DIETRO LE QUINTE/ Il Pd ha perso ma conta più di prima (al Colle)

Il Capo dello Stato si prepara alle consultazioni. Farà l’arbitro. La situazione paradossale è che il Pd, partito sconfitto, si prepara a fare l’ago della bilancia. ANSELMO DEL DUCA

07.03.2018 - Anselmo Del Duca
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Sergio Mattarella

Sgombriamo subito il campo da un equivoco: i leader di partito che si aspettano di sedersi di fronte a Mattarella per le consultazioni e ricevere una proposta politica cui dire sì o no, rimarranno delusi. Il Capo dello Stato non ha alcuna intenzione di levare le castagne dal fuoco ai partiti. Sua intenzione è ascoltare, è fare domande, è incalzare le forze politiche, per spingere a dialogare fra loro e trovare una soluzione al rebus del governo. Soluzione che al momento non si vede.

Abbiamo già avuto occasione di scriverlo proprio su queste pagine: Mattarella non è Napolitano, né Scalfaro. E non ha alcuna intenzione di assomigliare a questi due predecessori. Intende il suo ruolo presidenziale davvero come quello di un arbitro, e intende interpretarlo con assoluta terzietà. 

Naturalmente Mattarella è cosciente che alla fine gli toccherà operare una scelta che scontenterà qualcuno, ma non ha paura di qualche contestazione. Ciò che gli preme è la trasparenza del processo. Soppeserà con cura i propri interlocutori. Ad esempio sa già che in due, Di Maio e Salvini, reclameranno il primo incarico per tentare di formare il nuovo governo. Per ottenerlo Matteo Salvini ha preannunciato l’unica mossa che può consentirgli di scavalcare Di Maio: fare in modo che nello studio alla Vetrata entri una unica delegazione del centrodestra. Se salissero insieme al Quirinale lui, Berlusconi, la Meloni e Lupi, dimostrerebbero che la coalizione di centrodestra è solida e composta da un numero di parlamentari nettamente superiore al Movimento 5 Stelle. L’ipotesi di gruppi parlamentari unici del centrodestra è più difficile da realizzare non fosse altro che per via del fatto che almeno in Senato sarebbe una via senza ritorno: il nuovo regolamento impedisce la nascita di nuovi gruppi in corso di legislatura.

Le delegazioni di coalizione non sono comunque una novità assoluta, perché si sono già viste all’epoca della legge elettorale maggioritaria, ad esempio nel 2001. Lì però tutto era funzionale a incoronare premier un vincitore chiaro, che oggi non c’è. C’è anzi un partito nettamente primo, tanto nei voti quanto nei seggi, che chiede a gran voce il diritto di formare un governo. 

Sia che prevalga il criterio del maggior gruppo parlamentare, sia quello della coalizione più consistente, Mattarella chiederà a entrambi i litiganti come intendono raggiungere le fatidiche quote di 316 deputati e 161 senatori. Potrebbe far provare sia l’uno che l’altro, in che ordine poco importa. Ma se non dovesse ricevere risposte convincenti alla domanda sull’allargamento della base parlamentare, potrebbe non incaricare nessuno dei due, ma ricorrere a un vecchio strumento della tanto vituperata Prima Repubblica, il mandato esplorativo.

Va considerato però che se la situazione è bloccata oggi è perché i poli sono tre, e la logica dice che nessuna maggioranza può costituirsi senza l’accordo fra due di questi tre schieramenti. La maggior quantità di domande, quindi, Mattarella la farà probabilmente alla delegazione del Partito democratico, E’ sempre più chiaro, infatti, che per quanto sconfitto sarà proprio il Pd l’ago della bilancia, e indirizzare in un modo o nell’altro l’avvio della legislatura. 

A poche ore dalla chiusura delle urne, infatti, è già partito un intenso corteggiamento. Ci prova Salvini, che blandisce le radici a sinistra di una non trascurabile fetta dell’elettorato del Carroccio. Ma anche i 5 Stelle lanciano segnali di apertura e di interesse, lasciando intendere che potrebbero materializzarsi già al momento della scelta dei presidenti delle Camere, che saranno un po’ la prova generale della formazione del governo.

Dentro il Pd si fanno avanti soprattutto coloro che il dialogo con i grillini lo vorrebbero aprire, come Francesco Boccia e Michele Emiliano. E le loro aperture fanno capire l’irrigidimento di Renzi, che ha annunciato dimissioni postdatate proprio per gestire la delicata fase di formazione del nuovo esecutivo. Renzi sfida chi vuole accordarsi con i 5 Stelle a dirlo apertamente in direzione nazionale la prossima settimana, perché lui, al momento almeno, di sostenere un governo Di Maio non ha alcuna voglia. 

L’impressione è che abbia perso quota una delle ipotesi che si facevano prima delle elezioni, la convergenza fra 5 Stelle e Lega: Paradossalmente dopo il voto è diventata numericamente praticabile, ma politicamente improbabile, perché Salvini ha oggi più interesse a rimanere abbracciato a Berlusconi per raccoglierne l’eredità, piuttosto che troncare i ponti con lui e rischiare di essere risucchiato dai grillini, che sembrano quindi avere più spazio di manovra.

Toccherà quindi ai democratici spiegare a Mattarella le loro intenzioni. Solamente se le trattative per dar vita a un esecutivo politico, per quanto di ampia convergenza, dovessero fallire, Mattarella sarebbe costretto a fare un passo in più, cioè a proporre una soluzione di transizione, un governo tecnico, o del presidente. Ma bisognerà procedere per gradi, con quella che qualcuno ha già ribattezzato come strategia del carciofo: scartare una ipotesi dopo l’altra per arrivare al cuore, alla soluzione del problema.

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