LETTERA/ La commedia semi-seria sull’Italia razzista

- Roberto Locatelli

Nella campagna elettorale in corso, complici anche alcune dichiarazioni politiche, non manca l’allarme sul razzismo in Italia. La lettera di ROBERTO LOCATELLI

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Lapresse

Caro direttore,
nel Paese della continua competizione elettorale siamo a un mese dalle elezioni politiche che, complice l’ennesima legge elettorale cialtronesca, impedirà non solo al popolo elettore di poter scegliere i propri rappresentanti, ma, verosimilmente, non porterà neppure al governo stabile da parte di uno dei tre contendenti, aprendo di fatto all’ennesimo Governo costruito nelle segrete stanze del potere anziché alla luce del sole di inconfutabili risultati elettorali.

Questo è il periodo di maggiore libertà per il cittadino italiano in quanto nessun politico osa neppure proporre leggi, provvedimenti o regolamenti che prevedano più burocrazia o più tasse per cittadini e imprese; anzi, è tutto un profluvio di irrealizzabili promesse tendenti a limare il peso burocratico e fiscale dello Stato a fronte di una maggiore e migliore offerta di servizi, naturalmente a costo zero!

Al netto delle macroscopiche bugie elettorali, si può pertanto godere di un periodo di relativa calma dall’incedere costante dello spremi-agrumi burocratico e fiscale italico. Ma c’è un tema che da decenni è sempre attuale e che, a fronte delle sbandierate promesse di risolvere il problema, non c’è stato verso di venirne a capo: il tema dell’immigrazione.

Non intendo in questo scritto avventurarmi in una presa di posizione tra chi considera l’immigrazione un’opportunità e una risorsa e chi la considera una piaga e una condanna, anche perché tra i lorsignori dell’una che dell’altra parte vi sono solo differenze di facciata, mass-mediatiche: nella sostanza né gli uni né gli altri vivono, patiscono e ragionano in concreto la vita non solo e non tanto dei migranti, ma di chi ha a che fare con loro professionalmente o nella vita civile quotidiana.

Ciò che in questa sede voglio esprimere è la mia convinzione che il popolo, i cittadini italiani, non sono razzisti! Non è nell’indole, nella storia e nella natura italiana l’appartenenza a pratiche e comportamenti discriminatori sulla razza, appartenuti ieri come oggi al tanto glorificato popolo americano, che solo negli anni Sessanta del secolo scorso ha parificato i cittadini bianchi e neri. Questo non significa che alcune persone, politici o meno che siano, non possano considerarsi razzisti, ma che nell’humus culturale e comportamentale del Paese non si respira né si avverte quel razzismo che tanta sofferenza ha visto nei (presunti) civili Stati Uniti d’America, e che ancora oggi ci regala sconcertanti episodi di violenze gratuite.

Nessuno da noi vedrebbe con assoluta normalità locali per bianchi e per neri, oppure scuole per bianchi e per neri, oppure autobus per bianchi e per neri, oppure cinema, oppure chiese o altro ancora, dove la divisione cromatica fosse netta in ogni ambito di vita associativa. Per coloro che non fossero convinti, porto due esempi a supporto della mia tesi. Il primo riguarda quel luogo dove, dopo il Parlamento italiano, maggiormente il “becerume” è elevato a ragione di vita: le curve degli stadi. Lì dell’esito e dell’andamento della partita in corso interessa poco o nulla, individui legati a doppio filo ad ambienti della delinquenza, della politica e della società di calcio di turno guidano e incitano migliaia di persone a “tifare” con cori e slogan, molte volte volgari se non con accenni razzisti.

Ebbene, se un giocatore “di colore” milita nella squadra avversaria, sono boati e ululati al suo indirizzo, mentre se milita nella propria viene incitato e festeggiato in caso di goal! Più che di razzismo, direi che si tratta di ignoranza, di volgarità, che possono persino essere intrinsecamente più gravi dell’accusa di razzismo per un popolo, ma che fatalmente denota come in Italia il razzismo sia più da bar che da politica attiva, sia più di pancia che da forma mentis collettiva. 

L’altro aspetto è legato alla cultura, in senso lato: essere razzista significa discriminare sulla base della razza, sentirsi migliori di qualcuno in base alla provenienza e/o al colore della pelle; ma come si può parlare di cultura razzista in Italia, se siamo un popolo completamente privo di qualsivoglia forma di cultura?! Siamo sistematicamente agli ultimi posti nelle ricerche internazionali per lettura di quotidiani e di libri, siamo al vertice delle ricerche internazionali nei paesi più evoluti per quanto concerne l’abbandono scolastico, l’analfabetismo, abbiamo una percentuale di laureati risibile rispetto agli altri Paesi occidentali.

Il “razzismo” affibbiato ai pochi esponenti politici o alla microscopica minoranza di italiani non poggia su un’impronta culturale salda, frutto di letture specifiche, dal Mein Kampf di Hitler, al Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane del conte Joseph Arthur de Gobineau, o ancora I fondamenti del diciannovesimo secolo di Houston Stewart Chamberlain, ma su vaghe teorie da mezzo-avvinazzato-post-sbornia-da-lambrusco. Da bar, appunto! Come ricordava il Maestro, Indro Montanelli, in una delle sue interviste, in Italia non aveva mai visto cose serie, così è anche questa accusa che alcuni rivolgono ad altri di “razzismo”, ma che, fortunatamente, anche in questo caso si tratta della solita semi-seria commedia all’italiana.

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