LEGGE ELETTORIALE/ Nardella: no al proporzionale, prendiamo esempio dai Comuni

Oggi al Meeting di Rimini è in programma un Workshop con i sindaci italiani. Presente anche DARIO NARDELLA, che in questa intervista parla di politica nazionale

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Nardella grida "Allahu Akbar" (Foto: LaPresse)

Al Meeting di Rimini oggi è in programma un Workshop con i sindaci italiani: Dario Nardella, Matteo Biffoni, Luigi Brugnaro, Andrea Gnassi, Giorgio Gori, Francesco Nelli e Matteo Ricci. Il tema proposto è La polis al centro della politica. Abbiamo posto alcune domande sui temi che affronterà il sindaco di Firenze, che in questa intervista parla anche di legge elettorale e di politica a livello nazionale.

Sindaco Nardella, la polis al centro della politica: che significa? La politica è ancora a “misura” di città?

La politica ha perso la misura della città, astraendosi dai problemi quotidiani e dalla dimensione della comunità locale, quindi perdendo anche un’aderenza alla realtà e ai bisogni del cittadino. Questo è anche uno dei motivi per cui milioni di persone non votano più, anche perché non hanno più fiducia nei politici vedendoli come distanti se non estranei al loro destino e alla loro vita. Per questo si tratta di recuperare la dimensione civile, culturale e sociale del territorio e delle città: per restituire alle persone la consapevolezza che la politica è vicina a ciò che interessa loro e al loro destino.

Negli ultimi anni con Renzi al governo si è parlato molto di “sindaco d’Italia”: lei cosa pensa di questa formula?

Questa è una formula dal punto di vista comunicativo efficace, nella misura in cui indica al cittadino una politica nazionale che parte dal basso e che rimette al centro il rapporto di responsabilità che lega il politico all’elettore. Negli anni questo è stato troppo mediato dai partiti, dalle liste bloccate e da una sorta di presupposta “impunità” politica della classe dirigente nazionale. Infine, la formula richiama a un modello elettorale apprezzato e funzionante.

I comuni in effetti hanno una legge elettorale che funziona, mentre per il Paese non si è ancora trovata: lei quale legge elettorale vorrebbe da cittadino italiano, tenendo conto però che la dinamica politica e i fattori in gioco sono molto diversi dai Comuni alla dinamica nazionale e che non si può appiattire tutto sul potere di governo?

È chiaro che sarebbe sbagliata una semplice trasposizione del sistema elettorale dei Comuni al Paese, ma con le dovute differenze è possibile adeguare a un sistema nazionale per l’elezione del Parlamento e del Governo alcuni capisaldi in vigore nell’elezione degli organi comunali. Penso a premio di maggioranza, ballottaggio e soglia di sbarramento. Senza escludere un modello semipresidenziale come in Francia. Ormai è impossibile garantire la governabilità con il sistema proporzionale perché non c’è un partito che oggi sia in grado di raggiungere il 51%. Sono indispensabili correttivi che, senza ribaltare la sovranità popolare, garantiscano l’individuazione del vincitore e la certezza del governo. Ciò che avviene sempre appunto nei Comuni dove la stabilità dal 1991 è regola.

I partiti servono ancora? Che cosa devono fare?

Domanda difficile. Prima bisogna chiedersi che cosa è e che cosa deve fare un partito, perché non c’è dubbio che la formula tradizionale del partito come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso oggi è diventata residuale. La politica si sta organizzando già da molti anni in nuove forme che vanno dai movimenti alle vere e proprie forme di partecipazione virtuale come il caso del Movimento 5 stelle. Credo quindi che oggi sia importante per la società avere delle organizzazioni politiche che favoriscano la partecipazione dei cittadini alle scelte dei loro rappresentanti e che promuovano una coscienza collettiva di sfide sociali e civili non semplicemente individuali. Può sembrare provocatoria l’eliminazione della parola partito, ma credo che non dobbiamo essere schiavi di formule, ma interrogarci sulla sostanza della politica oggi. In questo senso anche i nuovi movimenti cosiddetti virtuali, come il progetto Rousseau dei pentastellati mi lasciano perplesso, perché va riposta al centro la dimensione reale dell’uomo e delle relazioni che esso ha con gli altri: questo è il cuore della politica ieri come oggi e da qui dobbiamo ripartire.

Governare vuol dire gestire potere. E solo un problema tecnico o anche un problema morale? Lei è successore di un grande uomo, La Pira, che definiva la politica come servire la speranza. Che significa oggi?

Vengo da una città dove Machiavelli scriveva che l’esercizio del potere è connaturale al Principe e quindi al governante. La vera sfida è come esercitare il potere e a quale fine. La crisi della politica è legata anche al fatto che gli uomini politici spesso non si concepiscono come uomini pubblici servitori del proprio Paese, della propria comunità. Si è effettivamente smarrita l’idea di servizio, inteso come atto grande e profondo di generosità verso l’altro, vorrei dire come atto di carità, come ci ha ricordato Paolo VI. In molti casi la politica è divenuta una strada per il successo personale e partiti sono morti di tatticismi e di personalismi. La politica deve recuperare questo grande respiro che rende gli uomini servitori di un ideale alto e collettivo oltre che di comunità. L’esercizio del potere è quindi un modo per emancipare le società e contribuire alla loro crescita economica, culturale e sociale e un modo con cui si mette al centro il concetto di democrazia intesa proprio come governo del popolo.

Che cos’è l’eredità culturale di Firenze per lei?

È quella di essere come diceva La Pira una “città sul monte”, cioè una luce sul mondo, una città testimone di grandezza e di bellezza, quindi che vive fino in fondo la contemporaneità senza mai essere prigioniera del passato. Una città che mette in discussione sempre il tempo in cui vive. Per questo ha la cupola del Brunelleschi e il David di Michelangelo. I figli di questa città non si sono mai accontentati dello status quo, ma l’hanno sempre messo in gioco. Con una battuta l’eredità morale è quella di mettersi sempre in gioco e mettere in gioco il mondo intorno.

Cosa vuol dire per un sindaco favorire l’integrazione?

La parola integrazione è in parte superata perché dà l’idea di un soggetto superiore che integra uno inferiore o diverso. Presuppone una sorta di gerarchia. Preferisco la parola convivenza, che per una città significa rispettare le regole di convivenza civile che una comunità si è data. Questo discorso quando passi ai fatti si scontra con conflitti potenziali. Pensiamo al ruolo della donna che in alcune religioni. Ma ciò è incompatibile con le regole che la nostra nazione si è data. Lo sforzo è quello di promuovere un rinascimento delle civiltà. Anche le religioni cambiano nella storia. Anche il cristianesimo non fa più le crociate. Quindi il punto è guardare e promuovere dimensioni di pace e di dialogo con tutti, puntando sull’umanità di ogni uomo.

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