ELEZIONI 2018/ Partiti e legge elettorale, il pasticcio che inguaia la democrazia

- int. Roberto Bin

Si andrà a votare sotto la minaccia dell’astensione, che se risultasse vincente affosserebbe tutti i partiti. Per salvarli e per salvare la politica servono le primarie. ROBERTO BIN

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L'Aula del Senato (LaPresse)

L’esortazione del Capo dello Stato a recarsi alle urne contenuta nel discorso di fine anno la dice lunga sulla preoccupazione che serpeggia nelle stanze del Colle più alto. Una vittoria dell’astensione sarebbe il de profundis per una legislatura nata sotto il segno dell’incertezza, fin dalla costruzione della maggioranza parlamentare che dovrà esprimere un governo. La responsabilità è sui partiti che hanno voluto la nuova legge elettorale e gli italiani lo hanno ormai capito. L’effetto, a suo modo paradossale, è che Mattarella li ha esortati a votare una classe politica il cui ultimo lascito parlamentare è stata un sistema elettorale, il Rosatellum bis, che pare fatto apposta per produrre incertezza e instabilità. L’intera classe politica è sgretolata, senza più nessun collante, dice il costituzionalista Roberto Bin. E le colpe sono innazitutto del Porcellum, la legge elettorale con la quale in Italia si è votato nel 2006, 2008 e 2013. Una legge (voluta dal centrodestra berlusconiano per impedire alla sinistra di governare) che ha trasformato tutti gli eletti in battitori liberi e il Parlamento in una fabbrica di cattive leggi. E adesso? Secondo Bin, nell’Italia del post-Porcellum, la via per ricostruire la politica può passare solo dalle primarie regolate per legge.

A che cosa siamo di fronte, professore?

Innanzitutto ad una classe politica mediocre. Né si vedono novità all’orizzonte. Non lo sono i 5 Stelle, che sono semmai un grande o forse solo un piccolo punto di domanda. Più che una forza politica cui affidare il rinnovamento di un paese, sono mera ma giustificata protesta, e non appena tentano di strutturare proposte queste si rivelano inconsistenti. Ma non c’è solo la bassa qualità del personale politico. 

Cos’altro?

L’intera classe politica è sgretolata, poco rappresentativa e molto, troppo litigiosa.

Da che cosa dipende questa situazione?

Quello che vediamo è il frutto del Porcellum. E’ lì che nasce il problema, perché quella legge è stata fatta dal centrodestra (nel 2005, ndr) per impedire alla maggioranza di centrosinistra, che secondo tutte le previsioni avrebbe vinto le politiche nel 2006, di governare, dato che al Senato non avrebbe comunque avuto la maggioranza. Il senso della “porcata” era questo.

Ma perché il Porcellum è stato così deleterio?

Perché quella legge ha pervertito il senso della politica. Basta pensare al premio di maggioranza abnorme attribuito alla Camera al partito più votato — e su questo è intervenuta la Corte costituzionale. Il vincitore apparentemente aveva in mano il potere, ma nella realtà non era così perché il Senato, dove il premio era attribuito su base regionale e sulla base di soglie diverse rispetto alla Camera, avendo una maggioranza diversa risultava ingovernabile. Ma se la legge elettorale non consente di creare una maggioranza coesa di governo, e se i partiti nel frattempo hanno perso la loro tenuta politica nella società, che significa avere iscritti, sezioni locali, una dirigenza, da tutto ciò si possono facilmente desumere le premesse del quadro odierno.

Vada avanti.

Non essendoci una maggioranza netta, ognuno dei senatori ha finito per essere decisivo per la tenuta del governo e questo ha sgretolato l’appartenenza politica. Ogni eletto, prima al Senato e poi anche alla Camera, si è sentito titolato ad agire in proprio, come rappresentante di se stesso e non più del partito che lo aveva fatto eleggere. Questo ha introdotto spaccature più o meno profonde in tutti i fronti politici.

Uno smembramento generale senza più nessun collante.

Senza più nessun collante che non fosse l’antipatia per Renzi, perché alla fine di questo si è trattato. O meglio: prima, della simpatia per lui come sospirato segno di innovazione — e questo spiega il risultato delle europee 2014 — e poi dell’antipatia.

Cosa pensa del modo in cui Renzi ha tentato di superare la crisi?

La proposta di Renzi di per sé aveva un senso: trovare un accordo con le altre forze politiche principali, Forza Italia e M5s, per fare una riforma istituzionale, eliminando il Senato e introducendo un nuovo sistema elettorale, l’Italicum. M5s non ci è stato, e l’accordo con Berlusconi ha finito per fare la fine di tutti gli accordi stretti con Berlusconi. 

Ed è rimasto l’Italicum.

L’Italicum non era poi una legge così delinquenziale, poteva funzionare e forse la Corte costituzionale ha fatto male a dichiararla illegittima. Però così sono andate le cose e ci siamo trovati nella situazione di avere, unico paese al mondo, due camere con gli stessi poteri, elette con due sistemi elettorali diversi e per di più non voluti dalla politica ma dai giudici costituzionali. 

Con quale risultato?

Un Parlamento che non è stato più in grado di fare nulla, come dicevamo all’inizio, se non sotto minaccia del Governo.

Un Parlamento illegittimo?

No, questo non è vero, perché è stato legittimato dalle urne. Un Parlamento fatto però da politici personalmente delegittimati, che quando sono stati eletti non rappresentavano altri se non i partiti che li avevano candidati. Il Porcellum voleva proprio questo, che le candidature fossero determinate dai vertici dei partiti. Si ricorda di Corradino Mineo?

Lasciò il gruppo parlamentare del Pd per aderire al gruppo misto dopo avere votato contro la riforma costituzionale, nel 2015.

Lui e gli altri come lui avrebbero dovuto dimettersi da parlamentari, invece di restare in Parlamento a rappresentare la propria coscienza, perché chi ha dato loro un seggio è stato il partito che li ha candidati. Invece tutti costoro sono diventati battitori liberi, hanno cambiato casacca e dato luogo a una situazione di immoralità totale. Questo ha costretto i governi Renzi e Gentiloni a mettere la fiducia su tutto e a fare cattive leggi.

Perché secondo lei?

Perché il Parlamento è fatto in tanta parte di gente priva di ogni capacità personale. I parlamentari hanno approvato leggi di cui nessuno ha discusso seriamente. Quando la Bonino grida allo scandalo sulla gestione delle firme finge di non sapere ciò che legge elettorale dice in modo chiarissimo. Ma quella legge chi l’ha approvata? La Bonino non è in Parlamento, ma Della Vedova sì: dov’era Della Vedova quando si votava la legge elettorale? (Della Vedova ha votato la fiducia al Rosatellum bis, ndr).

Perché i politici non sanno più fare il loro mestiere?

Perché i partiti si sono sgretolati. E le scuole di partito non ci sono più, né le loro sezioni territoriali.

Non trova che anche nel Rosatellum i leader dei partiti garantiscano il seggio a chi vogliono loro?

Sì ma attenzione. Che i partiti abbiano il compito di scegliere i candidati e che questa sia loro responsabilità e prerogativa è un fatto ineliminabile. I candidati devono venire dai partiti, così è ovunque.

Avremo ugualmente un Parlamento di nominati.

L’espressione “nominati” è sbagliata. Diciamo designati. Chi decide i candidati? La risposta, nelle democrazie di tutto il mondo, è: i partiti. Il problema che lei ha sollevato, cioè il fatto che sale chi sta alla corte del principe, è legato a questo, ma è aggravato dalla qualità del personale politico, leader compresi. Dovranno essere i partiti a decidere con metodi loro, si spera pubblici e in Italia ancora non lo sono, come designare i candidati: con le primarie, con l’estrazione a sorte o in altro modo, ma trasparente. 

Quindi le preferenze non sono l’alternativa mancata al sistema elettorale con il quale voteremo il 4 marzo.

No, non lo sono. Le preferenze non esistono in nessun paese del mondo e in Italia le abbiamo abrogate con un voto popolare (referendum del 1991, 96 per cento di Sì, ndr). E giustamente, perché le preferenze turbano le elezioni nel loro significato. I partiti hanno la responsabilità di candidare i loro candidati preferiti, gli elettori quella di scegliere tra una proposta e l’altra.

Come influire sulla scelta allora?

Non con le preferenze, semmai con le primarie, che sono un’altra cosa. Negli Stati Uniti i partiti stabiliscono le norme delle primarie e ogni stato federale ne fa norme di quello stato, sindacabili davanti a un giudice. Sono la via migliore per portare la legalità nei meccanismi di scelta dei candidati.

L’elettore andrà al seggio e sceglierà da chi farsi rappresentare. Sarà realmente libero di scegliere, secondo quanto previsto dalla Consulta nel 2014?

Assolutamente sì, perché la Consulta non ha detto che la libertà di voto è salvaguardata dalle preferenze, ha detto che nei collegi non si possono candidare così tante persone da non stare nemmeno nella scheda elettorale, per cui l’elettore alla fine non sa per chi vota. Avremo un candidato nell’uninominale e dai 4 ai 6 candidati nel prlurinominale. Risulterà tutto visibile. 

Però il voto nell’uninominale determinerà anche l’elezione dei candidati al proporzionale: contro la volontà dell’elettore, perché l’effetto è doppio.

Era già così al Senato con il Mattarellum, che oltre a prevedere due sistemi diversi per Camera e Senato, alla Camera consentiva il voto disgiunto. Ma era questa l’anomalia, l’idea che uno voti per un partito all’uninominale e per un altro al proporzionale. Questo aumenta in teoria la possibilità di scegliere la persona, ma l’effetto è quello di rendere più instabile il sistema. 

Per quale motivo?

Perché rende possibile la formazione di una maggioranza come effetto del voto uninominale e di un’altra maggioranza come effetto di quello proporzionale.

Veniamo alle coalizioni. In realtà più che coalizioni sono cartelli, apparentamenti, con l’effetto che la vera competizione è con il proprio alleato per avere più voti di lui, mentre dopo il voto nulla vieta di tenersi le mani libere. Chi ha prodotto questa situazione?

La storia italiana dei governi di coalizione. Siamo sempre stati governati da coalizioni perché abbiamo sempre avuto un sistema politico frammentato e incapace di creare maggioranze solide. Anche i governi Dc erano di coalizione, ma tra correnti, senza contare che anche la Dc ha avuto bisogno dei voti non suoi. In Italia il programma non si discute mai seriamente, punto per punto come si fa in Germania: da noi le coalizioni sono solo formazioni elettorali, organizzate per vincere e per spartirsi i ministeri. Dopodiché inizia il calvario che si è visto puntualmente dal ’94 in poi. Questo segna un punto a favore dell’Italicum come era stato pensato all’inizio.

E perché?

Perché la sua filosofia non era basata sulle coalizioni ma sulle liste unitarie. Un’idea politicamente più forte.

Dove la lista vincente era però premio-dipendente.

Ma messa in condizione di governare. L’elemento debole stava semmai nell’entità del premio; anche se l’Italicum non è stato bocciato dalla Consulta per questo, ma per la cattiva costruzione del ballottaggio, più attinente ad un sistema presidenziale che ad uno come il nostro.

(Federico Ferraù)

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