CAOS LISTE/ Il ritorno di Napolitano e il golpe contro Renzi

- Anselmo Del Duca

Tutti i leader hanno scelto la via di liste imbottite di fedelissimi, azzerando il dissenso interno. Ma se Renzi scende sotto il 20% gli salta il partito. ANSELMO DEL DUCA

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Giorgio Napolitano (LaPresse)

Le bocce del Pd si sono già fermate. Per quelle degli altri partiti è questione di ore. Ma una prima analisi delle candidature presentate per le politiche del 4 marzo si può già fare, e vale per tutti i partiti maggiori, nessuno escluso. Chi più, chi meno, tutti i leaders hanno scelto la via dell’arroccamento: liste imbottite di fedelissimi, azzerando il dissenso interno. Una scelta che si può spiegare solo con la consapevolezza che la partita vera si giocherà a partire dal 5 marzo, dal momento che nessuno sembra in grado di avere i numeri per governare da solo. E allora poter contare su una schiera di devoti legati a doppio filo al capo partito sarà decisivo per qualunque manovra spericolata sarà consentita dai numeri.

Il caso più emblematico è quello dei democratici. Realisticamente Renzi potrà contare in parlamento su 200 seggi, o poco più, fra Camera e Senato, quasi la metà rispetto a oggi. E così la mannaia è scesa sui parlamentari uscenti, ma è stata più spietata nei confronti delle minoranze interne. Tanto sanguinaria da indurre un Cuperlo a rinunciare. E solo in questo modo è rientrato un De Vincenti, ministro della Coesione territoriale, che si è speso su mille vertenze spinose, a cominciare dall’Ilva di Taranto. 

Fuori anche l’ambientalista Realacci, così come due esponenti di punta della battaglia per i diritti civili, Manconi e Lo Giudice. Ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo. In compenso, seggi sicuri al “giglio magico”, con il caso clamoroso di Maria Elena Boschi, cui sono riservati un collegio uninominale buono, a Bolzano, e ben cinque posti di capolista nel proporzionale, tutti però lontani da quella Toscana divenuta scivolosa dopo il caso Banca Etruria. 

Certo, c’è un po’ di società civile, quel che basta per farsi belli, da Lucia Annibali a Paolo Siani, a Marco Rossi Doria. E tantissimi sono i nomi paracadutati in zone diverse dal proprio territorio di provenienza, o imposti per ragioni di coalizione. Basti pensare a Casini, in corsa a Bologna contro — ironia della sorte — Errani, ottimo presidente Pd dell’Emilia Romagna, ma ora transitato a Liberi e Uguali.

Per fare le liste a Renzi e ai suoi sono servite 48 ore di lavoro ininterrotto che lasceranno ferite profonde. Gli oppositori interni parlano senza mezzi termini di regolamento di conti. L’ultimo sondaggio Ixè segnala il Pd sotto il 22 per cento: se le cose dovessero andare così male (o pure peggio, teme qualcuno) dopo il 4 marzo si aprirebbe una fase in cui tutto è possibile. Secondo alcuni osservatori, infatti, potrebbe persino esserci un tentativo di far dimettere Renzi (per sostituirlo magari con Franceschini), ma non si può escludere neppure un tentativo di rientro dei fuoriusciti ora in LeU, D’Alema e Bersani in testa, pronti a riprendersi il partito che ritengono loro.

Fantapolitica? Si vedrà. Per non correre rischi Renzi ha usato la mano pesante, chiudendosi in un fortino. Avere quasi esclusivamente fedelissimi dovrebbe porlo a riparo da possibili colpi di mano. E gli altri leaders hanno seguito il suo esempio.

Berlusconi ha ormai deciso di lasciare a casa tanti big, Franco Carraro, Andrea Augello e molti altri. Gianfranco Rotondi si è autoescluso prima di essere giubilato. Spazio al partito-azienda: non solo Adriano Galliani, ma anche Pasquale Cannatelli, sino a pochi giorni fa amministratore delegato di Fininvest. E poi il consueto contorno di ex miss, o personaggi del mondo dello sport, come Lotito, presidente della Lazio, o l’ex calciatore Incocciati.

Piazza pulita degli oppositori interni ha fatto pure Matteo Salvini: fuori Fava, Pini e Stucchi. Unica eccezione per Bossi. Ma pulizia pesante è stata fatta anche nelle liste grilline, con buona pace dei voti espressi dalle “parlamentarie”, di cui continuano a rimanere ignoti i risultati. Così gli esclusi non avranno il tempo per fare ricorsi. 

Per giocare la partita del dopo elezioni, però, è utile tenere a mente il monito del presidente emerito Giorgio Napolitano, che stronca chi — come Di Maio — rivendica l’incarico di formare il governo, se il proprio partito sarà il più votato. Napolitano definisce questi scenari fantasticherie, formule senza fondamento costituzionale. Un richiamo che difficilmente è lontano dal pensiero dell’attuale inquilino del Quirinale: l’unico vincolo del capo dello Stato è “dare l’incarico a chi mostri di poter ottenere la fiducia di una maggioranza, poi decide il parlamento”. E questo vale anche per ogni ipotesi di “governo del presidente”, che deve stare ai numeri parlamentari. Di conseguenza è “una totale mistificazione” l’indicazione di candidati premier in questa fase.

Arbitro della contesa, sarà quindi Mattarella. Ma per muovere i primi passi di questa partita il Capo dello Stato attendere di conoscere i numeri del prossimo parlamento. Quelli veri, non quelli dei sondaggi. E di conseguenza è troppo presto per capire come andrà a finire.

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