DIETRO LE QUINTE/ Qui Firenze, così gli ex “amici” sparano su Renzi

- Daniele Marchetti

Scalo aereo di Peretola (Firenze). A molti non dirà nulla, invece è il simbolo di una stagione renziana. Che ora anche gli ex amici vogliono archiviare. DANIELE MARCHETTI

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Matteo Renzi (LaPresse)

Molti, come ha ammesso anche il leder azzurro, avevano visto nel Pd dell’ascendente sindaco di Firenze uno spiraglio di luce: la possibilità di una nuova storia per il riformismo italiano. L’idea di coniugare la politica del fare (propria del primo centrodestra a trazione azzurra) con la politica della condivisione. Quel “per tutti” (meno tasse per tutti e più servizi per tutti) che da slogan di parte poteva ambire a diventare progetto politico comune libero, grazie alla rottamazione, di un progressismo ideologico, perbenista e per tanti versi (quelli del “anche i ricchi piangono”) , rancoroso.

Una prospettiva che aveva nella volontà di dare risposte il simbolo della rinascita, soprattutto in Toscana, dove la sindacatura Renzi aveva aperto alla trasfigurazione della capitale della cultura europea che fino a quel momento —anacronisticamente ed un po’ beffardamente — vedeva sfrecciare i tram sotto il cupolone del Brunelleschi.

Erano gli anni del “rinascimento” di Firenze con la ztl nel cuore di una delle città più belle del mondo, l’alta velocità, il primo troncone di tramvia, il parcheggio interrato di Santa Maria Novella e dei progetti sull’ampliamento dello scalo aereo di Peretola, il completamento della rete tramviaria e la cosiddetta stazione “Foster” per l’alta velocità.

Una stagione di fermento capace di contaminare l’intera nazione, merito — si disse — del pragmatismo al potere. Di quell’uomo solo al comando (incappato poi in tante “bischerate” alla fiorentina), capace di scalare il partito, sfidare l’establishment locale e nazionale ed affrontare a viso aperto gli assetti di potere istituzionalizzati senza però mai riuscire neppure a scalfire la dittatura di quella “democrazia del disfare”; a Roma come a Firenze.

E come accaduto per il Tap, l’Ilva e molte riforme, la cultura interna del “non sa d’affare”, versione risciacquata in Arno del “tanto peggio tanto meglio”, sta prevalendo anche nel Granducato. Persino tra gli alfieri del neo “senatore di Scandicci”. Tra quelli cosiddetti della “prima ora” che adesso, per altro verso (quello che conta), pongono a rischio — con un ricorso che molti hanno definito strumentale — l’eredità renziana per eccellenza: l’ampliamento dell’aeroporto di Peretola. Proprio coloro che addirittura in queste ore potrebbero essere chiamati a traghettare il Pd toscano fuori dalle secche di un’egemonia perduta.

Il “Partito del Disfare” non molla e sembra tornare più forte che mai!

La magistratura amministrativa regionale toscana farà le proprie valutazioni e non è detto che il ricorso presentato anche dal Comune di Prato sarà, alla fine, accolto. Ma il segnale è lanciato. E il sasso scagliato. Non contro (il forse “ex-amico”) Renzi, bensì contro il sogno di una nuova stagione per il riformismo italiano.

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