SPILLO/ Sovranisti attenti, comincia la “resistenza civile” della banda torinese

- Nicola Berti

“Repubblica” passa all’azione e chiama autorevolmente alla nuova resistenza contro il fascismo. Con qualche contraddizione qua e là, ma che importa?

Gustavo Zagrebelsky
L'ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky (LaPresse)

1. L’assassinio del commissario Luigi Calabresi — padre dell’attuale direttore di Repubblica — è considerato dall’ultima commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e sulle stragi il primo omicidio degli “anni di piombo”. La verità processuale — “in giudicato” da molti anni — dice che fra i mandanti dell’omicidio vi fu Adriano Sofri, direttore di Lotta Continua. Nel giugno 1970, dopo l’archiviazione delle indagini su Calabresi per la morte dell’anarchico Pinelli dopo Piazza Fontana, su Lotta Continua si leggeva che “noi di questi nemici del popolo desideriamo la morte”.  

Quando Calabresi cadde era il maggio 1972. Poche settimane prima le Brigate rosse, alle prime azioni, avevano sequestrato e fotografato con una pistola alla tempia un ingegnere della Sit-Siemens, dove operava un nucleo originario delle Br. Nel gennaio successivo, sempre a Milano, un raid negli uffici dell’Unione cristiana imprenditori e dirigenti a scopo di caccia a liste di futuri nomi-obiettivo venne rivendicato come inizio di una  nuova lotta contro “il fascismo in camicia bianca”. Il salto di qualità del sequestro Sossi e dei primi omicidi “ufficiali” (due attivisti missini di Padova) arrivarono del 1974.

Le Br — a cui sono attribuiti 85 omicidi, il più noto dei quali è stato quello di Aldo Moro — avevano una delle loro radici più profonde nel retaggio della guerra partigiana. Una linfa non solo politico-sociale: come ha raccontato il leader-fondatore Alberto Franceschini, nato in una famiglia partigiana di Reggio Emilia, alcuni vecchi mitra sequestrati in un covo Br provenivano direttamente dai vecchi arsenali partigiani, occultati dopo il 1945 in attesa di una ripresa della lotta armata per vendicare la “Resistenza tradita”.

2. Ieri sulla prima pagina di Repubblica spiccavano due articoli. L’editoriale del costituzionalista Gustavo Zagrebelsky — fin dal titolo e poi per un’intera pagina all’interno — era un appello e una giustificazione giuridico-politica per l’uso della “disobbedienza civile” a fini di contrasto del “fantasma del fascismo”. Particolarmente mirata è parsa la polemica contro i colleghi cattedratici di diritto della Costituzione: questi ultimi starebbero colpevolmente “tacendo” di fronte all’instaurazione “di fatto”, nel Paese, di un “regime” che a Zagrebelsky appare in contraddizione con i dettami della Costituzione democratica in vigore. Quindi forme di “resistenza civile” (così nel titolo in prima) avrebbero una loro pur eccezionale legittimità, laddove la Costituzione sarebbe stata tradita e la democrazia disattivata da un nuovo fascismo, quello che — con tutta evidenza nell’editoriale — starebbe ispirando l’azione del governo Conte in carica. 

L’intervento di Mario Calabresi — inusualmente “di spalla” per un direttore — prende invece spunto dal caso del rapimento di Silvia Romano in Kenya per stabilire una distinzione fra italiani “idealisti” e italiani che stanno polemizzando per l’uso (probabile) di risorse fiscali per pagare un riscatto ai rapitori della volontaria italiana. Italiani che mettono a disposizione la loro giovinezza e spesso la loro vita, comunque le loro capacità unite ai loro sogni per andare ad aiutare i diseredati del mondo “in casa loro” versus gli italiani che “in casa loro” quei diseredati vorrebbero che restassero tali. E magari sono quegli italiani privilegiati che se ne stanno — scrive Calabresi — “sul lago di Ginevra” (dove vive e lavora Edoardo De Benedetti, figlio di Carlo e fratello di Marco, attuale presidente di Repubblica, ndr), oppure “a Park Avenue” (luogo della storica residenza newyorchese della famiglia Agnelli, tuttora grande azionista di Gedi, ndr).

Nel merito la polemica giornalistica sul “neo-indifferentismo” italiano sta dividendo quelli che — come Repubblica — lo fanno risalire al “neo-cattivismo” populista giunto ora al governo in Italia e quelli che, invece, ne incolpano vent’anni di neo-liberismo selvaggio, di ideologia egemone della “competizione globale fra lupi”, pur rivestita di tutti i mantra del correttismo politico. Fra gli “idealisti” vi sono comunque anche i giornalisti che si battono contro “le tentazioni del nuovo potere”, cioè la sua pretesa volontà di “liberarsi della stampa”: lo ricordano le pagine 10 e 11 della stessa edizione di ieri di Repubblica. Che ha chiamato a raduno oggi (ieri, ndr) a Roma tutti i giornalisti italiani per ascoltare sul tema, oltre allo stesso Calabresi, l’ex direttore Ezio Mauro e Lucia Annunziata, Roberto Saviano e altri testimonial come la scrittrice Michela Murgia, che ha recentemente messo a punto un elaborato “fascistometro”.

3. Siamo curiosi di vedere quanti costituzionalisti italiani si sentiranno pungolati dalla vigorosa denuncia di un decano: e gli risponderanno sul punto scientifico. Siamo davvero di fronte a un pericolosissimo caso costituzionale di “forza normativa del fatto”?

Saremmo altrettanto curiosi di leggere — magari già nell’abituale editoriale domenicale di Repubblica — qualche postilla da parte del Fondatore. Eugenio Scalfari appartiene con lo stesso Zagrebelsky all’esclusivo club degli intellettuali “azionisti” che ha sempre avuto a Torino il suo baricentro. Un “tempio” a custodia sacerdotale della democrazia repubblicana articolato fra l’università di Norberto Bobbio e la casa editrice Einaudi, le memorie del partigiano Johnny e il bagliore lontano di lune e falò nelle Langhe della “Repubblica di Alba”. La stessa Torino del procuratore Giancarlo Caselli che combatté le Br (che lì uccisero il vicedirettore della Stampa Carlo Casalegno) prima di andare a lottare contro la mafia in Sicilia. La stessa Torino di centri sociali che da anni “resistono” alla Tav in Val di Susa. Non solo a parole: ultimamente anche con il voto (democratico) che ha licenziato il sindaco Piero Fassino e issato in municipio Chiara Appendino, figlia di un industriale torinese (come Agnelli e De Benedetti) ma attivista di M5s. Cioè del partner politico di maggioranza del governo presunto “neofascista” insediatosi dopo il voto (democratico) del 4 marzo.  

Non siamo invece affatto curiosi di verificare, fra qualche mese o anno, se la campagna di Repubblica a favore di una “nuova resistenza civile” sfocerà in nuovi anni di piombo e di sangue. 

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