PERCHE’ VOTARE ANCORA?/ Dario Chiesa: il realismo che manca alla politica da talk show

- La Redazione

La scena politica di oggi è fatta soprattutto di prime donne che incarnano il vuoto ideologico: un tempo il realismo spingeva a cercare compromessi, ma oggi? DARIO CHIESA

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L'Aula del Senato (LaPresse)

Caro direttore,
sento l’obbligo di unirmi alla invocazione di Luigi Patrini a commento dell’articolo di Lao Xi: perché votare. E non è questione di legge elettorale, perché questa è un derivato della situazione politica. Anche in passato si è parlato di “legge truffa”, ma il dibattito di fondo era su ben altro, sulla concezione che si aveva di uomo, di società, di Stato. Ora tutta la discussione sembra seguire la dinamica dei talk show e i personaggi che dominano lo schermo si atteggiano a innovatori, ma sembrano degni dell’Isola dei Famosi: “l’uomo nuovo” Berlusconi, “il rottamatore” Renzi, “il comico dell’antipolitica” Grillo. 

Lungi dall’essere un estimatore del tempo andato, ma ben diverso era il panorama in cui vissi la mia non lunga esperienza politica, negli anni 70, nello stesso partito dell’amico Patrini. Lo scontro ideologico, ma anche ideale, era duro, si parlava più di muri che di ponti, ma il realismo spingeva a trovare soluzioni di compromesso, come richiede la politica e pur mantenendo le proprie posizioni di fondo, per cercare di rispondere ai bisogni che avevamo di fronte.

Ben poco di questo è presente ora e anche il dibattito sulla legge elettorale appare del tutto strumentale, soprattutto con la sottolineatura della governabilità, che dipende solo marginalmente dal sistema elettorale. Molto più importante è la frammentazione del quadro politico, particolarmente quando i partiti rappresentano solo interessi particolari. Basti pensare all’attuale Parlamento, in cui un numero impressionante di parlamentari ha cambiato partito, anche più volte, e in cui partiti e fazioni si sono moltiplicati in una girandola che ha stravolto lo scenario rispetto a ciò che gli elettori avevano votato. 

Un Parlamento preoccupato del numero di leggi che emana (incomparabilmente più alto rispetto agli altri Paesi europei) ma non della loro qualità, redatte in modo incomprensibile per il normale cittadino che dovrebbe rispettarle e perfino per chi dovrebbe applicarle. Un Parlamento indifferente al fatto che centinaia di queste leggi non possono entrare in vigore per la mancanza dei decreti applicativi. L’antipolitica è in realtà all’interno delle istituzioni, non all’esterno di esse.

In questo contesto la proposta di legge elettorale “alla tedesca” non sembra cambiare molto, né sotto il profilo della governabilità né sotto quello della rappresentatività. L’eliminazione del voto disgiunto tra uninominale e proporzionale, previsto invece dal sistema tedesco, limita pesantemente la volontà dell’elettore e toglie a molti una possibile ragione di tornare a votare per la fiducia in una persona svincolata dal voto al partito. Ammesso che all’attuale classe (anti)politica interessi la partecipazione dei cittadini.

Dario Chiesa

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