SPILLO/ Il doppio pegno dell’Unità e lo Strapaese del “politically correct”

- Gianni Credit

Mentre i giornalisti dell'”Unità” chiedono e ottengono il pignoramento della testata, “Repubblica” fa un bello scoop che qualcun altro non riesce ad afferrare. GIANNI CREDIT

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New York (Foto Riro Maniscalco)

I giornalisti dell’Unità chiedono e ottengono il pignoramento della testata fondata da Antonio Gramsci, lasciata andare alla deriva dal Pd e quindi affondata nei debiti: compresi quelli verso i giornalisti. Su Repubblica, intanto, Michele Serra si scomoda nel dopo-Capodanno per rispondere a Tom Wolfe che — intervistato dalle stesse pagine culturali del quotidiano — ha emesso una condanna definitiva per il politically correct, categoria da lui stesso coniata mezzo secolo fa. La prima notizia non è uno scherzo: neppure fra San Silvestro e la Befana. La seconda sembra invece un gioco di società vacanziero, ma alla fine non lo è: soprattutto se accostata alla prima.

L’agonia dell’Unità è troppo lunga e sgradevole da ri-raccontare. Anche per chi non l’ha mai pensata come il suo partito-editore, anche per chi è portato facilmente a fare un fascio con tutto ciò che è diventato obsoleto sul piano giornalistico e politico alla svolta fra ventesimo e ventunesimo secolo, il vuoto lasciato dalla sua scomparsa è ancora percepibile. Molto bene hanno fatto i giornalisti a chiedere di poter rilevare la testata, esercitando un doppio pegno: economico e giornalistico. E sarebbe un errore se — come si legge fra le ipotesi — destinassero la testata pignorata alla vendita coattiva. Molto meglio sarebbe se, ridivenuti proprietari della “loro” testata, s’impegnassero a rilanciarla, con gli strumenti del ventunesimo secolo: il digitale, il crowfunding, le media partnership e quant’altro. 

Jeff Bezos, mister Amazon, ha speso 400 milioni di dollari per la testata della Washington Post e paga sostanzialmente in affitto la redazione: Bob Woodward e Carl Bernstein — che dalla Post cacciarono Richard Nixon con il Watergate — sono ancora vivi e professionalmente vegeti, ma quella stagione è definitivamente consegnata a un film di Steven Spielberg, in arrivo anche in Italia. Oggi c’è un’altra Post, che allora nessuno avrebbe immaginato. Continua a fare la fronda all’inquilino repubblicano della Casa Bianca, anche se per ragioni completamente diverse. E anche se ogni giorno gli analisti di Wall Street si chiedono quali e-sinergie Bezos rimugina fra gli e-giornalisti del Post e gli e-facchini di Amazon.

Negli anni del Watergate e dei Pentagon Papers — quelli in cui editrice-magnate della Post era l’ultra-liberal Kathy Graham — lo scrittore newyorkese Tom Wolfe utilizzava per la prima volta l’espressione “politically correct”: in un bozzetto satirico su una cena del direttore d’orchestra Leonard Bernstein. Una cena conclusa da un fund-raise per le Black Panther. I rich and famous della Grande Mela si tassavano per finanziare la più famosa organizzazione estremistica afroamericana, partorita dalle rivolte dei campus americani e dall’attivismo di Martin Luther King e Malcom X. Wolfe ha rinarrato l’episodio nel corso di un’intervista rilasciata al francese Le Figaro e riproposta da Repubblica nel primo numero 2018. 

“Avevo ragione io, il popolo tradito dai radical-chic”. “Il politicamente corretto doveva evitare il predominio, è invece diventato un’arma delle classi dominanti”. Un titolo forte, in prima pagina, su una testata del progressismo europeo, all’inizio dell’Anno Secondo dell’era-Trump. Ma è appunto un quotidiano di levatura internazionale che si rivela tale con scelte coraggiose, che guardano anzitutto alla levatura di coloro cui si aprono le pagine: e Wolfe, da quegli anni 70, si è confermato un testimone letterario assoluto della vita americana (il suo Falò delle vanità del 1987 ha avvertito al primo istante quello che sarebbe accaduto a Wall Street e dintorni globali nei successivi vent’anni). 

Perché preoccuparsi se un concorrente — nella fattispecie Il Giornale per la penna di Nicola Porro — rilancia subito l’intervista in chiave parodistica? Repubblica avrebbe messo a nudo il fallimento del proprio humus politico-culturale, forse non accorgendosene neppure. No, Repubblica non ha indugiato neppure un istante nel post-panettone, ha subito messo sul tavolo un’intervista a cinque stelle, di gran contenuto e valore anche perché pubblicata da e su Repubblica. Il giornalismo, il confronto politico e culturale mediato attivamente dal giornalismo è questo: off-line od on-line. E se il Giornale ha replicato con un riflesso alla fine un po’ scontato, è forse caduto in una trappola: in quella di chi fatica a mettere in discussione i “falò delle vanità” divampati anche nei dintorni della sua proprietà e parte politica.   

Peccato che tre giorni dopo (ieri) sia uscita su Repubblica una pagina auto-riparatrice — banale e seriosa — firmata da Michele Serra, guru della sinistra politicamente corretta/radical-chic. Un prendere-carta-e-penna che voleva essere contro il Giornale — in una guerricciola elettorale strapeasana — ma ha mirato forzatamente Wolfe. Il quale, ovviamente, non apprenderà mai della fondamentale polemica partita dalla cellula bolognese del politicamente corretto italiano. E chissà mai se il botta e risposta domestico sposterà voti o quanto meno pensieri: fra la sinistra “sdraiata” di Serra e un centrodestra ben poco animato dagli spirits profondi e vincenti nell’ultima sfida americana fra Trump e Hillary Clinton. 

Ovviamente non ci può essere  tempo o spazio — nel 2018 — per nostalgie dei duelli fra Fortebraccio sull’Unità e Indro Montanelli, fondatore del Giornale. Però non sarà male se i colleghi dell’Unità insisteranno a scuotere a modo loro — in modo politicamente scorretto — le molte cattive acque dell’editoria giornalistica nazionale.

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