BALLOTTAGGIO COMUNALI/ Da Genova a Catanzaro, vince l’emergenza democratica

- Gianluigi Da Rold

Domenica ci sono i ballottaggi, ma alla lunga emergenza economica, da cui non si è ancora usciti, si sta aggiungendo una emergenza democratica. GIANLUIGI DA ROLD

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Elezioni Comunali Amministrative 2018, Toscana e Umbria (LaPresse)

Ventidue comuni capoluogo domani si disputano il sindaco in ballottaggi che svelano incertezze e molti interrogativi. Si dice in genere che il ballottaggio sia un’altra storia rispetto alla votazione del primo turno e si possano rovesciare tendenze che sono solo apparentemente consolidate. Ma a ben vedere tutti questi ragionamenti sembrano appartenere a un mondo che non esiste più, a una realtà profondamente cambiata e non migliorata.

Il rito dei sondaggi si ripete, anche questa volta, un po’ stancamente con aspettative che già si conoscono, ma che sono state in parte smentite al primo turno. 

Si dice che il primo partito sia rappresentato dalla cosiddetta “protesta onesta” del M5s di Beppe Grillo, che il Partito democratico di Matteo Renzi mantenga un secondo posto faticoso e inutile rispetto alle esigenze della politica italiana e si ricomincia a parlare di una lenta ma costante risalita del centrodestra, che però è frammentato e spaccato soprattutto tra Forza Italia e Lega Nord.

A ben vedere, anche in questa schematica carrellata di sondaggi si confondono due piani che un tempo erano ben distinti, anche se delineavano alcune tendenze: le consultazioni amministrative, con la loro particolarità di personaggi e tradizioni locali; e le elezioni politiche, che delineavano il quadro nazionale dei rapporti di forza. E non sempre i risultati coincidevano, delineando rapporti di forza e contrappesi anche a livello geografico. Si pensi, per fare un paio di esempi, a cosa ha rappresentato per anni il Pci in versione emiliana e il socialismo riformista milanese per tutto il dopoguerra fino all’inizio degli anni Novanta.

Oggi, è veramente inutile nasconderlo, si vive una delusione politica profonda, sembra di essere immersi in una consultazione continua e la situazione complessiva, così come quella locale, si sovrappongono e si intrecciano, portando soprattutto a una disaffezione profonda nei confronti della classe dirigente politica, nazionale e locale, che poi si traduce in un’astensione che solo gli illusi possono definire di stampo anglosassone o di democrazia matura, ma che in realtà rivela una protesta radicata e generalizzata con la conseguenza di fare dell’assenteismo il primo partito in assoluto, il partito della maggioranza assoluta degli italiani. Le storie dei singoli Paesi non si sovrappongono. La partecipazione elettorale era una tipica caratteristica dell’Italia repubblicana che non si è persa per strada, ma che si è manifestata nel rifiuto di riconoscere una rappresentanza politica.

Si può solo ringraziare che, mentre si aspetta il varo di una legge elettorale, nei comuni la scelta della legge elettorale sia stata fatta e non più rimessa in discussione,  anche se non è “la perfezione delle perfezioni” come molti dicono. La prima contraddizione, in questo momento, che balza agli occhi è che nelle gradi città che vanno al voto il partito più accreditato come primo partito nazionale, cioè il M5s, è fuori dai ballottaggi. E’ soprattutto fuori in due città importanti come Genova (dove è nato) e come Padova, dove si è vissuta una situazione particolare nel centrodestra. Per un’ironia della storia, un “erede” ripudiato dei grillini è addirittura presente e favorito a Parma, con il Pizzarotti ex grillino cacciato o sospeso dal capo supremo.

Certo siamo a una tornata amministrativa parziale, ma a un anno dal trionfo romano del Beppe comico si può affermare che anche la “ribellione” morbida dei 5 Stelle non ha convinto, ma ha anzi deluso con tutte le convulsioni della sindaca Raggi e gli intoppi avuti anche dalla sua collega Appendino a Torino in questi ultimi tempi. Insomma, il movimento del “vaffa” non ha sfondato come si pensava e molti speravano.

Dopo la situazione grillina si può guardare alle “fortune” del Pd di Matteo Renzi, arrivato a metà del 2017 ancora con il rimpianto di un referendum perduto clamorosamente e rovinosamente, con una coda di scissioni e abbandoni e con un solco che si sta scavando sempre più all’interno della sinistra o del centrosinistra. Si punta su Pisapia per un’alleanza? Ma Pisapia sceglie tra Renzi o Bersani? Tra Renzi o D’Alema? Sembrano quasi risse da bar e invece è il tormentone di questa vigilia di ballottaggio in previsione della consultazione nazionale che tra pochi mesi non può più essere evitata.

Alle difficoltà dei pentastellati e del Pd sembra fare da contrappeso una risalita del centrodestra, che domenica sera potrebbe contare sul successo in diversi ballottaggi. 

Se si riflette su queste considerazioni balza evidente che il Paese, sia a livello nazionale, sia nella sua rappresentanza politica locale, abbia una sua mobilità e passi con una eccessiva rapidità da una posizione all’altra. Pensiamo solo al 2014, agli ultimi tre anni e si contino le “discese” e le “risalite” delle forze politiche presenti. Ci sono tutti i sintomi di una profonda instabilità e di una impazienza che si trasforma quasi sempre in delusione.

Alla fine, si fanno solo i conti con una scansione politica della situazione italiana in qualsiasi passaggio elettorale. Lo è anche questo e se Genova finirà al centrodestra e l’astensione diventerà il  principale “partito italiano” occorrerà prendere atto che la lunga emergenza economica, da cui non si è ancora usciti, si sta aggiungendo una emergenza democratica. 

Quello che sta svelando la grande incertezza, le contrapposizioni, le risse e le incertezze di queste giorni sono solo il risvolto di questa emergenza. Nasconderla sarebbe un errore.

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