SCENARIO/ I falchi tedeschi si preparano a cancellare le elezioni del 4 marzo

- int. Massimo D'Antoni

Abbracci per Berlusconi in Europa. Ma Salvini rovina la festa all’ex premier. In ogni caso sarà la nuova Bce a guida tedesca a decidere le sorti dell’Italia. MASSIMO D’ANTONI

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LaPresse

Abbracci e calorose strette di mano per Berlusconi in Europa. Il leader di Forza Italia si sarebbe preso una rivincita, ottenendo dal Partito popolare europeo e dal suo esponente al vertice della Commissione, Jean-Claude Junker, una nuova “agibilità” politica. Più semplicemente, Berlusconi ha stretto un patto: niente tentazioni populiste e riammissione nel club dei “presentabili” in cambio di precise garanzie. Una su tutte, il rispetto dei parametri europei in caso di vittoria alle elezioni. Ieri però il suo principale alleato, il leader della Lega, ha detto no: “Se il 3% ci danneggia per noi non esiste”. Ma a Bruxelles hanno messo in conto anche il fattore Salvini. Per l’economista Massimo D’Antoni, docente di scienza delle finanze nell’Università di Siena, a decidere le sorti dell’Italia non saranno le elezioni del 4 marzo. 

Professore, Berlusconi ha promesso di rispettare il 3% nel rapporto deficit/Pil. E’ tutto ciò che vuole Bruxelles?

Può anche darsi che l’inefficacia delle politiche praticate in questi anni abbia insinuato qualche dubbio nei rigoristi. In ogni caso è curioso che tutta l’attenzione sia andata al parametro del 3%, in vigore dal ’92. 

Perché dice questo?

Perché nel frattempo sono stati introdotti altri vincoli, in particolare quello della riduzione del rapporto tra debito pubblico e Pil e quello del pareggio di bilancio in termini strutturali. Sono regole ancora più stringenti dell’indebitamento entro il 3% del Pil.

Quindi?

Può darsi che il silenzio su tali clausole rappresenti uno spazio di manovra accordato all’Italia, o forse che il fiscal compact sia ormai considerato nei fatti accantonato. Va anche detto che Berlusconi ha stretto le mani ai maggiori sostenitori del rigore, come sono appunto i Popolari europei. 

Un’investitura obbligata la sua?

Nel momento attuale rappresenta per loro la migliore garanzia che il paese non si sposti verso le posizioni più apertamente euroscettiche di Lega e M5s.

“Se il 3% ci danneggia per noi non esiste” ha detto ieri Salvini, creando una nuova frattura nel centrodestra. A sorprendere, conoscendo Salvini, è il “se” iniziale. Il 3% ci danneggia o no?

Da Bruxelles direbbero senz’altro che la strada per non nuocere al paese è proprio il rispetto dei vincoli di bilancio. Eppure, se guardiamo indietro, le politiche basate sull’austerity, contenendo la spesa pubblica e aumentando le imposte, quindi comprimendo la domanda interna, hanno soffocato la ripresa. Finora si è puntato a ridurre il deficit, trascurando il fatto che le politiche attuate aggravavano la crisi e quindi, in un circolo vizioso, finivano col peggiorare il rapporto debito/Pil. 

Lei cosa pensa?

Spagna e Francia in questi anni non si sono curate del limite del 3% e sono cresciute molto più di noi. Una maggiore tolleranza sui conti pubblici non solo può aiutare a rilanciare l’economia, ma alla fine può rivelarsi positiva anche dal punto di vista della riduzione del rapporto tra debito e Pil.

Berlusconi intende puntare sulla crescita attraverso la riduzione delle imposte (flat tax), per far ripartire l’economia e restituire entrate fiscali. Funzionerà?

Anche tralasciando gli aspetti redistributivi di una riduzione della progressività delle imposte, che sono un aspetto importante della questione, non mi è chiaro come intenda far fronte al calo di entrate che la riduzione delle aliquote determinerebbe. A meno di credere alla storia che riducendo le aliquote si determini un aumento delle entrate, una tesi smentita da tutti gli esperimenti fatti in questo senso, a cominciare da quello di Ronald Reagan negli anni 80. Se calassero le entrate, come è ragionevole attendersi, si andrebbe in deficit, e così torniamo alle regole europee: non vedo come una tale riduzione delle imposte possa essere compatibile con l’impegno di non superare il deficit del 3%. Intendiamoci, sul fatto che il debito debba essere curato con la crescita sono d’accordo. Questo è un punto trasversale tra centrodestra e sinistra in Italia, rispetto alle posizioni rigoriste.

Insomma un po’ di deficit bisogna farlo. 

Bisogna rianimare l’economia. Su come usare il deficit sono però più vicino a una idea di sinistra, socialdemocratica, e a una riduzione delle imposte sui redditi più elevati (questo fa la flat tax) preferirei un aumento della spesa pubblica, tornando a investire nei settori che in questi anni hanno più sofferto: penso alla sanità e alla scuola, ma anche all’esiguità dei nostri investimenti in ricerca.

Ma diceva che questo porterebbe a superare anche il vincolo del 3%: se la Lega sfida le regole europee, Salvini e Berlusconi possono stare insieme?

Se si riducono le entrate senza ridurre la spesa ci sono buone probabilità di violare le regole europee, senz’altro il fiscal compact ma probabilmente anche il vincolo del 3%. D’altra parte, se riduci le imposte e la spesa, l’economia non la rilanci. Su questo la posizione di Berlusconi, dopo i suoi incontri di Bruxelles, non è del tutto chiara. La Lega è molto più decisa nel dire che non ritiene vincolanti le regole europee. Qui c’è un chiaro elemento di tensione, sul quale farei due considerazioni. 

La prima?

La prima è che dopo anni le elezioni hanno una logica proporzionale. Vuol dire che i partiti puntano innanzitutto ad aumentare il proprio bottino di voti, anche a discapito della cosiddetta coalizione che in realtà è solo un apparentamento. E poi a tenersi le mani libere dopo il voto. 

E la seconda considerazione?

Il riavvicinamento di Berlusconi al Partito popolare, che quasi da nessuna parte è alleato con formazioni cosiddette populiste alla Salvini e Le Pen, fa pensare che Bruxelles, d’accordo con Berlusconi, spinga per una grande coalizione anche in Italia. I partiti che ne fanno parte garantiscono la fedeltà all’Europa e si oppongono all’avanzata populista, chiedendo in cambio un po’ di flessibilità sui conti. Certo, molto dipende da come usciranno dalle elezioni il Pd e la Lega. 

Tutta l’attenzione è rivolta al 4 marzo, ma l’elemento forse più importante è chi occuperà lo scranno più alto della Bce nel 2019. E in prima fila c’è Jens Weidmann. 

Quella di Weidmann sembra attualmente una scelta possibile. La Francia ha già avuto il banchiere centrale (Trichet, ndr), l’Italia anche. Ora la Germania è certamente la favorita. Insomma, è più probabile vedere un tedesco al vertice dell’Eurotower che uno spagnolo o un greco… Weidmann è sempre stato tra i falchi che si sono opposti alle politiche di Draghi. E’ convinto che l’avanzo commerciale tedesco non sia in alcun modo un problema e non pensa che la Germania debba fare qualcosa per colmare gli squilibri interni all’Europa. Da lui non avremmo nessun tipo di aiuto. 

In cosa si tradurrebbe la sua intransigenza?

Si prospetta la fine del Quantitative easing, e la rapidità con cui ciò avverrà è tuttora oggetto di contrattazione. In una situazione congiunturale favorevole, da uno come lui verrebbe la spinta ad una politica monetaria meno accomodante, con tassi d’interesse più alti che potrebbero metterci in seria difficoltà.

Un altro aspetto è come verrà gestita la partita dell’unione bancaria.

La posizione dei tedeschi è che qualunque ipotesi di integrazione bancaria e quindi anche di garanzie sui depositi a livello europeo ha come premessa che le banche si liberino del rischio rappresentato dai titoli di Stato. Per noi vorrebbe dire una maggiore difficoltà nel collocare il nostro debito pubblico, e il rischio del riaprirsi di uno scenario di crisi dei debiti sovrani come nel 2010 e 2011, di fronte al quale non so se Weidmann opterebbe per un nuovo “Whatever it takes”. Comunque non lo farebbe senza imporre rigide condizionalità in termini di riforme strutturali e gestione della finanza pubblica.

Quali ripercussioni avrebbe questa scelta per l’economia e l’occupazione italiana?

Anche tralasciando scenari più pessimistici come quello cui ho appena accennato, il problema di condividere una moneta è che si ha una sola politica monetaria per tanti paesi con situazioni ed esigenze diverse. Weidmann o no, non credo si terrebbero in gran conto le esigenze dell’Italia se, per effetto della ripresa in corso, nel resto dell’Europa dovessero manifestarsi tendenze inflazionistiche. Certo, un tedesco votato al culto della stabilità dei prezzi non aiuterebbe.

(Federico Ferraù)

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