DIETRO LE QUINTE/ Caldarola: l’ingovernabilità del 2018 riporterà il paese al voto

- int. Peppino Caldarola

Per PEPPINO CALDEROLA, dopo il voto nazionale, ci sarà solo instabilità politica. La situazione sarà drammatica e a quel punto sarà necessaria la discesa in campo di una personalità forte

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L'Aula del Senato (LaPresse)

Per Peppino Caldarola, osservatore e studioso della scena politica italiana di lungo corso, le elezioni siciliane rappresentano, usando un linguaggio sportivo, il grande “gong” della partenza della corsa a quelle nazionali. Se in Sicilia lo scenario sembra delinearsi abbastanza facilmente dopo l’inevitabile frattura a sinistra con un duello fra 5 Stelle e centrodestra, a livello nazionale, ci ha detto Caldarola, lo scenario è deprimente: “Si avrà un governo che durerà molto poco e si tornerà al voto. Sta diventando ormai chiaro a tutti i cittadini data la profonda drammaticità della crisi che viviamo, che questa classe politica non ha alcuna capacità di essere protagonista. Non lo sono i Salvini, non lo sono i Di Maio e non lo è Renzi. C’è bisogno di una personalità di grandissima caratura”. Ecco di chi si tratta.

E’ corretto dire che in Sicilia la sinistra perderà per colpa di Bersani e del suo “mai con Alfano”? Era pensabile davvero che il Pd e i partiti alla sua sinistra trovassero un accordo?

Era possibile ma non mi pare che il Pd lo abbia voluto. Prima ancora di parlare di Alfano, il Pd aveva scelto di affidare la Sicilia, quella orientata a sinistra, a Leoluca Orlando, tanto che il candidato viene presentato come espressione diretta di Orlando.

Perché non è andato in porto l’accordo allora?

Se le formazioni di sinistra avessero fatto un tavolo di trattativa e non si fossero fatti imporre da Orlando un candidato come Micari, ottima persona ovviamente ma sconosciuto a tutti, si sarebbe potuto costruire un polo di sinistra unitario. Bersani non c’entra niente: o accettava il diktat del Pd o andava per i fatti suoi e così ha fatto. La questione Alfano secondo me è secondaria.

Questo scenario secondo lei si ripeterà anche alle elezioni nazionali? L’Mdp parla apertamente di vocazione antirenzista.

Visto che si voterà sicuramente con il proporzionale la questione delle alleanze si pone dopo e non prima. Articolo 1 e MdP giustamente pongono due questioni: la prima è il programma, cioè se lo si fa rivolto ai ceti che hanno pagato la crisi, la seconda è la leadership, perché il Pd non può imporre il proprio candidato. Sicuramente Renzi è stato eletto alle primarie ma non vi hanno partecipato gli altri partiti che adesso ci sono e stanno a sinistra del Pd. C’è bisogno di un candidato con forti capacità aggregative e di mediazione e non è Renzi. L’antirenzismo sinceramente lo trovo un tema suggestivo…

In che senso?

Tutti sono stati criticati, da D’Alema a Prodi, da Craxi a Berlusconi. L’unico che non si può criticare se no si è dei gufi, è Renzi: è una situazione francamente nordcoreana, non certo occidentale.

A livello di consenso popolare, godono di una grande stima popolare in questo momento Gentiloni e Minniti: sarà un di loro il candidato del Pd?

Sono sicuramente concorrenti di Renzi, solo che mentre Gentiloni ha il physique du rôle per questo incarico, grazie alle sue capacità di manovra e di apertura al dialogo, Minniti è molto popolare in un elettorato che non vota il Pd. E’ molto popolare a destra, ma quegli elettori continueranno a votare Berlusconi o Salvini.

Mentre invece a sinistra del Pd continua a restare vacante il ruolo di leader: che cosa combina Pisapia? Si è tirato fuori? Si è scoperto renziano?

Pisapia, che stimo molto, è politicamente incomprensibile. Non si capisce dove voglia andare o se voglia andare da qualche parte. Più che “leader riluttante”, come lo ha definito Gad Lerner, io lo chiamerei un leader svogliato e facilmente prevedibile. Un personaggio così soddisfatto, legittimamente, della propria carriera passata che non ritiene di impegnarsi più.  

Si dice che tenda verso Renzi, è così?

La candidatura Pisapia era nata così, con l’ipotesi di raccogliere un insieme di forze che si associasse a Renzi facendo pendere un po’ più verso sinistra l’alleanza. Poi dopo la scissione del Pd Pisapia è sembrato interessato a una formazione di sinistra, ma non ha fatto nulla per concretizzarla. Secondo me vede con grande fastidio il doversi alleare con i suoi vecchi compagni di Rifondazione e con chi è uscito dal Pd.

A questo punto in Sicilia tra 5 stelle e centrodestra chi vede favorito?

Credo sia favorito il centrodestra se Berlusconi riesce a tenere unita l’alleanza. 

Berlusconi si è sacrificato in nome dell’alleanza concedendo il candidato (Musumeci) voluto da Salvini e Meloni.

Berlusconi si è rivelato un politico navigato. Quella concessione è stata fatta nella prospettiva nazionale, che a lui interessa di più. L‘eventuale vittoria siciliana prepara la vittoria nazionale. Non credo che né Salvini né la Meloni abbiano altre strade. Se Salvini va da solo non ottiene niente.

Che scenario vede dopo il voto nazionale?

Dopo il voto avremo un governo debole che durerà poco e che porterà a un altro voto e a quel punto avremmo un altro governo guidato da una personalità fortissima.

Chi?

Potrebbe essere Mario Draghi, il cui mandato sta per scadere e che nel 2018 sarebbe libero. Quando il gioco si fa duro, entrano in gioco i duri. Questo scenario nasce per una ragione elementare: la crisi si è rivelata di una profondità che è troppo al di sopra di questa classe politica. Non tifo per la soluzione Draghi, ma penso che la sinistra abbia bisogno di un percorso più lungo e che stare all’opposizione possa farle bene. Quanto alla situazione del paese, credo che la gente capirà molto presto l’inadeguatezza assoluta dei Salvini, dei Di Maio e anche di Renzi. Effettivamente è una situazione drammatica.

(Paolo Vites) 

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