POLITICA & MEDIA/ Malagò, Berlusconi, Cairo: quel bivio calcio-tv della Terza Repubblica

- Gianni Credit

Il Coni commissaria il calcio italiano a un mese dal voto politico: ma sui diritti tv la Lega accetta subito l’offerta di Mediapro, gradita all’editore Urbano Cairo. GIANNI CREDIT

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Urbano Cairo (Lapresse)

Il commissariamento di Figc e Lega Calcio è stato deciso lo stesso giorno della scomparsa di Azeglio Vicini: il commissario tecnico azzurro di Italia 90. Le “notti magiche” furono senza dubbio fra gli ultimi hurrà della Prima Repubblica. In cabina di regia c’era Luca di Montezemolo in nome di una Fiat ancora dominante sul crocevia fra politica, sport, affari, relazioni internazionali. E a guidare la “òla” all’Olimpico c’era il premier Giulio Andreotti “Settimo”, antico sottosegretario degasperiano allo sport, nonché primo tifoso della Roma.

Il nuovo Milan di Silvio Berlusconi e Arrigo Sacchi aveva però già vinto due Coppe dei Campioni consecutive ed era già simbolo di un calcio 2.0, fra showbiz e globalizzazione, rivoluzionato nel profilo mediatico-politico. Proprio quell’estate, in ogni caso, in Italia fu votata la legge Mammì pro-Mediaset (anche se non si chiamava ancora così). E non sono sono pochi quanti hanno visto nella nascita del duopolio tv un momento fondativo della Seconda Repubblica: a precedere di poco il referendum Segni. l’avvio di Mani Pulite, l’attacco dei mercati alla lira.

All’inizio del 2018 Berlusconi non è più padrone del Milan e perfino il suo braccio destro Adriano Galliani si è apparentemente disimpegnato dal calcio. Fininvest è invece ancora azionista di maggioranza di Mediaset, avviata tuttavia a un’aggregazione di nuovo livello con Tim e Vivendi, molto orientata al calcio-business. Per il Cavaliere sembra pronto, intanto, un ultimo hurrà elettorale all’esito prevedibile di una Seconda Repubblica assai più sua che di Romano Prodi, Mario Monti o Matteo Renzi.

Il calcio italiano, nel frattempo, è finito commissariato dopo l’eliminazione epocale dai Mondiali. Uomo forte della transizione, almeno dopo il primo round, è Giovanni Malagò: presidente del Coni, tradizionale braccio statale nello sport nazionale: feudo andreottiano oggi ancora sotto l’ala di Gianni Letta, arbitro di molti poteri romani. Perfino la scheda personale wikipedia ricorda comunque lo storico legame di Malagò con la famiglia Agnelli e quello speciale con Montezemolo: regista fra l’altro dell’ultima Olimpiade italiana (“agnelliana”), Torino 2006.

Non ha quindi sorpreso leggere sul Corriere della Sera (oggi edito dal patron del Torino calcio Urbano Cairo) un commento singolarmente duro contro un’operazione descritta simbolicamente come “giallorossa”. Se il bersaglio strumentale è stato il presidente dell’Assocalciatori, Damiano Tommasi – ex centrocampista della Roma – dal Corriere è emersa chiaramente l’inquietudine per un isolamento più ampio nel quale si è ritrovato Cairo: apparente erede di Berlusconi come ideologo e gestore di un calcio-affare, mediatico e privatizzato. Un calcio che – secondo Cairo – avrebbe potuto lasciare la Federazione al suo destino di vecchio arnese politico-amministrativo, per concentrare nella Lega ogni centralità strategica: a cominciare dall’asta dei diritti televisivi per la serie A per il prossimo triennio.

L’andamento dell’asta si è intrecciato con lo sblocco dello stallo Figc-Lega, condividendone tutte le tensioni e gli scossoni. Al primo round, una decina di giorni fa Sky e Mediaset Premium (problematico cantiere di un’intesa fra Biscione e Tim-Vivendi) hanno tenuto le loro offerte molto lontane dalle richieste della Lega, cui invece si è avvicinata una proposta di Mediapro. Quest’ultima non è una piattaforma tv, ma un broker di diritti: ha passaporto spagnolo-internazonale, verso cui è noto il favore di Cairo, che punterebbe a diverse sinergie in media e pubblicità. con Cairo Communication, Rcs, La7. Bene: lunedì pomeriggio, con un’ennesima accelerazione, i diritti sono stati assegnati a Mediapro, dopo un’endorsement della Stampa, giornale che resta di casa Agnelli, cioé dei proprietari della Juventus. E a stretto giro è giunta, tutt’altro che inattesa, la violenta reazione di Sky, che già minaccia cause legali.

Non ha stupito, comunque, che il ribaltone in Figc e Lega sia avvenuto poche ore dopo il primo showdown sui diritti tv. Meno che mai ha sorpreso che il commissario Malagò abbia puntato diritto alla Lega e non alla Federazione, come avrebbe dettato il decalogo istituzionale. In Figc, peraltro, a fianco di un funzionario Coni è spuntato come sub-commissario Billy Costacurta, bandiera del Milan berlusconiano e della nazionale, una lunga esperienza come commentatore Sky. Cairo è sembrato in un primo momento sotto “contenimento” sia al tavolo dei club (a cominciare dalla Juventus agnelliana), sia a quello dei broadcaster, sia nel confronto fra poteri pubblici e imprenditori di mercato.

Sono tuttavia bastate poche poche ore per comprendere quanto pesi, a un mese dal voto, l’editore di Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport e La7. Un editore che ha alle spalle un pilastro politico-finanziario come Intesa Sanpaolo. Non c’è dubbio che il patron del Torino abbia puntato in alto e lontano la sua artiglieria. E probabilmente già in questi giorni il suo vero interlocutore strategico – oltre a Berlusconi – è stato il governo: dove negli ultimi ultimi anni a Palazzo Chigi il fronte sportivo è stato presidiato da Luca Lotti per conto di Renzi. Sarà ora il nuovo esecutivo a  decidere l’assestamento della Tim a trazione francese e il superamento del sistema tv “2+1+1” (Rai-set, La7, Sky). Ma già la svolta Mediapro sembra indicativa.

Sbaglierebbe dunque chi si appassionasse solo alla scelta dell’ennesimo erede di Vicini sulla panchina della nazionale di calcio. Anche Berlusconi nel 1990 era un editore televisivo tanto rampante quanto indebitato, cui era vietato anche solo concepire di trasmettere i mondiali. Questi erano organizzati dalla Figc e diffusi nel mondo dalla Rai. Tre anni dopo il Cavaliere era presidente del Consiglio, dopo aver stravinto all’esordio le prime elezioni della Seconda Repubblica, dopo aver stracciato la concorrenza di Rizzoli, Mondadori e Rusconi agli albori della tv privata. Da allora ha vinto altre due elezioni, ne ha persa una, ne ha virtualmente pareggiato altre due. Il 4 marzo sarà in tribuna come un coach squalificato: ma i bookmaker dicono che difficilmente perderà. Il Milan, intanto, ha vinto altre tre Champions League, le cui partite non sono più trasmesse da tempo dalla Rai.

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