10 DOMANDE A…/Amato (PdF): con noi 1000 euro alle mamme, via le unioni civili e il Jobs act…

- int. Gianfranco Amato

“Jobs act da rivedere, abrogazione di unioni civili e biotestamento, più investimenti per una sanità di qualità che si prende cura di tutti”. Le risposte di GIANFRANCO AMATO

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Al Circo Massimo durante il Family Day del 30 gennaio 2016 (LaPresse)

Da una parte, “metteremo sul tavolo l’abrogazione della legge Cirinnà, della legge sul testamento biologico, la revisione integrale del Jobs act; dall’altra, abbiamo studiato tre coperture per finanziare la madre di tutte le nostre proposte: il reddito di maternità, 1.000 euro al mese per le mamme italiane che decidono liberamente di dedicarsi ai figli. Perché la famiglia deve tornare al centro, come impresa domestica e pubblica”.

Gianfranco Amato, segretario nazionale del Popolo della Famiglia, rispondendo alle dieci domande del sussidiario, punta forte sulla novità costituita dal partito nato dal Family day. Sugli altri temi? Tutela forte del made in Italy, separazione netta tra accoglienza degli immigrati e cittadinanza, una sanità sganciata da logiche meramente economiche, valorizzazione dell’economia della felicità. E dopo il voto? “Il PdF serve a invertire la rotta culturale intrapresa da centrosinistra e centrodestra e a fare da pungolo”.

La rincorsa alle promesse facili riguarda tutti i partiti. A quanto ammontano gli impegni di spesa che il suo partito mette in campo e come pensa di coprirli?

Noi non facciamo promesse demagogiche, proposte utopistiche senza copertura. Tenga presente che molte delle nostre proposte programmatiche si tradurranno in Parlamento in proposte di legge. Da una parte, metteremo sul tavolo l’abrogazione della legge Cirinnà, della legge sul testamento biologico, la revisione integrale del Jobs act; dall’altra, abbiamo studiato tre coperture per finanziare la madre delle nostre proposte: il reddito di maternità, 1.000 euro al mese per le mamme italiane che decidono liberamente di dedicarsi ai figli, in modo tale che il lavoro torni a essere una libera scelta e non una condanna, una schiavitù obbligata. Il reddito di maternità costa molto meno del reddito di cittadinanza, che alimenta l’assistenzialismo e il parassitismo: baseremo i suoi introiti sul dirottamento dei fondi oggi usati per finanziare l’Unar, istituzione ideologica e di parte che vogliamo cancellare, e sulla formulazione di progetti europei per 45 miliardi di euro stanziati per i prossimi sette anni, incentrandoli sulla famiglia naturale, finanziando, appunto, il reddito di maternità.

Ritiene che i provvedimenti che hanno avuto effetti positivi sull’economia reale vadano comunque mantenuti? Quali sono secondo lei gli effetti del Jobs Act e di Industria 4.0?

Il Jobs act va rivisto integralmente. Vede, per noi il vero profitto è il capitale umano, la dignità del lavoratore, l’economia per l’uomo e non l’uomo per l’economia. La flessibilità non vuol dire precarietà. E le tutele e garanzie per i lavoratori vanno rimodulate alla luce della flessibilità. Oggi il Jobs act droga il mercato del lavoro con finti contratti stabili, a tutele crescenti. Sbagliato, le tutele devono esserci subito. È come promettere in un matrimonio la fedeltà a partire dal quarto anno di rapporto. Noi vogliamo rendere realmente stabili i contratti, reintrodurre l’articolo 18, nei casi opportuni, e ridurre al minimo i casi di licenziabilità.

Un tema rilevante riguarda l’Europa: ha senso dichiararsi sovranisti senza se e senza ma, oppure difensori altrettanto acritici di un assetto “guidato” da Germania e Francia? Come rimettere in primo piano gli interessi dell’Italia?

Non ha senso dichiararsi sovranisti, né europeisti mistici e acritici. Sono categorie false e manichee. Anzi, il mito globalista, dell’apertura indiscriminata a tutti, del cittadino del mondo, del cosmopolitismo, e la reazione sovranista, il nazionalismo, la chiusura verso tutti, sono posizioni paradossalmente speculari, si alimentano vicendevolmente. Il tema vero è rimodulare le politiche di integrazione, di gestione dei flussi migratori con la salvaguardia delle identità storiche, culturali, nazionali e della stessa identità europea, ricordando che la Ue ha preferito ignorare le radici cristiane nel preambolo della sua Costituzione, partendo unicamente dalle radici illuministe, tagliando e cassando millenni di storia. Una scelta ideologica. L’Europa si fonda sulle cattedrali. Noi siamo per una ridefinizione sostanziale dell’impianto europeo: libera associazione di Stati nazionali, indipendenti e sovrani, in modo anche da bilanciare, in un’ottica mediterranea, l’attuale duopolio franco-tedesco, figlio di equilibri post-seconda Guerra mondiale, che non hanno più ragione d’esistere. Fare gli interessi italiani vuol dire tre cose: governo autorevole, non figlio delle caste economiche, finanziarie, bancarie europee; recupero della sovranità monetaria (le due monete); tutela del made in Italy, del lavoro, del prodotto e del marchio italiano. Noi, ad esempio, proponiamo l’etichetta Total made in Italy.

L’immigrazione: quali proposte credibili per una politica di controllo che possa mettere insieme accoglienza e interventi realmente efficaci contro i casi di delinquenza, a cominciare dall’occupazione sistematica dei treni dei pendolari al Nord?

C’è una politica complessiva da fare e una rivoluzione culturale. Innanzitutto, separando l’accoglienza dalla cittadinanza. Ed è la ragione per cui noi siamo contrari allo ius soli, come impostato e voluto dal governo di centro-sinistra. L’accoglienza deve essere la più estesa possibile, ma deve essere sostenibile, come ha detto lo stesso Santo Padre, ispirarsi al principio che ogni essere umano ha diritto a non emigrare e ad avere, vivere, lavorare, mettere su famiglia ed essere felice nella propria terra, e deve essere parametrata alla capacità di assorbimento dello Stato che accoglie, stiamo parlando delle strutture logistiche, le case, il lavoro, gli ospedali eccetera. Ma la cittadinanza è altra cosa: non può essere automatica, basta nascere in un posto. Presuppone un percorso, un atto di volontà, deve essere conquistata in relazione alla conoscenza anche della lingua, cultura, Costituzione del Paese che accoglie. E da noi c’è una legge sulla cittadinanza già coerente a questo percorso. Noi del PdF facciamo un passo in più: parliamo pure di condivisione dei valori imperativi della casa che accoglie, ossia i valori fondanti e imperativi della civiltà e della Costituzione. Mi riferisco all’integrazione culturale cui faceva riferimento il cardinal Biffi, sempre marginalizzata, in nome della mera integrazione sociale e giuridica (basta rispettare le regole e avere un posto di lavoro). Perché non è stato fatto? Perché l’integrazione culturale avrebbe comportato l’individuazione di elementi di compatibilità e di incompatibilità culturale (penso all’islam). Un elemento pericoloso che avrebbe messo in discussione l’impianto mondialista, ideologico della sinistra. La mancata considerazione dell’integrazione culturale nelle leggi relative all’immigrazione ha prodotto criminalità, delinquenza, devianza. Tutti i dati che registriamo purtroppo oggi, dal controllo della droga alla prostituzione, dagli stupri agli omicidi compiuti da migranti irregolari. Poi è ovvio che sulla sicurezza in generale noi pensiamo e vogliamo rafforzare i fondi per le Forze dell’ordine, migliorare la legge sulla legittima difesa, togliendo la proporzionalità e assicurando certezza del diritto, della pena e della detenzione. Ma questo vale pure per gli italiani. Per quanto riguarda i treni dei pendolari, oltre a politiche di controllo circa la gestione delle ferrovie regionali, pensiamo anche e soprattutto all’utilizzo di guardie giurate e vigilantes sui treni, per garantire la legalità.

Quali sono le ricette del suo partito per lavoro, crescita e lotta alla povertà, al di là dei sussidi a carico dello Stato previsti da tutte le forze politiche?

Noi mettiamo al centro la famiglia, e non è un limitare l’argomento, ma affrontarlo nella sostanza. È il nostro metodo antropologico. Puntare sulla famiglia vuol dire rimettere in moto l’economia. In famiglia si vivono quei valori che noi vogliamo affermare nella società: vita, sicurezza, protezione, accoglienza, sussidiarietà, solidarietà. Per noi la famiglia è un’impresa domestica e pubblica. Per questo proponiamo il reddito di maternità (1.000 euro al mese per le donne che scelgono di occuparsi liberamente dei propri figli), il reddito complessivo familiare, la certificazione del reddito diviso per numero di membri della famiglia, la partita Iva della famiglia per scaricare i costi, la defiscalizzazione degli oneri familiari solo per famiglie con persone non autosufficienti a carico, la tutela fiscale e finanziaria delle Pmi, il vero motore del Pil italiano, la defiscalizzazione delle imprese che formano e assumono nelle aree disagiate o soggette a calamità naturali.

Nessuno parla di sanità: ritiene che il servizio ai cittadini sia adeguato, che sia migliorabile a partire dalle liste d’attesa e che le differenze qualitative tra Nord e Sud possano essere ridotte o annullate?

Il servizio ai cittadini non solo non è adeguato, ma anche insufficiente. Ispirandoci alla dottrina sociale della Chiesa, noi riteniamo che la sanità, come la salute, siano diritti fondamentali della persona e debbano sfuggire a logiche meramente economiche. Devono obbligatoriamente rientrare nella sfera pubblica, che poi è l’organizzazione istituzionale del bene comune. Gli ospedali non sono aziende. Un conto, invece, è la gestione dei servizi. E qui si può studiare un patto regionale tra Asl, famiglie e imprese private. Il PdF è per incrementare gli investimenti per una sanità di qualità, che preveda, ad esempio, il potenziamento dei fondi pubblici destinati alla ricerca scientifica delle malattie rare e delle patologie tumorali. Siamo per i costi standard per evitare pericolose sperequazioni tra regioni di serie A e regioni di serie B. Non ci piace la legge Lorenzin, perché riteniamo che il diritto alla cura pubblico debba marciare di pari passo con l’informazione e la libertà di scelta da parte delle famiglie. La questione dei vaccini è molto delicata e complessa. Meglio pochi vaccini obbligatori, e sugli altri, non indispensabili, centralità di decisione alle famiglie, che naturalmente devono essere formate preliminarmente.

Quali proposte e soluzioni per gli anziani, visto che il nostro Paese sta invecchiando?

Noi siamo per lo Stato “che ha cura”. Che non lascia indietro nessuno, che tuteli il diritto a non abbandonare gli ultimi, i piccoli, i malati, gli anziani, i disabili. Il tema vero, e questa è una rivoluzione antropologica, è la solitudine. Gli anziani, ad esempio, vengono abbandonati. Una falsa cultura compassionevole, vero e proprio nazismo buonista, mira ideologicamente a sopprimere, anche per ragioni squisitamente economiche, gli inguaribili, pure se non incurabili. Noi dobbiamo consentire che le istituzioni pubbliche stiano vicine, accompagnino le persone a una cura vera, a un accompagnamento indolore. Dobbiamo concentrarci, come da nostro programma, sulle risorse a favore di disabili e anziani, sull’assistenza ai malati terminali. E poi la politica deve pensare alla vita, alla cultura della vita. È la ragione per cui non si fanno più figli: una sorta di mix tra concezione economica dell’esistenza e individualismo edonista. Il reddito di maternità inciderà sull’aspirazione naturale delle donne a fare più figli. Investire sulla famiglia vuol dire investire sul futuro.

Valorizzare il patrimonio culturale italiano a favore dei giovani e dell’occupazione: cosa propone il suo partito?

Il patrimonio culturale e storico di un Paese è la tradizione, l’identità. La cosiddetta “economia della felicità” si avvale di indicatori che non sono soltanto economici. Anche se è ovvio che dobbiamo saper monetizzare e valorizzare la nostra storia e le sue implicazioni (musei, archeologia, centri storici dei nostri piccoli centri, bellezze naturali, ambiente, turismo, artigianato). Gli indicatori dell’economia della felicità sono, ad esempio, e lo ricordiamo, la qualità della vita, dei servizi, il tasso di fidelizzazione del cittadino verso le istituzioni. Tutto concorre a determinare una cittadinanza virtuosa. Da una parte, abbiamo detto che la famiglia è un’impresa domestica e pubblica. E noi, come da programma, vogliamo sostenere le Pmi, pensiamo al prestito d’onore per la costituzione di imprese under 35, alla valorizzazione delle start up giovanili, agli stage che facilitino l’accesso al mondo del lavoro; dall’altra, ed è intimamente collegato, la lotta alle colonie del male (droga, dipendenze, pornografia), che costituiscono il vulnus dei giovani. Il taglio antropologico, che costituisce l’originalità dell’approccio politico del PdF, è la novità della politica italiana oggi.

L’Italia ha sottoscritto nel 2015 l’Agenda 2030 dell’Onu e i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile: come intende raggiungere questi obiettivi? Che misure intende adottare per il clima?

Gli obiettivi si possono raggiungere attraverso le modalità concrete indicate nella stessa Agenda. Più che un problema di come raggiungere gli obiettivi mi pare che il punto sia quello della volontà politica di volerli realizzare. Una volta assunta la decisione, il percorso già individuato dall’Agenda si può agevolmente intraprendere. Il PdF, com’è noto, si ispira ai princìpi contemplati nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa, che al punto n. 470 spiega bene come la programmazione dello sviluppo economico debba “considerare attentamente la necessità di rispettare l’integrità e i ritmi della natura, poiché le risorse naturali sono limitate e alcune non sono rinnovabili”. L’attuale ritmo di sfruttamento rischia di compromettere seriamente la disponibilità di alcune risorse naturali per il tempo presente e per il futuro. In questo contesto vanno considerati i rapporti tra l’attività umana e i cambiamenti climatici che, data la loro estrema complessità, devono essere opportunamente e costantemente seguiti a livello scientifico, politico e giuridico, nazionale e internazionale. Seguendo sempre le indicazioni valoriali del Compendio, il PdF ritiene che il clima sia “un bene che va protetto e richiede che, nei loro comportamenti, i consumatori e gli operatori di attività industriali sviluppino un maggiore senso di responsabilità”. Oggi, fortunatamente, le soluzioni tecnico-scientifiche per garantire un sano equilibrio tra tutela dell’ambiente ed esigenze della produzione non mancano davvero. Quello che occorre, come sempre, è la volontà politica.

Nel caso di un risultato elettorale che non assicuri la governabilità, come pensate di muovervi? Quali alleanze si sente di escludere in ogni caso?

Il PdF si presenta da solo, perché ritiene che oggi ci sia bisogno di una presenza omogenea antropologica, mirata a difendere e affermare nella società i valori non negoziabili, o diciamo essenziali, per la società (cultura della vita, centralità della famiglia, il diritto universale a nascere, il diritto di un figlio ad avere un solo padre e una sola madre, il diritto dei disabili, anziani, piccoli, malati a non essere lasciati soli). E considerando le leggi approvate (unioni civili, divorzio breve, biotestamento) e quelle che arriveranno (liberalizzazione delle droghe leggere, adozioni gay, matrimoni egualitari, gender nelle scuole), è una scelta legittima e di fondo per rigenerare culturalmente e radicalmente la politica, visto che il Family Day, importante come impatto emotivo, non si è tradotto in una posizione forte in Parlamento, anzi è stato tradito dai cosiddetti cattolici negli altri partiti. Inoltre, noi siamo fermamente convinti che le categorie destra-sinistra, le ricette ideologiche dell’Ottocento (liberismo, statalismo eccetera) siano defunte. Prova ne è l’omologazione laicista, l’uniformità dei programmi trasversale a quasi tutti i partiti. Grazie al PdF deve partire una rivoluzione con l’obiettivo di scomporre e ricomporre gli schieramenti. Sulla base delle nuove categorie della politica: alto e basso (popoli contro caste) e, appunto, valori antropologici (o cultura della vita o cultura della morte).

In una prima fase, il PdF (omogeneo a livello culturale e quindi garanzia di governabilità coerente) serve a rompere gli equilibri, sparigliare le carte, diventare centrale per formare i governi (anche con il 3% e pertanto con una trentina di deputati e una quindicina di senatori), serve a svelare l’inciucio Pd-Forza Italia, che conferma l’irrilevanza delle attuali geografie politiche. In una seconda fase serve a condizionare culturalmente la ricomposizione degli schieramenti. Obbligheremo gli altri a riordinare le priorità politiche dell’agenda di governo. In questo caso avremo vinto due volte: riequilibrato in senso antropologico i partiti e fatto un servizio all’Italia. Al momento, infatti, i cosiddetti scopritori della famiglia non sono credibili. È una fake che dimostra quanto la ragione sociale del PdF sia giusta. È una fake, basta vedere come hanno votato in aula nel momento cruciale dell’approvazione del divorzio breve, delle unioni civili e del biotestamento. E qui non si salva nessuno, da Fi al Pd, da Fdi alla Lega. Il centro-sinistra di oggi è la bandiera del laicismo, della società radicale di massa; il centro-destra deve tornare a difendere veramente e sostanzialmente i valori antropologici. Non continuare a essere un’armata Brancaleone con dentro tutto e il contrario di tutto: nazionalisti, europeisti, liberisti, statalisti, laici, cattolici. Che governabilità coerente può esprimere uno schieramento che non è frutto di un’omogeneità culturale? Vince numericamente, magari va al governo, ma non governa. Il PdF serve anche a questo. A invertire la rotta e a fare da pungolo.

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