LARGHE INTESE, NO/ 2. Perché preparano la vittoria di M5s

- Ugo Finetti

Berlusconi e e Renzi si preparano a riproporre in Italia uno schema che già all’estero ha fatto cilecca, da Berlino a Bruxelles, scatenando le forze antisistema. UGO FINETTI

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Luigi Di Maio (LaPresse)

Che senso ha mettere al centro della campagna elettorale i fatti di Macerata? Ma davvero — nei giorni in cui sono in corso “atti di guerra” contro l’Italia con la marina militare turca che blocca la piattaforma Eni verso Cipro e Vienna che annuncia il passaporto austriaco per gli abitanti dell’Alto Adige e mentre continua la fuga dall’Italia, dalla Fiat a Italo, delle aziende — si pensa che sia una buona idea mettere in scena per il 4 marzo un braccio di ferro su, da un lato, l’incubo della macelleria nigeriana e dall’altro l’incubo del fanatico neofascista? Il cadavere fatto a pezzi di Pamela Mastropietro è per Salvini la “prova” che Gentiloni va sostituito e pr altri il Luca Triani con la svastica tatuata è la “prova” che il centrodestra non deve governare. 

Forse sarebbe meglio prendere più sul serio il travaglio della Spd di fronte alla riedizione della Grosse Koalition in Germania, e infatti si ipotizzano per il dopo 4 marzo con molta leggerezza (come nell’assemblea Assiom Forex di banchieri e operatori finanziari di sabato) riedizioni di governi di “larghe intese”. Quel che preoccupa i socialdemocratici tedeschi non sono “capricci” o “estremismi”, ma il fatto che con le “larghe intese” che durano per un’intera legislatura scompare la dialettica tra i due poli — popolare-moderati e socialista-progressista — e l’inevitabile spazio di opposizione diventa la culla di nuovi movimenti di protesta, estremisti e naturalmente antieuropeisti. 

Il problema centrale e sottovalutato è che in un arco di tempo relativamente breve è venuto meno il bipolarismo in Europa con effetti negativi. Il campanello d’allarme era già suonato con le elezioni europee del 2014, ma non è stato colto da Bruxelles (e dall’Italia) che, da allora, non ha fatto che peggiorare la situazione con la Commissione Juncker che è la più mediocre della storia dell’Unione e una guida tedesca della Merkel sempre più egemone e ottusa (portando l’Ue a rimorchio di Obama come nel caso dell’Ucraina: accerchiare la Russia in cambio di trasformare i paesi ex comunisti in un Commonwealth tedesco). A loro volta i palazzi governativi sembrano perdere il controllo della vita nazionale e il grigio consociativismo Ppe-Pse di Bruxelles si traduce in un’Unione europea sempre più immobile e declinante. 

Il venir meno del bipolarismo è la causa dello squilibrio europeo e certamente è la sinistra a essere il polo più vulnerabile soprattutto in Italia con il centro-destra che malgrado tutti gli “acciacchi” di Berlusconi è quasi al 40 per cento.

Sicuramente avvantaggia la destra — e il M5s — la “guerra civile” a sinistra, il vedere, su gravi fatti di ordine pubblico come quelli di Macerata, presidenti di Camera e Senato litigare con il ministro degli Interni e, a loro volta, i ministri dividersi per fare campagna elettorale in ordine sparso guardando ognuno al proprio tornaconto personale e al proprio collegio.

E inevitabilmente è al segretario-padrone del Pd che si presenta il conto. Certamente nella nottata della formazione delle liste Matteo Renzi ha dimostrato di essere nel Pd il solo “gallo nel pollaio”: non esistono alternative di leadership e anche in caso di sconfitta elettorale sarà inamovibile. Sul piano del confronto elettorale ha però sulle spalle un anno in cui dopo la sconfitta referendaria è rimasto il perno della vita politica non più come promessa di rinnovamento, ma come dominus della “palude”.

“Renzi e i suoi” (titolo delle “veline” mandate quotidianamente ai giornalisti) non si sono ripresi dalla sconfitta referendaria perché incapaci di qualsiasi riflessione critica, fermi a un surreale culto della personalità: sempre con il 40 per cento in tasca e i bonus come asso pigliatutto. A Renzi va certo riconosciuto il merito di aver rappresentato l’unico serio tentativo di reagire alla caduta del bipolarismo e allo sbandamento derivante dal partito di Grillo. Ma oggi in campo elettorale non c’è tanto la sconfitta in un referendum sull’antipatia personale, si tratta del fatto che Renzi da un anno non è stato più capace di rilanciare una nuova promessa di rinnovamento. Nel 2014 aveva superato il 40 per cento perché ritenuto una speranza di fronte all’avventurismo grillino e alla frantumazione berlusconiana. Anche gli 80 euro avevano avuto un effetto positivo non tanto per il loro specifico contenuto, ma in quanto erano il segno che era finito il tempo della “vacche magre” e si credeva che la crisi fosse in via di superamento. 

Che Renzi oggi si presenti con un bilancio negativo è dimostrato da come lo stesso segretario del Pd ha trattato i casi Boschi e Mogherini.

La Boschi — che è stata per tre anni la “bandiera” delle riforme istituzionali e che si è difesa su Etruria come “parlamentare-ministro del territorio” — è diventata per Renzi polvere da nascondere sotto il tappeto: candidata non ad Arezzo, ma in Alto Adige dove non è certo il simbolo della “rottamazione” e cioè con l’elezione affidata a un altro partito — la para-democristiana Svp — che da decenni ha il monopolio del potere locale.

Federica Mogherini, che nel 2014 è stata l'”investimento” di Renzi nel successo nelle elezioni europee, eletta vice-presidente della Commissione europea con l’incarico di Alto Rappresentante per la politica estera, è stata messa alla porta da Renzi senza mai una motivazione pubblica. Da anni è scomparsa dai radar del Nazareno e di Palazzo Chigi. Persino nella manifestazione “europeista” Renzi si è presentato circondato dalle parlamentari europee del Pd, ma senza la Mogherini. In sostanza con Renzi per la prima volta l’Italia non ha avuto nessuno nella Commissione europea e l’unica voce che si leva quando l’Italia è attaccata — come è accaduto recentemente da Moscovici — chi reagisce non è la Mogherini messa da Renzi, ma Tajani messo da Berlusconi.

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