DIETRO LE QUINTE/ Bonino & co., il nuovo partito “illuminato” che non piace in Vaticano

- Nicola Berti

E’ passata da sinistra a destra, dall’aborto al Papa, è entrata nei governi e fa parte dell’Open Society di Soros. Cosa sta pensando di fare davvero Emma Bonino? NICOLA BERTI

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Emma Bonino (LaPresse)

Nel clima sospeso di inizio anno — a camere appena sciolte e a liste non ancora compilate — è naturale che il “caso Bonino” trovi molto spazio sui media: anche più dell’allarme dell’Osservatore Romano sul “rischio instabilità” in Italia dopo il voto del 4 marzo. 

La più antica e fedele sodale di Marco Pannella rimette ora alla prova un alterno giudizio storico: un misto di rispetto personale e ammirazione politica, non scevri di seri interrogativi sui fini e sui modi di un singolare professionismo politico. E’ una storia — quella dei radicali d’antan di cui Emma Bonino è ultima esponente — che tiene assieme Leonardo Sciascia e Ilona Staller, cortei in piazza e tecnocrazia Ue, battaglie laico-libertarie di ogni specie e una convenzione statale simil-Rai per Radio Radicale, “contratti di schieramento” con il centrodestra del primo Silvio Berlusconi e successive “candidature a perdere” come quella di Francesco Rutelli alla testa del centrosinistra. E mentre Pannella spendeva i suoi ultimi scioperi della fame per la questione carceraria o per l’eutanasia, Bonino mancava nel 2013 l’elezione in Parlamento, lasciava correre volentieri il suo nome come possibile successore di Giorgio Napolitano al Quirinale e poi entrava egualmente nella stanza dei bottoni del ministero degli Esteri del governo Letta. Da lì nulla ha obiettato all’espulsione dall’Italia della moglie e della figlia di un dissidente kazako. Fa parte attualmente del Global Board dell’Open Society Foundation del finanziere George Soros, peraltro molti anni dopo l’uscita del libro-inchiesta Pannella & Bonino Spa del giornalista Mauro Suttora. Sul suo profilo wikipedia spiccano foto con Giovanni Paolo II nel 1986 ma anche alla manifestazione “No Vatican No Taliban” del 2007. Non manca una recente photo-opportunity con l’ex segretario di Stato Usa, John Kerry.

Questo personaggio — spesso quanto controverso, abile quanto spregiudicato nel muoversi fra “alto” e “basso” e fra “destra” e “sinistra” della politica italiana e internazionale del vecchio secolo e del nuovo — sta mettendo da settimane sul banco degli imputati il ministro dell’Interno Marco Minniti. Il quale dovrebbe accettare di cambiare ad personam le regole elettorali che fissano in 25mila firme il minimo per la presentazione di una lista alle elezioni politiche. Ma non è diverso il pressing sul Pd di Matteo Renzi: che mostra di resistere — per ora — alla perentoria offerta di apparentamento da parte di +Europa, corredata di una richiesta di posti sicuri in lista ben più importante del prevedibile richiamo di voti. Nel frattempo Bonino, in apertura di campagna, ha fatto perdere lievemente l’aplomb al primo commentatore politico italiano: “La frattura fra Bonino e il Pd, se definitiva, potrebbe spingere i radicali e altre forze liberali a proporre una vera alternativa ai partiti in campo”, ha scritto Stefano Folli su Repubblica, prospettando “una lista davvero autonoma, senza apparentamenti, che chiede il voto per una politica liberal-democratica, fuori dai compromessi”.

Non è chiaro se Folli guardi un po’ nostalgicamente alle esperienze di Pri e Pli nella Prima Repubblica (patria degli stessi radicali storici) oppure al consolidamento del “macronismo” dalla Francia verso altri Paesi-guida della Ue. Certo, ieri ha colpito — sulla stessa Repubblica — un ampio retroscena sui contatti fra Bonino e figure come gli ex premier Giuliano Amato e Letta (che ha poi diffuso una precisazione-distinguo) e il suo ex ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, presidente designato di UniCredit . Sul quotidiano romano, d’altronde, ieri, non mancava una veloce inchiesta sulle preferenze di voto dei cosiddetti “poteri forti” (“o quasi”, secondo la revisione di successo da parte di Ferruccio de Bortoli): l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, quello francese delle Generali Philippe Donnet, e il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia (non insensibile, si dice, al possibile richiamo di una candidatura liberal-riformista). Anche in questo veloce “esperimento giornalistico in provetta” è evidente la classica insoddisfazione di alcuni establishment per i partiti o equivalenti del 2018. Ed emerge una voglia — non nuova — di contenitori politici capaci di spezzare nella qualità piuttosto che nella quantità il quadro politico del dopo voto: un tempo tipicamente dominato dalla contrapposizione geo-politica fra Dc ed Pci, oggi ri-articolato fra forze ormai tutte, in fondo, un po’ “anti-sistema”. Di sicuro mezzo secolo fa a recitare il ruolo di “mosche cocchiere” c’erano leader come Ugo La Malfa o Giovanni Malagodi, appoggiati direttamente da Mediobanca, allora il potere più forte di tutti. Vedremo se e come se la caverà Bonino, mezzo secolo dopo aver conseguito una laurea di prammatica alla Bocconi.

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