BERLUSCONI CONTRO PRODI/ Il doppio inganno sull’euro

Ieri Berlusconi ha accusato Prodi di aver svenduto la partecipazione dell’Italia all’euro. Chi ha ragione e chi ha torto? Entrambi hanno gravi responsabilità. SERGIO LUCIANO

03.01.2018 - Sergio Luciano
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Silvio Berlusconi (LaPresse)

Ragazzi incorreggibili: Silvio Berlusconi, classe 1936, e Romano Prodi, classe 1939, sono ancora loro gli sfidanti metaforici della politica italiana sderenata dall’inutile rottamazione renziana, il Peppone di destra e il Don Camillo di pseudosinistra di un Paese flagellato dalla fibrillazione psicomotoria dei grillini e sospeso tra le proposte politiche indecifrabili dei soliti due poli, centrodestra berlusconiano e centrosinistra post-ulivista. Ragazzi incorreggibili, come un varietà televisivo con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia del ’76, l’anno in cui Berlusconi fondava Canale 5 e Prodi veniva nominato presidente della Maserati…

A riaprire la sfida, a dare il primo “ciak” a questo remake — una specie di Rocky 5 — è stato lui, l’inossidabile di Arcore, l’uomo che non potrà ricandidarsi a premier e neanche a parlamentare (a meno di una miracolosa assoluzione della Corte di giustizia europea che appare sempre meno verosimile, se non altro entro i tempi che sarebbero a lui necessari) e non ha indicato chi guiderà il suo schieramento verso Palazzo Chigi, ma lo capeggia, lo ispira e lo anima come se l’unico vero leader fosse lui, e di fatto lo è. Dall’altra parte Prodi, che ha dovuto replicare, per quanto avesse finora cercato, riuscendoci, di restare formalmente neutrale nello scontro politico appena aperto; pur essendo tirato in ballo invano da molti, nel Pd, nella vana speranza di ricompattare la sinistra allo sbando, è rimasto comprensibilmente refrattario a qualunque intervento diretto, astensionista perfino nel giudizio sul divisivo ragazzo di Rignano, che tanti affascina quanti ne disgusta il suo elettorato, ma altrettanto comprensibilmente pronto a difendere il proprio operato, sia quello difendibile sia quello opinabile.

Berlusconi ha accusato Prodi di aver svenduto la partecipazione dell’Italia all’euro: “L’introduzione dell’euro con quelle modalità e a quei valori improvvidamente accettati da Prodi ha dimezzato i redditi e i risparmi degli italiani”, ha dichiarato in un’intervista al Corriere dell’Umbria, da pochi giorni passato sotto la direzione di Franco Bechis. E Prodi ha replicato seccamente, sullo stesso giornale, rigettando l’accusa al mittente: “È surreale che Silvio Berlusconi punti il dito accusatorio sulla gestione dell’introduzione dell’euro. E ci sarebbe da ridere perché fu proprio il suo governo che non volle gestire questa fase come invece avvenne in tutti gli altri Paesi. Il 1° gennaio del 2002, quando la moneta unica fu introdotta, Berlusconi governava da sette mesi e per i 3 anni successivi non ha fatto assolutamente nulla: non istituì le commissioni provinciali di controllo e non impose il sistema del doppio prezzo esposto, in lire ed euro, per le merci in vendita. Questa pessima gestione ha caratterizzato solo il nostro Paese e questo è accaduto unicamente per non scontentare il suo elettorato”. 

Chi ha ragione? A rischio di essere tacciati di cerchiobottismo bisogna dire che un po’ di ragione ce l’hanno tutti e due.

Poiché ad attaccare è stato Berlusconi, iniziamo col dire perché ha torto, e per converso perché ha ragione Prodi. L’ingresso dell’Italia nell’euro era la condizione irrinunciabile per porre l’economia italiana al riparo dai terremoti valutari che periodicamente sconvolgevano i mercati. Se la lira fosse rimasta al di fuori dell’euro, l’Italia sarebbe uscita dalla crisi finanziaria mondiale del 2008 come l’Argentina: a pezzi. Ben peggio di quel che l’è accaduto. Quindi: bravo Prodi (e bravo Ciampi) ad avercela fatta.

Ma in nome di questo rocambolesco “aggancio” all’euro, è stato concesso troppo alle richieste europee? Certamente sì: nulla garantisce però che se Berlusconi fosse stato al governo, avrebbe saputo ottenere di meglio. Di sicuro, si può però dire — e qui ha un po’ di ragione Berlusconi — che Prodi e il suo “mentore” Beniamino Andreatta appartenevano a quel ceto di cattolici rigoristi montiniani che odiavano quel tanto o quel poco di gaglioffo, approssimativo e furbastro che c’è sempre stato nel cliché politico dell’italiano medio, detestavano la politica degli anni Ottanta, che aveva condotto al Caf (Craxi-Andreotti-Forlani) e a Tangentopoli e agognavano il “vincolo esterno”, cioè quella summa di norme istituzionali ed economiche che “costrinsero” l’Italia a diventare un “paese normale”, quale più tardi l’avrebbe invano invocato D’Alema. In nome di questa visione, cedettero su tanti fronti. L’accordo Andreatta-Van Miert — vero passaporto politico per l’Italia nell’euro — impose al nostro Paese una mostruosa campana di privatizzazioni che non aveva avuto l’eguale in Europa (due vittime illustri: Telecom Italia e Ilva) che andarono a vantaggio di un gruppetto di magnati finanziari tedeschi (Deutsche Bank e Commerzbank), francesi, britannici, olandesi e americani. Insomma, svendere abbiamo svenduto, eccome.

Ma poi che ha fatto Berlusconi negli anni dell’introduzione pratica dell’euro nell’economia italiana? Un bel niente di quel che avrebbe potuto. E quanto c’ha messo, nonostante i buoni uffici del suo amatodiato ministro Tremonti, a capire che quel modo di stare in Europa seduti sullo strapuntino era tafazzismo puro? C’ha messo molto, troppo, tutto il primo mandato. Anziché partire assai prima con le rivendicazioni espresse nel governo 2008-2011, ha fatto finta di niente. Anche se…

Anche se proprio Prodi, nell’intervista recentemente rilasciata al giornalista Roberto Napoletano per il suo libro, ha rilasciato un commento molto lusinghiero — certo, involontariamente — per il Berlusca: “La mia sensazione è che (Prodi riferisce un suo ragionamento del 2011, ndr) i mercati vogliano far pagare a Berlusconi anche la posizione italiana a favore di Putin, di Gheddafi e della stabilità iraniana. Si tratta di una scelta di campo giusta per tutelare l’interesse nazionale e io la condivido, ma ha scatenato le mire francesi sulla Libia, l’interesse tedesco per la partnership con i russi che ci danneggia, l’insofferenza americana per un’alleanza storica che reputano tradita. Purtroppo è un dato di fatto che, alla fine, l’errore della guerra della Libia lo paghiamo noi… “.

Come dire: quando Berlusconi è stato proficuo patriota, durante il secondo governo, l’ha pagata. Ma in fondo, anche Prodi l’ha pagata, la sua più recente “conversione” a una visione meno integralista dell’euro e delle logiche politiche dell’Europa germanocentrica: “Il 3% di tetto al rapporto deficit-Pil — ha detto in una recente un’intervista al Quotidiano nazionale — ha senso in certi momenti, in altri sarebbe giusto lo zero, in altri il 4 o il 5%. Non è stupido che ci siano i parametri come punto di riferimento” (in una precedente, celebre ma provocatoria uscita pubblica aveva detto, al contrario, “I parametri di Maastricht sono stupidi, ndr): “È stupido che si lascino immutati 20 anni”. L’ha pagata perché l’alta euroburocrazia, dopo averlo avuto presidente della Commissione europea, non l’ha più voluto tra i piedi. Sarà un caso?

Dunque in sostanza i due vecchi ragazzi incorreggibili sono meno distanti tra loro di quanto li abbia fatti essere per una vita la divergenza di cultura, formazione, storia personale, relazioni e valori — ma soprattutto la somiglianza caratteriale: due ego ipertrofici, convinti di non aver sbagliato mai! 

La vera amarissima chiosa di questo battibecco tra vecchio pollame sta tutta, appunto, in un dato anagrafico. L’Italia è stata sballottata per un buon quinquennio di retorica rottamatrice, e ha dovuto sorbirsi un’invasione di quarantenni, per ritrovarsi oggi col bel risultato di avere una classe di giovanotti pretendenti al potere privi di identità, valori e mordente, salvo un eterno revanchista quarantatreenne (tra una settimana) incapace di defilarsi, incapace di moderarsi, incapace di ricostruire sugli errori e salvo un trentaduenne avellinese che sbaglia i congiuntivi e non ha mai lavorato in vita sua. Bella soddisfazione.

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