RESA DEI CONTI NEL PD/ Il piano di Renzi per farsi un nuovo partito

- Anselmo Del Duca

Oggi ci sarà la direzione del Pd. In palio c’è il controllo del partito. Renzi o si fa da parte o fonda un suo partito stile Macron. In questo caso qualcuno lo attende. ANSELMO DEL DUCA

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Matteo Renzi e Matteo Orfini alla Direzione Pd (LaPresse)

Riusciranno i renziani a mantenere il controllo del Pd? Se fossimo in una situazione normale la risposta sarebbe facile, e positiva. Sulla carta, infatti, tutti i numeri sono tutti a suo favore. Ma la situazione è decisamente più complicata, e la direzione nazionale si presenta come un passaggio delicatissimo. 

Il Pd ha preso uno schiaffone incredibile nelle urne, e Renzi dopo il primo criticatissimo traccheggiamento ha dovuto dare dimissioni vere e soprattutto immediate. Il leader uscente aveva intuito il giorno dopo il voto che era già scattata l’attrazione fatale di un pezzo di partito nei confronti dei 5 Stelle, e si è messo di traverso. Orfini si è incaricato di ribadire il concetto alla vigilia della riunione del vertice democratico: nessun sostegno a Di Maio e soci, il Pd deve stare all’opposizione, l’onere di trovare un’intesa e dare un governo al paese spetta ai vincitori, anche perché i democratici hanno già portato abbastanza la croce, sostenendo i governi di Monti, Letta, Renzi stesso e Gentiloni. 

La partita è però molto più intricata. Se dovessimo stare ai numeri il cerchio magico renziano non dovrebbe avere problemi: dal congresso era uscito una direzione composta da 162 rappresentanti della maggioranza su 214. 120 i renziani di stretta osservanza, il 56 per cento, alleati a franceschiniani, e fedelissimi di Orfini e Martina, il vicesegretario chiamato a tenere il “discorso della sconfitta”. Sempre sulla carta gli oppositori si limiterebbero a 28 rappresentanti dell’area Orlando e a 16 di quella che fa riferimento al governatore pugliese Michele Emiliano.

Pubblicamente è solo Emiliano ad aver detto apertamente (con il sostegno di Francesco Boccia) che bisogna sedersi al tavolo di Luigi Di Maio. Ma la partita per decidere le prossime mosse parlamentari del Pd si intreccia con la definizione del dopo-Renzi, visto che il segretario dimissionario ha assicurato di non avere intenzione di ripresentarsi. 

Tutto è da decidere: se il nuovo segretario possa essere scelto in assemblea nazionale (probabile nella settimana successiva alla Pasqua), o attraverso un congresso. La secondo opzione avrebbe il difetto di richiedere tempi lunghi e incompatibili con la gestione delle trattative intorno all’avvio della legislatura, anche se sarebbe più trasparente e democratica. Facile immaginare che sarà l’urgenza a dettare la strada da seguire.

Secondo gli esperti delle cose del Nazareno la clamorosa batosta elettorale avrebbe avuto l’effetto di alienare a Renzi molti consensi, e gli oppositori sarebbero ora una novantina. Il sostegno degli esponenti vicini a Franceschini, a Minniti e a Gentiloni è fortemente a rischio. 

Il Pd deve decidere se andare all’opposizione, e cercare un difficile rilancio, chiedendosi — ad esempio — il perché dell’affermazione solo nei quartieri più benestanti di Roma e Milano, oppure cedere a una pressione che pare venire anche dalla sinistra europea per dare il via libera al primo governo a 5 Stelle, con il rischio di finire risucchiato dalla marea montante grillina. Per Renzi è la partita della sopravvivenza politica. Potrebbe incarnarla una candidatura di Delrio alla segreteria (anche se il diretto interessato è riluttante).

Come vie alternative c’è quella del neoiscritto Carlo Calenda, che però odora troppo di tecnocrazia in questa fase, ma potrebbe contare sul sostegno di Gentiloni, oppure la ricomposizione della sinistra incarnata dal riconfermato governatore del Lazio, Nicola Zingaretti. Il suo è stato un autentico capolavoro, oltre un milione di voti, contro i 700mila del centrosinistra alle politiche, in una regione che ha visto la netta affermazione del centrodestra, sia alla Camera che al Senato. 300mila voti di differenza, che non si spiegano semplicemente con l’alleanza con Liberi e Uguali. C’è un di più di credibilità personale e di risultati amministrativi, come l’uscita del Lazio dal commissariamento della sanità, dovuto a un gigantesco debito pregresso. 

Sullo sfondo le voci, mai smentite del tutto, dello strappo di Renzi: l’uscita dal Pd per dare vita a una formazione tutta nuova, sulla scia di quel che ha fatto Emmanuel Macron in Francia, rompendo con il Partito socialista. Difficile capire quanti fra i parlamentari neoeletti lo seguirebbero, ma potrebbero essere in parecchi, visto che ben più della metà degli eletti del centrosinistra sono considerati dei suoi fedelissimi. 

Il passo sarebbe clamoroso, e potrebbe riaprire la partita degli equilibri di governo, magari grazie a un gioco di sponda con Berlusconi, a sua volta spaventato dall’apertura di Salvini a una trattativa con i 5 Stelle almeno per la presidenza delle Camere. Tagliati fuori da ogni poltrona che conta, Forza Italia e renziani potrebbero trovarsi molto vicini. E il Pd sarebbe ridotto a una bad company (copyright di Dario Ginefra).  

La partita per dare un governo al paese, e per capire se siamo davanti a una legislatura destinata a durare pochi mesi o meno è solo alle primissime battute, e passa anche per la definizione dei rapporti di forza in casa democratica.

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