DIETRO LE QUINTE/ La manovra di Gentiloni rimescola le carte di Berlusconi e Renzi

- Gianluigi Da Rold

Una destra e una sinistra nella mai nata seconda repubblica italiana (o terza?) esisteranno ancora, ma su basi nuove. A cominciare dalla manovra d’autunno. GIANLUIGI DA ROLD

Palazzo_Chigi_Lapresse
Palazzo Chigi (Lapresse)

L’incertezza politica italiana non è contrassegnata ormai da alcuna ideologia del passato prossimo. Solo alcuni nostalgici delle divisioni della “prima repubblica” o  addirittura alcuni orfani del muro di Berlino possono immaginare o configurare una contrapposizione tra il vecchio comunismo andato in soffitta e i fautori del libero mercato e della democrazia rappresentativa.

Se si guarda agli ultimi venticinque anni di storia italiana (e non solo), si può comprendere che a prefigurare uno scontro tra destra e sinistra come ai tempi della guerra fredda, ci siano solo alcuni interessati improvvisatori della politica, sia nella sinistra nostalgica, sia nella cosiddetta destra moderata, una vera novità della cosiddetta seconda repubblica italiana, che non si è ancora mai vista. 

In definitiva, per arrivare allo schematismo italiano di questi tempi, il confronto non è tra i seguaci di Pier Luigi Bersani e il sempre vegeto cavalier Silvio Berlusconi. Oggi è probabilmente uno scontro nuovo, e al momento non ha ancora interpreti credibili.

Oggi esiste sempre un confronto tra posizioni di destra e di sinistra, e le posizioni alla Emmanuel Macron e alla Matteo Renzi (con partiti trasversali né di destra né di sinistra) sono solo palliativi di uno scontro reale tra interessi collettivi sociali e una minoranza che, da circa trent’anni a questa parte, si è arricchita in modo asociale, sfacciato, inadeguato al punto da rimettere in discussione gli assetti istituzionali delle società occidentali.

Esistono ancora una destra e una sinistra, ma su basi diverse. Il vero nemico del neoliberismo montante negli anni Ottanta non era, e tanto meno può esserlo adesso, il comunismo, o una forma di socialismo reale o di socialdemocrazia tardo ottocentesca, ma il keynesismo, cioè l’intervento dello Stato, del pubblico, nei momenti di crisi, strutturali e connaturati con l’instabilità del capitalismo.

Il pensiero e i suggerimenti di John Maynard Keynes possono essere senz’altro superati e oggi inadeguati, ma sostanzialmente — di fronte alla lezione del 2007 —occorrerà pure prendere atto che il neoliberismo da solo non è sufficiente a superare le crisi cosiddette cicliche, che non si possono risolvere in quattro e quattr’otto, come si credeva e come si è a lungo predicato.

E’ probabile quindi che, senza riferirsi espressamente a Keynes, ma sulla linea del “pubblico” che corregge l’avidità del privato e la sperequazione sociale esistente, si debbano riformulare i concetti di intervento statale, di politica industriale, di difesa del welfare, di difesa dei diritti sindacali e quindi disegnare pure una nuova organizzazione del lavoro. Il tutto naturalmente sullo sfondo di un ripensamento del ruolo della finanza e della holding bancaria come invece si fatto dall’inizio degli anni Novanta.

Quello che diciamo è solo una lunga premessa per inquadrare l’incertezza politica italiana, i contrasti presenti nella sinistra e le divisioni che esistono nel centrodestra, con persino la variante dell’antipolitica pura, rappresentata dal Movimento 5 Stelle.

A che cosa porta questa analisi schematica? Porta innanzitutto alla considerazione che le vere divisioni nella politica italiana si formeranno soprattutto sulla prossima manovra di autunno. 

Si parla di molte cose in questo periodo ed esistono altri problemi di grande interesse, discussioni su diritti fondamentali che possono dividere certamente l’opinione pubblica, ma sarà la manovra a decidere nuove maggioranze e nuove minoranze,  coalizioni sulla destra o sulla sinistra, oppure scelte di nuovo di carattere tecnico.

Un paio di giorni fa, il Corriere della Sera aveva un fondo indicativo dei reali problemi politici del Paese. Era quasi un’invocazione a contenere la spesa pubblica, a ridurre il welfare, a proseguire in una politica di austerity, contraria a qualsiasi intervento correttivo del capitalismo finanziario. 

Questa concezione di sviluppo economico esiste anche all’interno di questo governo Gentiloni; esiste all’interno della sinistra in generale e del Pd in particolare; esiste nel centrodestra, pur tra le pittoresche divisioni tra Berlusconi, Salvini  e la Meloni; esiste forme anche nei meandri dell’antipolitica grillina. 

Sarà il taglio politico-economico della manovra a stabilire il nuovo vero confronto in Italia, a ridisegnare destra e sinistra, il ruolo del pubblico e i limiti da porre al neoliberismo e a una globalizzazione senza regole. Si guardino le posizioni differenti tra Padoan, Calenda e Renzi e si comincerà a comprendere quale è vero problema sul tappeto.

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