IL SUD GIÀ E NON ANCORA/ Costabile e il voto di sfiducia del Mezzogiorno

Si avvicina il voto e può essere utile riascoltare le parole del poeta calabrese Franco Costabile, capaci di descrivere il rapporto tra Sud e politica. SABATINO SAVAGLIO

25.02.2018 - Sabatino Savaglio
Costabile_Franco_web
Franco Costabile (1924-1965)

La campagna elettorale in vista delle elezioni di domenica prossima, nella sua stanchezza di fondo, in cui nulla lascia presagire l’emergere di un governo stabile, rappresentativo e con una visione e un programma credibili, nelle zone più povere del Sud mostra ancora più evidenti che nel resto del Paese i suoi connotati nichilisti e privi di speranza. L’esito quasi certo è quello che si vada verso un voto di rabbia, populista e senza prospettive: se si ritiene che non ci si possa aspettare nulla di buono dalla politica, allora si preferisce contribuire a ribaltare il tavolo, in una sorta di “muoia Sansone con tutti i filistei”.

Tornano in mente i versi di Franco Costabile, poeta calabrese che fu molto amico e stimato da Giuseppe Ungaretti. Nel 1950 Costabile, descrivendo una Calabria sempre uguale raccontava di povertà e arretratezza “ce n’è di donne scalze e senza pane a raccogliere frasche a vendemmiare“, della solita protervia mafiosa “ce n’è di caporioni sotto il sole di fichidindia e pistole lucenti“, delle raccomandazioni anche per emigrare “Ce n’è – di lettere di parroci – per Roma, – di passaporti – sogni americani e concludeva: “Qui tutto – è come prima, – tranne voi, – onorevoli, governatori, – voi, amici, – Leonardi da Vinci – della Cassa del Mezzogiorno” (in Ce n’è di paesani – raccolta “La rosa nel bicchiere”).

Quello di Costabile è un meridionalismo realista, molto descrittivo delle cose concrete, in qualche modo in rottura rispetto al meridionalismo storico dominante in quell’epoca (siamo nell’immediato dopoguerra) caratterizzato troppo spesso da un tardivo rivendicazionismo contro l’Unità d’Italia, con complicate pretese risarcitorie o addirittura da un neoborbonismo nostalgico che ancora oggi trova dei timidi seguaci.

È vero quanto descritto nella relazione “Sussidiarietà e… giovani al Sud”, dodicesimo Rapporto annuale della Fondazione per la Sussidiarietà, l’immagine di un Sud tutto assistenzialismo e immobilismo clientelare non corrisponde alla realtà: c’è un desiderio di crescere e imboccare vie dello sviluppo nei frequenti tentativi di costruzione sociale, culturale, economica. Così come c’è un Sud non disomogeneo rispetto al resto del Paese, in “debito d’ossigeno sul fronte dell’education, cioè dei veri investimenti strutturali sui giovani e quindi sull’economia della conoscenza”. Un investimento sulla conoscenza che possa essere reinvestito anche localmente e non ridotto a creare competenze destinate a dare i loro frutti fuori da questa terra; cosa che, d’altronde, avviene per tutto il Paese e anche su questo è stato il Mezzogiorno, in quale modo, a contagiare il resto d’Italia.

Si può parlare, e si parla, di tutto: pari opportunità per tutti, riduzione delle diseguaglianze socio-economiche, minori tasse e allo stesso tempo maggiori prestazioni sociali, diritti, sicurezza e legalità insieme a una giustizia giusta, ma sono tutti corollari, a volte tra loro contraddittori, rispetto a una reale esigenza di crescita e di sviluppo. La rappresentazione elettorale del mondo politico, rispetto a questa necessità, sembra essere assolutamente inadeguata.

Questo Sud era riconosciuto anche da Costabile quando ne “L’ultima uva” scriveva “È stanca questa terra … di aspettare, aspettare, aspettare … Che volete ancora?“, raccontava di una continua sofferenza dettata dalla povertà e da uno Stato avverso “Ha veduto i suoi figli – morire di dissenteria, – partire da emigranti, – andare ammanettati” e rivendicava la necessità di una crescita educativa, “Mai nessuno – che un giorno al balcone – le abbia parlato – di un vestito – di un bel paio di scarpe, – le abbia spiegato – in confidenza – come si prepara una tavola, – qui il coltello, – qua il cucchiaio, – la forchetta“.

Costabile è attualissimo, quando critica in modo netto la classe politica di ieri come quella di oggi “Non venite a bussare – con cinque anni – di pesante menzogna”.

I commenti dei lettori