SCENARIO/ La vera campagna elettorale comincia il 4 marzo

- Gianluigi Da Rold

Tra le attuali forze politiche, tutte già “sfiduciate”, si stanno svolgendo schermaglie di prova di uno scontro più grande che avverrà solo dopo il 4 marzo. GIANLUIGI DA ROLD

Palazzo_Chigi_Lapresse
Palazzo Chigi (Lapresse)

La sensazione è che si svolgano tra le attuali forze politiche italiane (quelle verso cui i cittadini nutrono una sfiducia valutata intorno all’85 per cento) una sorta di schermaglie di prova, quasi un torneo di preparazione alle vere elezioni politiche che si terranno dopo quelle del 4 marzo già in calendario. 

Insomma, il 4 marzo sarebbe una sorta di banco di prova, in preparazione di un’autentica campagna elettorale che porterà, probabilmente con regole nuove, a un regolamento di conti, speriamo in modo costruttivo, per gli anni a venire.

Al momento ci si addestra con l’ottimismo della volontà e una serie di dichiarazioni evanescenti, dannunziane, immaginifiche. 

I pentastellati continuano a varare una serie di nuovi “codici etici” e celebrano le “parlamentarie”, neologismo che dovrebbe indicare le primarie per i seggi in Parlamento. Avanzano anche la proposta di alcune convergenze con altre forze: che abbiano scoperto la politica? 

I grillini per alcuni sono il ringiovanimento della democrazia, con i due mandati, i regolamenti etici, i soldi in tasca contati, magari un vincolo di mandato a dispetto dell’articolo 67 della Costituzione, la democrazia diretta. Secondo i fan del comico e alcune comparse accademiche televisive sarebbe la nuova strada per il rinnovamento della democrazia. Qualcuno, giustamente, prega: Dio ce ne scampi e liberi. Ma il pericolo è incombente. Tuttavia c’è in giro tanta superficialità e ignoranza democratica in questo Paese, che al momento tentennano solo i monumenti funebri di alcuni grandi rappresentanti democratici della vecchia Inghilterra.

Poi c’è Emma Bonino, mitica figura di disobbediente a scarto intermittente, che raccoglie firme in attesa di un accordo o disaccordo con il Partito democratico. Secondo un’indiscrezione dell’informatissima Repubblica (180mila copie a stento) ci sarebbe stato un pranzo postnatalizio tra Amato, Enrico Letta, Bonino e l’astuto Fabrizio Saccomanni, il prossimo presidente di Unicredit. E’ quest’ultimo, come sempre lucidissimo e banalissimo, che pone la domanda chiave: ma se non trovi l’accordo, Emma, vince Berlusconi. 

Ecco come si immagina il grande collegamento che esiste tra la classe dirigente e il paese reale. Tra una forchetta di percentuali che va dall’85 per cento al 70, è condensata tutta la sfiducia, la disillusione, il rancore, che gli italiani hanno per i partiti, il parlamento, il governo, le amministrazioni regionali e locali, per i servizi pubblici. Il Presidente della Repubblica fa un augurio a Capodanno di circa dieci minuti dove pone due problemi su tutti: la necessità di creare lavoro e (non lo dice in questi termini ma lo fa capire) un’implorazione: per favore andate a votare.

Da questo pericoloso cortocircuito di disillusione, rancore, indifferenza e assenteismo, la panacea dovrebbe essere quella dei “codici etici” e dell’accordo tra Bonino e Matteo Renzi, o comunque di un nuovo segretario del Pd. C’è da rimanere sbalorditi di fronte a tanta superficialità. Speriamo di sbagliare alla grande, ma leggendo queste schermaglie da principianti di votazioni in un oratorio e accostando il tutto alla serie infinita di dichiarazioni e promesse fatte a destra e a manca in questo periodo, ci sembra di vivere in un bel film di Roger Vadim del 1967: “Tre passi nel delirio”.

Attenzione, accanto all’impossibilità di immaginare una maggioranza che possa vincere le elezioni, arrivano già valanghe di  promesse: da Matteo Salvini l’eliminazione della legge Fornero, con una flat tax al 15 per cento; da Berlusconi un reddito di dignità oltre a una flat tax al 25 per cento; dai pentastellati il reddito di cittadinanza e altri interventi di “solidarietà costrittiva” (tipo pensioni d’oro). Altri si sbizzarriscono in bonus di vario tipo e promettono le solite “ripartenze” a razzo, con investimenti e coordinamenti con l’Europa non pensando quasi mai ai problemi attuali. E neppure accorgendosi di un apprezzamento dell’euro che potrebbe creare seri problemi nel campo delle esportazioni. In sostanza ci vorrebbero circa 150 miliardi per realizzare uno di questo programmi. E chissà dove andrebbero a prenderli.

Non si comprende bene se i motivi di discussione a destra o sinistra siano dovuti a programmi diversi o piuttosto solamente a piazzare il meglio possibile più parlamentari possibili, in questa gigantesca “prova del 9” che sono alla fine le prossime elezioni del 4 marzo.

In effetti, nel campo delle alleanze e delle possibili maggioranze si vive nella più grande incertezza possibile, nel campo delle promesse elettorali scambiate per impegni, si vive in una sorta di giostra paesana che una volta smascherata riprodurrà ancora più disillusione e rancore.

Persino il discorso di Mattarella, sparagnino e prudente, tutto improntato a un invito alle forze politiche nel segno della concretezza, è già stato disatteso in queste ore e chissà quali nuove sortite ci riserverà questa campagna elettorale lunga due mesi.

Alla fine, realisticamente, guardando anche alla situazione europea e internazionale, il 4 marzo si rivelerà con tutta probabilità solo il passaggio di prova di un gigantesco “sondaggio” per vedere come si potrà aggiustare, nel giro di qualche mese, questo paese che sembra aver perso una sua identità, nonostante tutte le rassicurazioni di facciata.

E’ da un nuovo governo Gentiloni, che seguirà al vecchio governo Gentiloni, che si dovrà realisticamente mettere mano ad alcune regole fondamentali, pensare a come assicurare governabilità e stabilità al Paese. Ma soprattutto riacquistare credibilità verso un’opinione pubblica che sembra arrivata al limite di ogni possibile sopportazione.

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