DIETRO LA SCONFITTA PD/ Qui La Spezia: così cambia colore una ex “roccaforte rossa”

La storia della sconfitta del Pd alla Spezia racconta di guerre intestine, beghe da cortile, rivalità all’interno di un partito che si è dimenticato della gente. PIERLUIGI CASTAGNETO

27.06.2017 - Pierluigi Castagneto
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Matteo Renzi con Andrea Orlando (LaPresse)

La storia della sconfitta del Pd alla Spezia è paradossale e ha tanto del déjà vu. Domenica notte i sostenitori del centrodestra, esaltati dalla netta vittoria del loro candidato, Pierluigi Peracchini (59,9%), su Paolo Manfredini del centrosinistra (40%), cantavano “Lella ciao”. Il riferimento neppure troppo nascosto a Raffaella Paita, chiamata appunto Lella, capogruppo del Pd alla Regione Liguria, nonché primo esponente della corrente renziana alla Spezia, indica il clima che si respira in una città che fu operaia, governata ininterrottamente dal Pci-Pds-Pd dal 1945 sino ad oggi. 

L’evento dell’altra sera avrebbe poco rilievo se non collegato ad un altro episodio accaduto alla dinasty del Pd della provincia ligure più orientale. In una serata estiva, sotto il portico della più nota pasticceria sarzanese, c’erano tutti, dalla capogruppo Paita al ministro Andrea Orlando, dal sindaco spezzino Massimo Federici al senatore e presidente dell’autorità portuale Lorenzo Forcieri. L’occasione era il matrimonio di un altro pezzo da novanta del Pd spezzino, il sindaco di Sarzana Alessio Cavarra. Come raccontano le cronache, verso fine serata il ministro avrebbe fatto un cenno di saluto indirizzato alla Paita, moglie di Luigi Merlo, allora ancora presidente dell’autorità portuale di Genova, la quale avrebbe prontamente replicato “Io a te non ti ho salutato, ok?”.

In questi giorni i commentatori, per spigare la sconfitta del Pd in Liguria, non conoscendo le faide e le lotte tra le correnti attribuiscono la sconfitta solo a Renzi. Ma questo non è del tutto vero. Alla Spezia e in tante altre città, dopo che la de-ideologizzazione ha portato tutte le forze politiche ad assomigliarsi, prevale la lotta per bande, spesso e volentieri nella forma di una lunghissima Beautiful a puntate. Di Andrea Orlando, ministro da diversi anni, si sa quasi tutto, dopo la corsa alle primarie del Pd di quest’anno. Politico cauto ma spigoloso, muove le sue truppe in accordo ma anche in competizione con i renziani e le primarie lo hanno acclamato, se non farà errori, come il prossimo segretario del Pd in pectore. Contende, si posiziona, scalcia quando è necessario, ma non ha ancora la forza di vincere le guerre. Infatti il risultato delle primarie non è stato solo una sconfitta, ma un riposizionamento vero e proprio. In città non si fa vedere molto e non si spende più di tanto. E’proprio questo che ha portato allo scontro feroce con la Paita, dopo la sconfitta subita da Lella contro Toti alla presidenza della Regione Liguria. La Lella lo accusava di non spendersi salvo poi, dopo le sconfitte, tornare in Liguria da salvatore della patria.  

Lo scontro è continuato in vista delle comunali 2017. Non riuscendo a mettersi d’accordo sulla scelta del candidato, le cose sono andate per le lunghe e quando Giovanni Toti aveva già fatto la sua scelta, il Pd era ancora in mezzo al guado. La scelta è caduta così su Paolo Manfredini, socialista, presidente in carica del consiglio comunale spezzino, a cui è stato dato il compito arduo, tardivo, di ricomporre i cocci. “Una partita tutta in salita” ha dichiarato ai microfoni il sindaco mancato, che comunque si è buttato a capofitto nella mischia. Al ministro Orlando la gente di sinistra, non schierata con il Pd, non perdona una frase pronunciata alcune settimane fa: “Sulle altre candidature a sinistra siamo di fronte a tentativi di affermazioni narcisistiche, cose che si affrontano dallo psicanalista”. Certo il ministro è andato su tutte le furie quando è sceso in campo un altro big della politica locale, contro il Pd e in alternativa a Manfredini. L’intramontabile Lorenzo Forcieri, classe 1949, è un politico di lungo corso del Pci, consigliere comunale e assessore dal 1970, sindaco di Sarzana dal 1989 al ’95, senatore dal 1992 al 2005, sottosegretario alla Difesa dal 2006 al 2008 con il governo Prodi, rappresentante del governo italiano alla Nato, dal 2009 al 2016 presidente dell’autorità portuale della Spezia. Inquisito dalla procura della Spezia (l’inchiesta è ancora in corso) è stato costretto a dimettersi alla fine del secondo mandato al porto, quando era già noto che si era candidato a succedere al sindaco in carica Massimo Federici. A pochi giorni dalla sua discesa in campo il Pd lo ha espulso, la lotta è divampata e così il partito di Renzi, con pochi aiuti al primo turno, ha raggiunto solo un stringato 25 per cento, anche se Raffaella Paita aveva dichiarato a fine maggio “potremmo farcela al primo turno”. 

Nonostante la guerra intestina, Forcieri si è distinto con un buon 9,1 per cento e il suo protagonismo, in accoppiata con un una forte auto-considerazione, ha disintegrato ciò che era già a pezzi. Il copione della sconfitta delle regionali 2015 si è dunque ripetuto anche nel Golfo dei poeti, visto che i voti di Forcieri al ballottaggio pare siano andati quasi tutti alla lista Peracchini. A controbilanciare questo dato c’è stata però la presenza di una lista civica radicata a sinistra i cui voti sono andati alla compagine guidata da Manfredini. Con un 7,8 al primo turno Guido Melley è entrato in  consiglio comunale; un buon exploit per l’esponente dei poteri forti della città come la Fondazione Cassa di Risparmio, la Camera di Commercio e l’Unione Industriali. 

Infine c’è il Pd, che ha perso la sintonia con una città che non è più fatta di operai dell’Arsenale militare o delle fabbriche dell’indotto militare. Mal visto dalla gente per la sua distanza, viene definito una parrocchietta inaccessibile, poco aperto — al contrario di quello che si pensa — alla società civile. Cristallizzato e rigido, non ha saputo selezionare una classe dirigente più adeguata alla nuova città del turismo e dell’innovazione tecnologica e ha privilegiato solo i rapporti di scambio con quegli apparati del sottobosco che si sono sclerotizzati in 50 anni di governo. 

E’ noto che il sindaco uscente Federici, a cui va un’altra fetta della responsabilità della débâcle dei giorni scorsi, già messo in difficoltà da una crisi di giunta di metà mandato, era stato coinvolto in una storia di ricorsi al Tar da alcuni comitati civici per la ristrutturazione di una piazza cittadina. I giornali locali la chiamarono “la Caporetto di Federici”. Lo è stata anche per l’intero centrosinistra.

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