SPILLO/ Ministro Orlando, perché sacrificare il paese alle beghe di partito?

- Daniele Marchetti

Quando Minniti, riferendosi, al picco dell’emergenza migranti, ha parlato di timori per la “tenuta democratica”, Orlando lo ha rimbrottato. Ma pensa solo al partito. DANIELE MARCHETTI

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Matteo Renzi con Andrea Orlando (LaPresse)

Caro direttore,
e se la sequela vile di stupri compiuti negli ultimi giorni a Rimini e non solo, le aggressioni sugli autobus e sui treni al personale di bordo e, per contro, il linciaggio da parte di ragazzini minorenni del “nero” do turno, fossero accaduti in una situazione di emergenza migranti, con migliaia di sbarchi giornalieri, la rivolta dei sindaci ed una grancassa populista a pieno regine, il ministro della Giustizia si sarebbe davvero permesso di negare un problema di tenuta sociale?

La strumentalità di alcune posizioni è commentata dalla stessa realtà. Altro non serve!

Consigliare al ministro della Giustizia maggiore cautela appare — forse — velleitario. Consigliargli di non utilizzare il ruolo istituzionale, che è costituzionalmente “bene comune”, per tentare di prolungare all’infinito e con metodi assai poco istituzionali oltre che politicamente avventati (annoverare Minniti tra i renziani è quantomeno azzardato) una svilente lotta interna per la leadership, appare alquanto opportuno.

Se, legittimamente, non si condividono scelte qualificanti del Governo a cui si appartiene come quella — validata anche a livello europeo che fra l’altro sta producendo frutti apprezzabili — sulle politiche migratorie, una sola è la strada: togliere il disturbo!

Coraggio, ministro. La “democrazia della poltrona” (in cui si può esercitare ogni libertà di espressione senza mai risponderne) davvero non si addice ad un galantuomo come lei. 

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