SCENARIO/ Le due profezie che affondano l’Italia nel 2018

- Gianluigi Da Rold

Da Jackson Hole al “ritorno” di Keynes. La sensazione è che si sia arrivati a diverse rese dei conti contemporaneamente, tutte finora rinviate. E l’Italia? GIANLUIGI DA ROLD

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Lapresse

La sensazione è che si sia arrivati a una sorta di resa dei conti. Forse, contemporaneamente, a diverse rese dei conti, che sono lentamente maturate in questi anni di “vacanza” della politica e con i problemi che si accumulavano implacabilmente.

Esiste una grande questione geopolitica e un equilibrio mondiale che va ricercato tra focolai di guerra, una balcanizzazione allargata che va dal Medio Oriente alla vecchia Mesopotamia, con fasi di terrorismo ormai endemico che si rifanno alla confusa situazione che vive proprio il mondo mediorientale anche per i suoi rapporti passati con l’occidente e all’interno dell’islam.

Il tutto è accompagnato dall’avventurismo del coreano Kim Jong-un, che rivela un’instabilità anche nell’Estremo Oriente e ripresenta i conti con la pace, mai fatta, tra Corea del Sud e del Nord, dopo la guerra dei primi anni Cinquanta del Novecento, che si è fermata con il più lungo armistizio della storia, non con una pace. 

E’ di fatto un’eredità della politica di contenimento militare degli Stati Uniti con il mondo comunista in quell’angolo del mondo.

Sullo sfondo infine, c’è la  grande questione dei migranti, a cui si possono mettere anche delle “toppe”, ma che richiede una gestione razionale, non ideologica e di civiltà, da assumere con chiarezza non solo a livello italiano, ma sopratutto a livello europeo. E i momentanei cambiamenti di rotta delle migrazioni non devono illudere.

L’occidente, la democrazia occidentale, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, affronta questo periodo di grande assestamento con una grande incertezza che è legata al suo sistema economico, finanziario e produttivo, non ancora uscito da una crisi devastante, quella del 2007, che alcuni buontemponi e ottimisti spensierati pensavano di poter risolvere in pochi mesi e con qualche riforma e che hanno in parte sottovalutato. 

La crisi ha seminato disordine tra le vecchie classi sociali, impoverendone alcune, mettendone in stato di grande incertezza altre e creando soprattutto un’instabilità di fondo che l’occidente non conosceva più da tantissimi anni. Oggi non si assiste solo a una grande disparità sociale in occidente, ma anche a una divisione profonda tra le classi sociali e tra i cittadini e le istituzioni. 

Non si può escludere che il grande disordine mondiale sia legato anche all’intraprendenza che l’altro mondo vuole usare per indebolire il vecchio modello della democrazia occidentale e di un sistema che aveva garantito diritti e welfare da almeno 70 anni a questa parte. 

Naturalmente il confronto non è così netto e schematico, ma non c’è dubbio che un occidente e una democrazia occidentale in sofferenza offrano il fianco a incursioni di ogni tipo, sia di investimenti economico-strategici che vengono da molto lontano e anche di nuove culture politico-sociali, meno attente ai diritti democratici lungamente acquisiti e raggiunti dopo secoli di lotte sociali.

Di fronte alle stime e ai dati che entrano nelle statistiche di previsione, si può dire che tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, ci sarà la prima resa dei conti veramente importante sulla sostenibilità di questo sistema economico finanziario. E’ difficile pensare che le opinioni pubbliche attendano ancora promesse o rassicurazioni solo attendibili. In tutti i casi, è incredibile come il grande apparato mediatico, oggi arricchito anche da internet e dai vari network, colga poco i problemi principali che sono sul tappeto, come appunto questa scadenza decennale compiuta e le sofferenze che diverse classi sociali vivono in tanti paesi del mondo. Si gira intorno, ma non si arriva mai al nocciolo della questione.

Le prime avvisaglie di una possibile resa dei conti non sono buone. Si attendeva ad esempio una parola di chiarificazione dalla riunione di Jackson Hole nel Wyoming, con il capo della Fed americana, Janet Yellen, e il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi.

Si frena o non si frena la filosofia, la vocazione speculativa di Wall Street, con la riforma messa in atto da Obama nel 2010 e con la Volcker-rule? Varata, posticipata e messa in atto solo per una parte, non pare che questa riforma abbia frenato Wall Street, limitando significativamente il mercato dei derivati fuori dalle Borse e contenendo il cosiddetto shadow banking, la finanza ombra che ha un valore quasi simile ai circuiti bancari ufficiali.

Nello stesso tempo, la Yellen, che vorrebbe salvare il salvabile di quella riforma incompiuta, è costretta a subire le critiche di Donald Trump (un autentico fan di Wall Street!) e delle grandi banche d’affari, a cedere al ripristino delle vecchie regole e poi  ad andarsene dalla stessa Fed.  

Mario Draghi, non sta meglio, anche se le apparenze possono ingannare. Ufficialmente la Merkel e Schäuble difendono il suo operato, ma la Bundesbank aspetta solo che tra qualche mese il presidente della Bce termini il suo mandato e quindi si chiuda la partita del Quantitative easing, che ai tedeschi ha fatto letteralmente venire il mal di pancia.

Alla fine, senza questi due “paletti” di Draghi e della Yellen, che a Jackson Hole si sono dilungati a parlare del mercato mondiale aperto (forse per evitare critiche), tutto rimane o addirittura ritorna alle regole, cioè alle non regole, di dieci anni fa.

La “fulminante” e disgraziata idea del neoliberismo moderno ritorna a girare a pieno ritmo, nonostante i disastri subiti in questi anni, come prima del 2007, con l’aberrante scelta di affidare alla Borsa e ai mercati finanziari i compiti di orientare l’accumulazione del capitale, situando la finanza privata al centro del regime di accumulazione mondiale e mettere le autorità di politica economica al suo completo servizio.

Non è bastata la crisi, non è bastata la recessione di questi dieci anni che, in qualche modo tutti hanno subito e alcuni Paesi (tra questi l’Italia) hanno patito più degli altri. Piuttosto che riconoscere gli errori si continua a balbettare (è il caso ormai patetico di Monti e della Fornero) di interventi straordinari fatti dopo il 2008 e, in Italia, dopo il 2011, per errori di un antico passato. 

Basta  guardare da un lato i grafici del debito pubblico, che è letteralmente esploso per la politica di austerità e deflazione degli ultimi anni. Si preferisce invece avere memoria cortissima e nello stesso tempo evitare un dibattito sullo  scempio del sistema bancario, dopo l’abolizione del Glass-Steagall Act e la regola del Wto che ha cancellato le norme restrittive sul controllo dei derivati, dando così via libera al commercio di prodotti fuori Borsa e al proliferare, appunto, della cosiddetta finanza ombra.

Insomma, non si vuole riconoscere nessun errore e si continua ad andare verso una probabile e nuova instabilità, che è connaturata al capitalismo come hanno  dimostrato tutti i più grandi economisti del Novecento.

Nessuno che si faccia uno scrupolo su quello che diceva ad esempio l’ex governatore della Banca d’Inghilterra dal 2003 al 2013, Sir Mervyn King: “Di tutti i modi per organizzare l’attività bancaria, il peggiore è quello che abbiamo oggi”. Siamo quindi destinati a un futuro prossimo molto controverso e imprevedibile, con dati altalenanti, quelli che confortano per un mese e deludono nel mese successivo.

Certo, qualcuno si rende conto che ormai la situazione diventa sempre più concitata. E’ incredibile ad esempio che sia stato ristampato, quasi con paura, un libro di John Maynard Keynes del 1936, Esortazioni e profezie. Un economista italiano, Emiliano Brancaccio, ha fatto la prefazione, dove dice tra l’altro: “Pareva destinato a diventare una reliquia, un polveroso cimelio del periodo tra le due guerre. E invece dopo il fallimento di Lehman Brothers dell’ottobre 2008 e l’inizio della cosiddetta grande recessione, il nome di Keynes è tornato a risuonare improvvisamente nel dibattito di politica economica. Si tratta, beninteso, di una evocazione ancora spettrale, che per adesso incide solo in termini marginali e confusi sulle azioni pratiche delle autorità monetarie e di bilancio. Ma già il solo fatto che Keynes venga nuovamente menzionato nell’agorà politica appare a molti un segnale minaccioso, un potenziale incentivo all’eversione del precario ordine finanziario costituito”.

Diventerà una “lettura proibita”, ma se la crisi dovesse continuare, come è del tutto possibile, lo spettro diventerebbe un incubo per molti.

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