CASELLATI E FICO/ Punti di forza e insidie di un accordo (poco) bipartisan

- Lorenza Violini

La nomina dei presidenti di Camera e Senato è un atto istituzionale che, in passato come oggi, riveste ad un tempo un importante ruolo politico. LORENZA VIOLINI

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Maria Elisabetta Alberti Casellati (LaPresse)

La nomina dei presidenti di Camera e Senato è un atto istituzionale che, in passato come oggi, riveste ad un tempo un importante ruolo politico. E’ istituzionale perché — con questa nomina — possono ufficialmente iniziare, a cascata, i lavori per dotare le due Assemblee parlamentari di tutti quegli organi interni che ne consentono il funzionamento, dai gruppi alle commissioni permanenti, alle giunte ai vicepresidenti. E, ancora, con la formazione dei gruppi e la nomina dei capigruppo si possono formare le delegazioni dei partiti (formate dal presidente e dal segretario del partito insieme al presidente del gruppo parlamentare) che, secondo la prassi, verranno chiamate alle consultazioni dal presidente della Repubblica in vista della formazione del nuovo governo, i cui contorni sono ad oggi ancora molto incerti: una cosa infatti è la decisione dei due schieramenti di spartirsi le due poltrone in palio, un’altra un accordo di governo che, pur potendo contare sui numeri (analogamente a quanto è successo oggi), devono poi trovare un accordo sul programma di governo, mettendo insieme una serie di promesse elettorali fortemente incompatibili.

Inoltre, quanto ai numeri, è vero che l’alleanza del centrodestra con il Movimento 5 Stelle ha consentito l’elezione della seconda e della terza carica dello Stato e, quindi, in teoria potrebbe anche avere la forza numerica per votare la fiducia al Governo; è altrettanto vero, tuttavia, che propria in questa occasione si è vista la distanza che separa una parte consistente della coalizione di centrodestra dal partner pentastellato, che riesce a dialogare solo con una fetta di tale coalizione, apertamente rifiutando ogni dialogo con l’altra parte, altrettanto consistente (tant’è vero che alla fine la Lega, vincitrice politica, ha dovuto rinunciare a portare a casa una delle due poltrone a favore di Forza Italia). 

E’ interessante notare come la votazione di oggi rifletta il clima di incertezza che domina circa il destino politico del nostro Paese; non così in passato quando, per un lungo periodo dopo l’entrata in vigore della Costituzione, i due presidenti delle Camere erano espressione della maggioranza parlamentare, senza alcuna apertura nei confronti dell’opposizione. In seguito, dopo la fine della conventio ad escludendum, quella secondo cui l’opposizione era considerata al di fuori del sistema, vi fu un lungo periodo in cui maggioranza e opposizione si sono accordati per avere una la presidenza della Camera (opposizione) e l’altra quella del Senato (maggioranza); è questo il periodo in cui, con l’accordo dei due presidenti, si eleggevano i presidenti della Autorities, le autorità indipendenti che dovevano gestire settori sensibili della pubblica amministrazione. Qui era fondamentale che vi fosse un accordo bipartisan perché le scelte compiute fossero espressione delle due parti del sistema politico. 

Nelle ultime legislature questa prassi è stata sostituita e i due presidenti erano scelti entrambi del partito o dalla coalizione di maggioranza. 

Oggi le scelte sono sostanzialmente in linea con quest’ultima prassi; possono prefigurare una soluzione anche per il governo, ma la strada resta ancora molto lunga. Si registra tuttavia l’importante novità di avere una donna come presidente del Senato e, quindi, come colei che potrebbe fare le funzioni del presidente della Repubblica in caso di assenza o di impedimento dello stesso. Anche questo, come è stato ampiamente sottolineato dalla stampa, è un segno dei tempi.  



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