SCENARIO/ Claudio Martelli: su Di Maio e Salvini l’ombra di Draghi

- int. Claudio Martelli

Secondo l’ex ministro CLAUDIO MARTELLI, “più difficile un accordo tra M5s e Pd: in Parlamento hanno numeri troppo risicati”. E i dem devono fare i conti con Renzi, “l’eroico ingombro”

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Mario Draghi (LaPresse)

“Un ‘patto della staffetta’ tra Lega e M5s come tra Dc e Psi nel 1987? Difficile a dirsi e a farsi, anche perché, stando alle dichiarazioni di Bettino Craxi, quel patto non c’è mai stato. Anzi, è stato motivo di litigi che hanno portato a elezioni anticipate”. Claudio Martelli, uno dei protagonisti di quella stagione politica, non crede alla fattibilità di questa soluzione. Reputa difficile anche “immaginare un governo guidato da un premier di alto profilo con Salvini e Di Maio nel ruolo di vice: bisognerebbe trovare una figura politica autorevole, gradita e superiore a entrambi. Molto difficile”. E sul Pd che ha deciso di stare sull’Aventino, secondo Martelli il problema dei dem è Matteo Renzi, “l’eroico ingombro che impedisce al partito di rinnovarsi”.

Partiamo dal “patto della staffetta”, come nel 1987 tra Dc e Psi. Ieri ne ha parlato Paolo Becchi in un’intervista al Sussidiario e a questa possibilità ha fatto cenno anche il giornalista Mario Sechi. Secondo lei, è uno scenario fattibile?

Che si possa arrivare a un cosiddetto “patto della staffetta” è previsione difficile a dirsi e a farsi. Oltre tutto, stando alle dichiarazioni di Bettino Craxi, quel patto non c’è mai stato. E se qualcun altro affermava il contrario, ciò è stato occasione di litigio, tanto che si arrivò a elezioni anticipate. Piuttosto, se proprio di patto della staffetta vogliamo parlare, dobbiamo riferirci ad altri precedenti storici, per esempio ai consoli romani.

Salvini e Di Maio sono destinati a trovare un accordo?

Beh, in fondo è di questo che si parla in questi giorni di trattative e di incontri. Non riesco, però, a capire se Di Maio ha un atteggiamento puerile, del tipo “ho vinto io, devo governare io, altrimenti è un attentato alla democrazia”, oppure si comporta come si comporta perché non vuole fare il presidente del Consiglio. Ha un approccio troppo respingente.

E Salvini?

Il leader della Lega ha mostrato un comportamento più equilibrato, più flessibile. Ha detto solo un “no” netto a qualsiasi apertura verso il Pd. Ma era inevitabile: è un atto di coerenza con la campagna elettorale che ha condotto e con la sua storia politica, visto che si è sempre dichiarato avversario del Pd e del “patto del Nazareno”.

Si arrivasse a un accordo, e a un eventuale governo M5s-Lega, su alcune questioni cruciali potrebbero aprirsi scenari, e problemi, inediti. A cominciare dall’atlantismo. Non crede?

In effetti questo è uno dei nodi più spinosi. Non vedo differenze di vedute tra Salvini e Di Maio su questo punto, entrambi hanno difficoltà a rapportarsi con un insieme di relazioni ormai consolidate, ampie. Pensi solo al fatto che pochi giorni dopo essersi accreditato agli occhi di Bannon quale interlocutore privilegiato di Trump, alla prima occasione, cioè di fronte al caso delle spie russe, Salvini non ha esitato a scegliere di stare dalla parte di Putin. Neppure l’affinità populista con Trump lo ha reso più cauto. Secondo me, la strategia del leader della Lega resta lepenista, contraria cioè a qualsiasi entità sovranazionale, del tipo Unione europea o Nato, istituzioni avvertite come limiti al nazionalismo e al sovranismo.

È anche per questo motivo che l’Europa ci tiene sotto osservazione?

Che siamo nel mirino della Ue è abbastanza scontato. Ma penso che il grande limite, il grande rischio dei sovranisti è il fatto che sovranismo chiama sovranismo. A quel punto, tutti arroccati attorno al proprio particolare, che accordi si trovano sulle questioni da affrontare? Tutto si complica, a causa di queste chiusure e di questa rigidità. I nazionalismi sempre, prima o poi, degenerano in guerre, non tanto quelle combattute con le armi, ma guerre commerciali, con introduzione di dazi o con manifestazioni unilaterali di forza, che non giovano a nessuno, anzi.

Anche il debito pubblico spaventa l’Europa e le ricette di Lega e M5s portano dritti a un aumento di deficit, di spesa pubblica. Non c’è il rischio di tornare, presto, sotto procedura d’infrazione?

La preoccupazione sul deficit è giustificata, perché più deficit porta più debito. È una regola che si tende a trascurare. Anche Renzi, spesso, se la dimenticava.

Un’altra possibile soluzione per arrivare a un possibile accordo per la formazione del governo è affidare l’incarico a una figura di alto profilo, con Salvini e Di Maio nel ruolo di vice. Una strada praticabile?

Sì, in linea teorica, può essere una possibile soluzione. Ma il problema è trovare una personalità gradita e superiore a entrambi, una figura neutrale e autorevole. Non so quanti giocatori siano candidabili a quel ruolo guardando alla panchina delle riserve della Repubblica. Una volta si faceva ricorso ai governatori della Banca d’Italia…

Ma Lega e M5s non vogliono figure tecniche nei loro governi…

Appunto. Trovare un politico sopra le parti è ancora più complicato.

Sulla strada della possibile alleanza Lega-M5s c’è un ostacolo ingombrante: Silvio Berlusconi. I 5 Stelle non lo vogliono, Salvini lo difende in quanto alleato nella coalizione di centrodestra. Si può mettere da parte una figura come Berlusconi, e Berlusconi si lascerà mettere da parte, dopo che il 4 marzo ha comunque raccolto ancora il 14 per cento dei voti?

Di più. Perché bisogna aggiungere anche l’1,2 per cento di Noi con l’Italia, la “quarta gamba” della coalizione. Se ben ricorda, Salvini non voleva i centristi, è stato Berlusconi a imporli. Quindi oggi Berlusconi vale più del 16 per cento e oltretutto al Senato Forza Italia ha un senatore in più della Lega.

Resta il fatto che Di Maio e l’elettorato in blocco del M5s sono irremovibili: mai con Berlusconi. Come se ne può uscire?

Su questo punto Di Maio va a sbattere. Ma penso che la pregiudiziale cadrà se al leader pentastellato verrà offerto l’incarico di formare il governo. Anche perché, come hanno dimostrato le elezioni di presidenti e vicepresidenti di Camera e Senato, i 5 Stelle non hanno preclusioni verso Forza Italia, il partito di Berlusconi.

Martedì inizieranno le consultazioni al Colle con il capo dello Stato. Saranno lunghe e complesse?

Lunghe non credo. Sulla complessità, peserà invece una certa rigidità complessiva. Solo il centrodestra ha finora dato prova di flessibilità. Il M5s è rigido e tale è anche il Pd nel suo concepirsi solo all’opposizione.

A proposito di Pd, come giudica la scelta del partito di ritirarsi, in questa fase, come sull’Aventino?

Il problema del Pd è che sono alle prese con quello che una volta chiamavamo “l’eroico ingombro”, espressione utilizzata per indicare qualcuno o qualcosa che impediva il cambiamento. L’eroico ingombro dell’attuale Pd si chiama Matteo Renzi. Parafrasando il titolo di un romanzo di Philip Roth, Renzi è “il fantasma che non vuole uscire di scena”. Ma quale battaglia vuole ancora perdere? A parte le Europee del 2014, per il resto ha inanellato una sconfitta dietro l’altra. Il Pd come fa a rinnovarsi se tiene, oltretutto dietro le quinte, Renzi che continua a farla da padrone? I dem devono smetterla di obbedire a un capo che si è dimesso, che è stato disarcionato. E Renzi perché si ostina a restare? Così facendo non solo getta un’ombra anche sulle cose buone che ha fatto, ma condiziona la vita del partito. Meglio farsi da parte.

Intanto c’è anche chi lavora per portare il partito al tavolo con Di Maio. Potrebbe nascere un’alleanza M5s-Pd?

La vera trattativa in fase avanzata è quella tra Lega e M5s. Qualora ci fosse anche la disponibilità del Pd a trattare con i grillini, non è detto che sull’altro fronte ci sia la stessa apertura. E poi in Parlamento quest’alleanza potrebbe contare su numeri troppo risicati.

(Marco Biscella)

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