DIETRO LE QUINTE/ Chi muove lo spread punta a svendere l’Italia

Torna lo spread: dopo Tria e Draghi, ora è Ignazio Visco a dare l’allarme. Ma lo spread non è un indicatore oggettivo, bensì una tecnica di governo. E a governarlo è la Bce

01.11.2018, agg. il 02.11.2018 alle 04:09 - int. Alessandro Mangia
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Mario Draghi (LaPresse)

Attenti allo spread. E’ questo il messaggio nuovamente recapitato all’indirizzo del governo, che per i mittenti ha un solo significato: cambiate la manovra. Ma stavolta l’allarme spread nasconde un’incognita in più, e non solo per le conseguenze gravi che si avrebbero sulle famiglie, come ha ammesso ieri il governatore di Bankitalia Ignazio Visco alla Giornata del risparmio. Il problema è che se si arrivasse a picchi superiori per un tempo prolungato si creerebbero tutte le condizioni per una scalata del sistema bancario italiano a prezzi di saldo.

Ricapitoliamo. Venerdì scorso, al termine del board della Bce, Draghi invita il governo a comportarsi bene, in modo da ridurre lo spread. Anche Visco ieri fa altrettanto, con in più l’appoggio di Mattarella, che lega la “effettiva sovranità” del paese al rispetto dei vincoli di bilancio. “L’allarme di Visco sullo spread”, apre il Corriere di oggi. Dunque ricomincia la danza, ma tutto sta nell’individuare il direttore d’orchestra. Questa volta è in gioco la sopravvivenza stessa del paese, secondo Alessandro Mangia, ordinario di diritto costituzionale alla Cattolica di Milano. Vediamo perché, cominciando proprio dallo spread.

“Si fa passare l’idea che lo spread sia un indicatore oggettivo delle valutazioni che vengono fatte dai mercati — spiega Mangia — cioè dagli acquirenti dei titoli di Stato, sulla base di due presupposti: la loro perfetta razionalità e la loro neutralità, l’idea che non ci siano interessi che guidano l’acquisto e la vendita dei titoli”.

E invece?

Si ricorda come è cominciata la crisi istituzionale del 2011? Con la svendita da parte della Deutsche Bank di 7 degli 8 miliardi di Btp che deteneva e la comunicazione dell’operazione solo a fine luglio. Lo spread prese il volo e determinò una serie di conseguenze che apparvero chiare nel novembre di quell’anno.

Le dimissioni di Berlusconi e l’arrivo del “salvatore” Mario Monti.

Salvo poi dimenticarsi, grazie a Corriere, Stampa e Repubblica, che nonostante a Palazzo Chigi ci fosse il governo del “fate presto”, lo spread non scese praticamente mai sotto 300 punti, rimanendo normalmente tra i 4 e i 500 punti. Il 24 luglio 2012, all’antivigilia della dichiarazione di Draghi pronto a fare “tutto ciò che è necessario” per salvare l’eurozona, era a 530.

Questo cosa significa?

Il governo Monti è la prova evidente che non sono le politiche dei governi a determinare le oscillazioni dello spread, ma le decisioni della Bce, che sono decisioni tutte politiche. Si può dire, come dice Monti, che senza il suo governo non ci sarebbero state le condizioni affinché Draghi potesse intervenire come è intervenuto. Ma bisognerebbe dirgli che questa non è una gran difesa. Semmai prova soltanto che a governare lo spread sono gli acquisti della Bce e non l’azione dei governi. E che la Bce si muove solo se i governi nazionali fanno i bravi e praticano quelle politiche che a Francoforte vengono ritenute opportune.

“Fanno i bravi” non le sembra un’espressione troppo sbrigativa?

Si può usare il termine più nobile di “disciplinamento” ma la sostanza non cambia. Noto solo che “disciplinamento” è la traduzione letterale di Disziplinierung che, da solo, dice tutto. E’ l’altra faccia della dottrina dell’indipendenza delle banche centrali.

Perché l’altra faccia?

in Italia si predica dai tempi di Andreatta che le banche centrali devono essere indipendenti dalla politica per potere imporre disciplina di bilancio, ma si dimentica di dire che in questo modo a dipendere dalla banca centrale finiscono con l’essere i singoli governi nazionali, che vengono finanziati nella misura in cui si conformano alle politiche ritenute auspicabili dal finanziatore. L’architettura istituzionale europea, in fondo, è tutta qui. E l’unità dell’Unione si risolve nell’ossequio ai desiderata del finanziatore di ultima istanza.     

In conferenza stampa dopo l’ultimo board, Draghi ha lasciato intendere che è l’incertezza rappresentata dall’Italia e dalla sua manovra a rialzare lo spread. Savona gli ha replicato dicendo che abbassare lo spread è compito suo. Di che cosa stiamo parlando?

Di due concezioni completamente diverse del ruolo della Bce. Per Savona la Bce deve preoccuparsi di mantenere un certo allineamento tra i rendimenti dei titoli di Stato dei diversi paesi aderenti all’euro, perché se questo disallineamento si verifica in forme troppo accentuate il giocattolo che la Bce è chiamata a governare è destinato a rompersi. Per Draghi — e, non dimentichiamocelo, per il board che presiede, visto che Draghi, nonostante quel che dicono i giornali, non è un sovrano assoluto — la Bce ha evidentemente un altro compito, quello apparentemente neutrale di garantire il rispetto dei trattati. Ma attenzione, perché la Bce tutto è, meno che un soggetto istituzionalmente o politicamente neutro.

Qual è dunque in questa cornice istituzionale il ruolo dello spread?

Quello di essere un indice che viene manipolato da quella manciata di investitori istituzionali che decidono se comprare o vendere i titoli di uno Stato in quantità, diciamo così, politicamente rilevanti, scommettendo sul rialzo o sul ribasso. E che viene diretto dal compratore di ultima istanza — la Bce — nei limiti delle regole che questa si è data, e che solo all’apparenza escludono discrezionalità sui tempi e sul volume degli interventi sul mercato secondario. Lo spread è fondamentalmente una tecnica di governo, solo una delle tante possibili nei confronti della riottosa maggioranza al potere in Italia.

Le altre tecniche quali sono?

La pressione mediatica della stampa “autorevole”, la cosiddetta “quality press”, e di tutti coloro che, dal pulpito che gli è stato assegnato, aiutano la gente a capire “Che tempo che fa”. Per costoro lo spread non sarebbe altro che l’effetto oggettivo delle pulsioni “sovraniste” di chi governa, destinato a salire pericolosamente nella misura in cui l’Italia trasgredisce la curva di rientro del deficit prevista dal pareggio di bilancio.

Una regola prevista dai trattati europei. Che ci sono e vanno rispettati.

Questo è un modo sbagliato di porre la questione, perché equipara i trattati a leggi eterne e oggettive, mentre i trattati non sono altro se non la codificazione di certi principi di politica economica. Tant’è vero che vietano certe politiche e ne impongono altre, impermeabili al voto popolare. Per capirci: dopo la riforma dell’art. 81 della Costituzione, per come viene letto, chiunque governi ha il divieto formale di praticare determinate politiche anticicliche. Farlo è semplicemente incostituzionale! E allora si capisce che i trattati sono serviti a rendere fuorilegge politiche di espansione in deficit, anche quando queste politiche sarebbero più che ragionevoli alla luce della teoria economica.

Quali sono gli effetti di questa operazione?

In questo modo i trattati trasformano un problema di politica economica in un problema di legalità formale e consentono di chiamare “rispetto delle regole” scelte politiche autodistruttive, come questi anni di crisi dovrebbero averci ampiamente dimostrato.

Ieri, in occasione della Giornata mondiale del risparmio, il governatore Ignazio Visco ha invitato a non abbassare la guardia sulle “conseguenze gravi di un prolungato rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato” su banche e famiglie, evidentemente causato dallo spread.

Questo, a mio modo di vedere, è il cuore del problema, anche più delle sorti che avrà la manovra del governo.

Si spieghi, professore.

Di fatto i maggiori acquirenti di titoli del nostro debito pubblico sono state le banche italiane, tant’è vero che la quota di debito in mano estera si è drasticamente ridotta rispetto al 2011. Ma se quei titoli vengono improvvisamente deprezzati dalle indipendenti e obiettive agenzie di rating che conosciamo, il risultato è che quelle banche si trovano ad avere in pancia un obbligazionario che si deprezza di colpo. Diventano, tutto d’un tratto, sottocapitalizzate nonostante gli sforzi di questi ultimi anni, il valore delle loro azioni si abbassa, e diventano facilmente scalabili dall’esterno.

E se lo spread sale il governo non c’entra.

No, perché lo spread è governato innanzitutto dagli acquisti sul mercato secondario della Banca centrale italiana, come parte del sistema europeo delle banche centrali.

Torniamo alle banche.

L’aumento dello spread è senz’altro un espediente che mira a “disciplinare” il governo italiano nella sua apparentemente dissennata politica di bilancio, ma se la situazione si incancrenisse e si arrivasse a picchi ben superiori ai presenti per un periodo di tempo sufficientemente lungo si creerebbero tutte le condizioni per una scalata del sistema bancario italiano a prezzi di saldo. E’ chiaro che, a quel punto, persa l’indipendenza di ciò che resta del sistema bancario italiano, l’Italia non esisterebbe più e tornerebbe ad essere un’espressione geografica. Tenga poi conto che banche in crisi sono banche che rallentano l’erogazione di credito; e un’erogazione di credito rallentata metterebbe sotto pressione anche il sistema imprenditoriale che da quel credito dipende, per alzare tutte le mattine la saracinesca e continuare a produrre.

E questa la “manovra” che conta?

Pensare male è sbagliato, ma a volte aiuta. E’ un tema di cui sarebbe meglio parlare pubblicamente. Aiuterebbe a fugare i dubbi e forse a prendere le decisioni.

Quali dovrebbero essere in un periodo così delicato le contromosse del governo, tra commissione, Bce, spread e timori per le banche?

Una sola, direi: resistere sulle scelte fatte che sono sostanzialmente corrette, anche se la spesa avrebbe potuto essere calibrata su settori a più alto moltiplicatore — tipo edilizia e infrastrutture — rispetto a quelli che saranno toccati dal reddito di cittadinanza. Il nodo banche comunque è delicato anche per un altro motivo: facendo pressione via spread sulle banche italiane, è ragionevole aspettarsi che siano le stesse banche italiane a fare pressione sul governo, fino a determinarne la crisi. Di certo non mancherebbe loro il supporto della “quality press”. Credo che molto dipenderà dalle prossime elezioni americane di midterm.

Quale sarebbe l’incidenza di questo fattore?

La maggioranza dei governatori che siedono nel board della Fed sono governatori scelti dalle precedenti amministrazioni democratiche. Una stabilizzazione della maggioranza di Trump in Senato renderebbe la Fed molto più sensibile ai desiderata della presente amministrazione di quanto non sia stata finora. Ed è evidentemente interesse dell’amministrazione Trump che l’Europa esca dalla trappola dell’austerity, della sindrome della bassa crescita e del surplus commerciale tedesco di questi ultimi 10 anni. Che non è solo surplus della Germania verso gli altri stati europei, ma anche e soprattutto surplus dell’Europa verso gli Usa.

Ci lasci indovinare…

Pensiamo esattamente la stessa cosa. Non ci vorrebbe molto, se si volesse, a controllare dall’esterno l’acquisto di titoli di Stato italiani per controbilanciare l’inerzia disinteressata della Bce, soprattutto se si considera che la Fed i dollari per un eventuale acquisto di calmieramento non se li deve andare a prendere a prestito, ma se li stampa in casa nella quantità che desidera. Non so se rendo l’idea. E tenuto conto che i volumi di scambio sono tutt’altro che elevati non ci sarebbe nemmeno bisogno che fosse la Fed ad intervenire: basterebbe qualche grosso investitore istituzionale sensibile alla moral suasion dell’amministrazione americana.   

I risparmi delle famiglie rappresentano un elemento di forza che va accuratamente tutelato” ha detto ieri Mattarella. “Esso, unito all’equilibrio dei bilanci pubblici, è condizione essenziale dell’esercizio della effettiva sovranità del Paese”. Come commenta, alla luce di quel che s’è detto, questa dichiarazione?

Mi preoccupa, viste le voci che girano fuori d’Italia su una patrimoniale che l’Italia dovrebbe imporre sulle ricchezze depositate in banca dai suoi cittadini come una forma di auto-commissariamento per risolvere il problema del debito pubblico. Mi astengo poi dal commentare l’idea che perché ci sia “esercizio di effettiva sovranità” si debbano applicare meccanicamente i trattati, perché che cosa siano i trattati mi sembra di averlo già detto. Mi limito ad osservare che probabilmente al Quirinale sono rimasti fermi allo scorso maggio e al discorso che ha preceduto i tre giorni del quasi-governo Cottarelli. Tre giorni, vale la pena ricordarlo, di ottovolante in borsa e sul mercato dei titoli di Stato su cui non si è ancora fatta sufficiente chiarezza.

(Federico Ferraù)