SONDAGGI/ Se Di Maio si allea con la Lega perde il 45% di voti

Secondo ANTONIO NOTO, “il fattore tempo, più che le formule di governo, è decisivo. Infatti gli italiani si stanno innervosendo per l’incapacità dei partiti a trovare un accordo”

14.04.2018 - int. Antonio Noto
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Matteo Salvini (foto Lapresse)

SONDAGGI. Dopo il secondo giro di consultazioni senza esito, il presidente Sergio Mattarella si è preso qualche giorno di riflessione, riservandosi poi la facoltà di prendere una decisione per uscire dallo stallo, visto che “i partiti non hanno fatto progressi”. Ma come la pensano gli elettori italiani?

“Il Capo dello Stato – risponde Antonio Noto (Noto Sondaggi) – gode di alta fiducia, che anche questi giorni infruttuosi di consultazioni non hanno intaccato, ma deve trovare presto una soluzione, perché gli italiani stanno manifestando una crescente insoddisfazione verso i partiti: il fattore tempo, più che le formule di governo, è l’aspetto più decisivo. Il 58% degli italiani vuole un governo al più presto, altrimenti è pronto a trasformarsi in un 56% di elettori disposti a tornare di nuovo alle urne. L’alleanza Lega-M5s è la più gradita: raccoglie il 40% dei consensi, una soglia che vale però 10 punti in meno rispetto alla somma delle percentuali di voto raccolte dai due partiti il 4 marzo”. E se Mattarella optasse per un mandato esplorativo? “Queste formule non interessano più: un governo del presidente oggi raccoglie solo il 18% dei consensi”.

Dopo due giri di consultazioni, ancora senza esito, quanta fiducia nutrono gli italiani verso il presidente della Repubblica?

Sergio Mattarella gode della fiducia del 77% degli italiani e il trend non è variato, anche in questi giorni di consultazioni. Segno evidente che per gli italiani il problema non è il Capo dello Stato.

Però i tempi per la formazione del nuovo governo subiscono ancora un rinvio…

Ecco, questa eccessiva decantazione, che ovviamente non dipende dal presidente della Repubblica, sta innervosendo gli italiani. Sta risalendo un sentiment negativo nei confronti dei partiti e della loro incapacità a formare un governo. Un trend che negli ultimi giorni è sempre più evidente. In buona sostanza, dopo il voto del 4 marzo, gli italiani si erano dati, come scadenza per la formazione del nuovo esecutivo, i giorni immediatamente successivi alla Pasqua. I tempi lunghi e la conflittualità non sono affatto apprezzati.

Questo che cosa significa?

Oggi abbiamo un 57-58% di italiani che sono favorevoli alla formazione di un nuovo governo, a patto che si faccia in tempi brevi. Altrimenti questo 58% è pronto a trasformarsi in un 56% che, a fronte di ulteriori rinvii e difficoltà, è favorevole a tornare al più presto alle urne.

E se Mattarella, per uscire dall’impasse, proponesse un governo del Presidente?

Questa formula sarebbe gradita solo al 18% degli italiani.

Qual è, allora, la formula di governo più “gettonata”?

Anche sulle formule di governo, come nelle ultime elezioni, il Paese è profondamente spaccato: nessuna alleanza raccoglie oltre il 50% dei consensi. Vero è che un accordo Lega-M5s è gradito al 40% dell’elettorato. Ricordiamoci, però, che questa soglia è inferiore di quasi 10 punti alla somma delle percentuali di voto ottenute dai due partiti il 4 marzo. Segno che neppure tutti i loro votanti sono d’accordo su un governo giallo-verde.

Le altre possibili alleanze che consensi raccolgono?

Un governo M5s-centrodestra ottiene un 27-28% di gradimento. Poco più sotto, intorno al 25-27%, si colloca l’ipotesi di un accordo 5 Stelle-Pd.

Tra Di Maio e Salvini chi raccoglie più consensi come possibile premier?

Sono entrambi alla pari, intorno al 42-43%. Salvini raccoglie consensi soprattutto nell’ambito dell’elettorato di centrodestra, mentre Di Maio pesca anche fra gli elettori di centrosinistra.

Rispetto al voto del 4 marzo i consensi al Movimento 5 Stelle come si stanno muovendo?

Il trend è positivo: oggi il M5s si colloca intorno al 35%, cioè tre punti in più rispetto al giorno delle elezioni. Ma è anche vero che il partito di Di Maio è quello che potrebbe pagare il dazio maggiore, in termini di consensi, con qualsiasi alleanza andrebbe a formarsi. La voglia di Di Maio di fare il premier potrebbe essere un boomerang.

In che senso?

A livello di base elettorale, il 45% degli 11 milioni di italiani che hanno votato M5s si identifica con posizioni di centrosinistra, si considera come “parcheggiato” nel Movimento in attesa che il Pd cambi. Un altro 25% di elettori è su posizioni più vicine al centrodestra, mentre il restante 30% è un elettorato senza ancoraggi ideologici rigidi. Dunque, se il M5s si alleasse con la Lega, o con il centrodestra, quel 45% di elettori andrebbe in fibrillazione. Se dà vita a un governo, non rischia di perderlo a breve, ma quasi la metà dell’elettorato potrebbe considerare negativamente questa scelta. Nel caso, invece, di un accordo con il Pd, a essere probabilmente scontento sarebbe quel 25% di elettorato più su posizioni di centrodestra. Diverso, invece, il discorso se parliamo dei pentastellati eletti.

Perché?

In questo caso Di Maio avrà meno problemi: il profilo di deputati e senatori è più vicino a quel 30% non ideologico. Quindi un accordo con la Lega o con il Pd, non creerebbe eccessivi problemi.

Passiamo al centrodestra. Come sta andando?

È in lieve flessione, visto che i sondaggi lo danno al 36%, quindi è un testa a testa con il M5s. Rispetto al 4 marzo ha perso solo un punto, ma al suo interno le dinamiche sono assai diverse.

Il traino della Lega si sta rafforzando?

Sì. Il partito di Salvini è oggi intorno al 21%, mentre Forza Italia è scesa all’11%.

Merito anche di come si è mosso Salvini in questa fase, dall’elezione dei presidenti di Camera e Senato fino a questi giorni di consultazioni al Colle?

Non tanto. Questo senso di responsabilità non ha inciso molto. Piuttosto Salvini continua a catalizzare un elettorato poco moderato. Più si stacca da FI e più potrebbe raccogliere consensi.

E il Pd?

Non pervenuto. È in calo al 16%, ma come dimostrano le elezioni che si terranno in Friuli-Venezia Giulia e in Molise, è sempre più fuori dai giochi. Il partito non ha ancora le regole per gestire una fase di crisi come questa e la reggenza Martina, non avendo una chiara legittimazione, non porta ad avere strategie precise. Insomma, è un partito fuori palcoscenico.

Mattarella si è preso qualche giorno, poi prenderà una decisione per uscire dallo stallo. E se alla fine optasse per un mandato esplorativo?

Queste formule lasciano del tutto indifferenti gli elettori. Il tipo di mandato non interessa. Quel che conta è il fattore tempo.

(Marco Biscella)

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