che spera in un rientro nel grande gioco sposando un generico rinnovamento europeo e impostando un’alleanza con Renzi in chiave di generico riformismo da operare a Bruxelles distinguendosi da alleati para-comici come Lega e altri.

Grillo spera, come un sognatore fuori dal mondo, di stravincere anche con il sistema tedesco, di operare una politica anti-bruxellese o di profonda revisione dell’attuale assetto dell’Unione europea, con in più una visione di rinnovamento della democrazia attraverso il web che mette i brividi.

A questo punto dello sfaldamento nazionale, probabilmente tutti sanno che si nasconde un grande imbroglio (accettare l’Europa così come è) e di fatto si gioca una sfida che si riduce a due schieramenti, con Renzi e Berlusconi da una parte e Grillo dall’altra. E’ una sfida, ripetiamo, quasi da imbroglio demenziale, dove non a caso i ben informati dicono che “i cinque stelle non vinceranno mai”. E il motivo non è solo la follia politica pentastellata, ma le esigenze di un’Europa che non vuole contestatori, disturbatori e nemmeno rinnovatori.

E’ probabile quindi che vinceranno Renzi e Berlusconi e in questo caso avremmo una manovra di novembre leggermente più morbida, senza avere l’incubo della troika, che — vedrete —, prima del voto in campagna elettorale, sarà paventato.

In tutto questo che cosa c’entrano i diritti degli italiani, le loro esigenze, i loro desideri, l’aspettativa di essere italiani in un’Europa democratica? Assolutamente nulla. 

I tre extraparlamentari sembra che giochino a dadi sulla pelle di un grande Paese che, forse, alla fine reagirà per sopravvivere e riguadagnare il posto che merita. Forse nel Paese reale c’è più buon senso che nell’incapacità di tutta la classe dirigente italiana e nell’ottusità austera di questa Europa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori