IL CASO/ Perché lo Stato deve mantenere i giornaloni “liberi”?

“Bisogna trovare risorse suppletive sul mercato” ha risposto ieri Conte a chi lamentava il taglio (finalmente) dei fondi all’editoria

29.12.2018, agg. il 30.12.2018 alle 21:06 - Nicola Berti
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (LaPresse)

A una domanda sul taglio dei fondi per l’editoria nella manovra 2019, durante la conferenza stampa di fine anno, il premier Giuseppe Conte ha risposto: “La carta stampata sta perdendo terreno nelle vendite. Se un soggetto non si muove sul mercato sulle proprie gambe, si sarà sempre dipendenti da finanziamenti. Bisogna ingegnarsi per trovare risorse suppletive sul mercato”.

Una risposta lapalissiana, che naturalmente non è piaciuta alla Fnsi, che ha nuovamente accusato il governo di attentare alla libertà di stampa e quindi di minare la democrazia. Ovviamente neppure il giornalista di Radio Radicale che ha incalzato Conte sulla riduzione progressiva dei fondi speciali da sempre riservati all’emittente fondata da Marco Pannella ha gradito sentirsi rispondere: “E’ un sacrificio che è imposto a tutti quanti. In questa esperienza di governo c’è una sensibilità e orientamento che muove da lontano, portato avanti da M5s senza intento punitivo, per sollecitare le imprese editoriali a stare sul mercato”.

Nel Q&A organizzato dall’Ordine dei giornalisti sono stati citati per nome il Manifesto e Avvenire fra le testate a rischio per la riduzione dei fondi pubblici per l’editoria.

Fin qui la cronaca, che per un giornalista non è facile commentare quando tanti colleghi sono alle prese con crisi aziendali, licenziamenti annunciati, contratti di solidarietà e cassa integrazione, tagli retributivi, scenari sempre più preoccupanti per la previdenza di categoria. Non è neppure facile elaborare posizioni obiettive su una testata nativa digitale come IlSussidiario.net, particolarmente esposta alle dure dinamiche concorrenziali di chi fa giornalismo solo sulla rete. Proprio una start-up di editoria digitale come IlSussidiario potrebbe essere tentata di accodarsi a chi preme sul sottosegretario alla Presidenza Vito Crimi perché dia seguito ai ripetuti preannunci riguardo lo spostamento delle provvidenze pubbliche verso le iniziative innovative.

E’ tuttavia davvero difficile contestare Conte nelle sue affermazioni “lapalissiane”: anzitutto perché il primato del mercato e del privato è il verbo politico-culturale che l’editoria giornalistica italiana professa quasi all’unisono da almeno un quarto di secolo. Non a torto: era nell’Italia fascista che la stampa dipendeva strettamente dalla presidenza del Consiglio, dal suo budget e dalle sue veline. Era nella prima repubblica che le commistioni d’interesse fra Stato, partiti politici, banche pubbliche e industria consociativa si traducevano in proprietà e finanziamenti opachi nel settore della stampa. E’ stato nella seconda repubblica che — per la prima volta nella loro storia — i media italiani sono stati gestiti come business e hanno consentito profitti importanti per gli editori e migliorato sensibilmente le compensation per i giornalisti. Ed è sul mercato che stanno Il Fatto Quotidiano o IlSussidiario o decine di altre (alcune sono sopravvissute, altre no). 

E’ sul mercato finanziario che in questi anni tutti i grandi editori nazionali hanno via via condiviso un modello proprietario da manuale: Cairo Communication e Rcs, Gedi, IlSole 24Ore, Monrif, Caltagirone Editore, Mondadori, Mediaset sono tutte società quotate in Borsa (ha annunciato l’approdo al listino anche Il Fatto Quotidiano). Tutte o quasi contano su un azionista di riferimento che spicca nel capitalismo finanziario nazionale: Intesa Sanpaolo, Confindustria, le famiglie Agnelli, De Benedetti, Caltagirone, Berlusconi. In misura diversa, tutti i gruppi condividono oggi situazioni di crisi: ma non è diverso in altri Paesi. La rivoluzione digitale pone a tutti sfide grandi e molteplici: dimensioni, competenze, investimenti. Sfide che riguardano imprese private: da ultimo probabilmente anche la società democratica, che però è cosa diversa dallo Stato e se è matura provvederà da se stessa.

Perché lo Stato dovrebbe intervenire a favore di questi gruppi e di questi investitori? E sono questi e solo questi — oltre alla Rai — i capisaldi della democrazia mediatica in Italia? E perché il servizio pubblico di diffusione radiofonica dell’attività parlamentare è affidato per diritto quasi acquisito a una singola emittente? Conte ieri non ha fatto altro che riproporre queste domande, alle quali un governo legittimato da un voto democratico sta dando le risposte politiche di sua competenza.

Possono essere, sono certamente risposte sgradite ai giornalisti e ai loro editori. Però nessuno a Londra, nel cuore della più antica società liberale del pianeta, ha lamentato pericoli per la libertà di stampa quando il Financial Times è stato ceduto dopo più di un secolo dalla britannica Pearson alla giapponese Nikkei. Nessuno — tanto meno i giornalisti del quotidiano finanziario, puntualmente citato in Italia come bibbia — ha chiesto l’intervento dello Stato: neppure quando la nuova proprietà ha messo mano a costi e fondi pensione. Né in America qualcuno si è sorpreso che il Washington Post prima e Time poi siano finiti sotto il controllo dei nuovi giganti della Silicon Valley: tutti hanno invece salutato la vitalità della democrazia finanziaria d’Oltre Atlantico. Neppure in Francia, in questi giorni, si odono echi di proteste perché un miliardario ceco tratterebbe l’acquisto del 49% di Le Monde: testata simbolo del gauchismo sessantottino. La quota sul tavolo, d’altra parte, appartiene a un banchiere d’affari e si è formata nel 2012, quando il giornale era sull’orlo del fallimento e la storica cooperativa dei giornalisti ha dovuto uscire di scena dando spazio a capitali privati.

l’Italia non è comunque all’anno zero: Espresso-Repubblica e Stampa si sono fusi già due anni fa e proprio alla vigilia di Natale i giornalisti hanno siglato un accordo sindacale di ridimensionamento retributivo per favorire la ristrutturazione e il rilancio. La netta opposizione democratica condotta dalle testate al governo gialloverde ha dato anzi occasione per un fundraising supplementare. Rcs tre anni fa era in situazione pre-fallimentare: dopo l’avvento di un imprenditore editoriale come Urbano Cairo, il gruppo è stato riorganizzato ed è tornato a generare margini. Altri gruppi, certamente, appaiono in ritardo.

Spicca in questi giorni la crisi terminale dell’agenzia AskaNews, di cui è azionista di controllo Luigi Abete, ex presidente di Confindustria e da decenni presidente di Bnl. E’ contro di lui, infatti, che i giornalisti stanno duramente polemizzando: non senza tuttavia lamentare mancati supporti dal Dipartimento per l’Editoria a favore delle agenzie. Ma i fondi erano stati stanziati e suddivisi (con gara europea) dai precedenti governi di centrosinistra. E Luca Lotti, braccio destro di Matteo Renzi e titolare della delega all’editoria anche nel governo Gentiloni, aveva apertamente sollecitato le agenzie di stampa nazionali a fondersi per dar vita a due soli soggetti. Ansa, Agi, AdnKronos, Il Sole 24 Ore Radiocor, MF Dow Jones, AskaNews, Dire, Il Velino: nessuno si è mai fuso con nessuno, nessuno ci ha neppure provato. Nel frattempo, nell’Italia 2018 non sembra più esserci spazio per alcuna forma di assistenzialismo editoriale.

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