RETROSCENA/ Milan e governo dei pm, Berlusconi nella morsa di Grillo e “Repubblica”

Berlusconi accerchiato? Per l’ex Cavaliere Grillo vuol fare un governo dei pm. In più il leader del centrodestra deve vedersela con l’inchiesta Milan. ANSELMO DEL DUCA

14.01.2018 - Anselmo Del Duca
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Silvio Berlusconi sulle Elezioni 2018 (Foto: LaPresse)

La vita è fatta di fantasmi. Alcuni mutano, altri rimangono sempre uguali. Nella vita di Silvio Berlusconi il fantasma nuovo è quello dei grillini, che hanno di prepotenza preso il posto dei comunisti, il suo incubo più vecchio e ricorrente. Ma il nuovo incubo finisce inevitabilmente per incrociarsi con uno ben più vecchio, quasi quanto i comunisti, e cioè i giudici, rossi o meno poco cambia. 

Lo sfogo riportato dal Corriere della Sera, ma avvalorato anche da Libero, è di un buen ritiro in terra russa in caso di vittoria del Movimento 5 Stelle. Una dacia all’ombra dell’amico Putin. 

In caso di vittoria pentastellata, il leader di Forza Italia ne è convinto, a Palazzo Chigi non andrebbe Di Maio, derubricato a ragazzetto incapace e incompetente, non degno neppure di un posto di fattorino nelle aziende di famiglia. La carta segreta di Grillo e dei suoi sarebbe quella di un governo dei giudici. Secondo i retroscena Berlusconi immaginerebbe Pier Camillo Davigo alla guida di un governo con dentro forse otto toghe. L’ex pm di Mani Pulite sarebbe stato — il vecchio leone ne è convinto — per tre volte a Genova a casa di Grillo. E a niente valgono le smentite del diretto interessato, che assicura (e non è la prima volta) di non aver alcuna intenzione di impegnarsi in politica. Robe da esilio in terra russa. 

Di Maio pupazzo di un disegno molto più grande di lui, insomma, per consegnare all’ala più dura delle toghe, quella che persino dentro la magistratura è in difficoltà, le redini del paese. E questa convinzione alimenta ad Arcore un clima di sospetti e di timori, proprio nel momento in cui tutto sembrava girare per il verso giusto, e il vento del consenso pareva gonfiare le vele del centrodestra come non accadeva da dieci anni a questa parte. 

Chi ha avuto modo di parlare negli ultimi giorni con Berlusconi racconta di averlo trovato all’improvviso preoccupato. Mentre gli ultimi tasselli dell’alleanza di centrodestra vanno a posto, è scattata la sindrome dell’accerchiamento. Dopo un periodo in cui per tutto lo schieramento di centrodestra i sondaggi segnavano una crescita costante, alcuni esperti per la prima volta segnalano una battuta di arresto. Il vantaggio resta netto (intorno al 36 per cento, con sei-otto punti di margine su sinistra e 5 Stelle), ma la strada verso la maggioranza assoluta dei seggi appare sempre più in salita. Nando Pagnoncelli valuta il centrodestra intorno ai 270 seggi, 45/50 seggi al di sotto della fatidica quota 316. Alle elezioni mancano cinquanta giorni, e l’ex Cavaliere ci ha abituato a recuperi impossibili, ma quel che è certo è che non può permettersi di sbagliare.

Dicono gli esperti delle cose di Arcore che Berlusconi abbia due piani in testa: il primo un governo di centrodestra, di cui esprimere il premier, un moderato alla Tajani o alla Frattini. Il guaio è che ad oggi non vi sono i numeri né per questa prospettiva, né per la subordinata, cioè il governo delle larghe intese con il Pd. È quest’ultima la risultante della drammatica debolezza del partito renziano, valutato singolarmente intorno al 23 per cento, e al 27 per cento come coalizione. 

Ad aumentare la sindrome dell’accerchiamento un episodio in apparenza secondario, la notizia, sparata dalla Stampa e dal Secolo XIX di un’indagine sulla cessione del Milan. L’ipotesi sarebbe il ritorno di fondi dall’estero, fatti transitare da Hong Kong e altri paradisi fiscali. Una notizia, smentita categoricamente dal procuratore di Milano, Francesco Greco, ma che La Stampa continua a confermare. Per Berlusconi e la sua famiglia non c’è dubbio: dietro quel che viene definito un attacco che lascia esterrefatti, ci sarebbe un’operazione politica. E la firma, s’insinua, sarebbe dell’arcinemico di Berlusconi, Carlo De Benedetti, al cui gruppo editoriale i due giornali fanno capo.

Ecco un altro fantasma che torna, l’imprenditore-editore concorrente, sin dal Caso Mondadori e dalla “guerra di Segrate”. Uno a cui, Berlusconi ne è convinto, i giudici hanno sempre perdonato tutto, ultimo l’aver approfittato delle informazioni riservate avute da Renzi per guadagnare in poche ore centinaia di migliaia di euro giocando con i titoli delle banche popolari. “Se fosse capitato a me, mi avrebbero crocifisso immediatamente”, si è lasciato scappare. 

Grillini, toghe rosse, De Benedetti: per Berlusconi ce n’è abbastanza per perdere la testa, e caricare a testa bassa. Ai tentativi di accerchiamento lui ha sempre reagito così. Stavolta, però, una reazione scomposta potrebbe costargli cara. Il vento del consenso è girato in favore del centrodestra anche per reazione allo scontro gladiatorio in atto fra Renzi e i 5 Stelle. Difficilmente gli elettori potrebbero premiare un ritorno ai toni più urlati, cui pure il vecchio leader azzurro ha spesso fatto ricorso. 

Se intende giocare ancora una volta da protagonista la partita del dopo voto, Berlusconi dovrebbe tentare di frenare se stesso. Ma non sarà facile. Gli avversari ne conoscono i punti deboli, e attaccheranno a testa bassa, sperando in un fallo di reazione.

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