SCENARIO/ Fico, Renzi e Di Maio, il nuovo tris di Mattarella

Mentre sembra tramontato definitivamente il patto M5s-Lega, tira l’aria di un possibile accordo 5 Stelle-Pd benedetto dal Quirinale. In pole position Casellati e Fico. PEPPINO CALDAROLA

17.04.2018 - int. Peppino Caldarola
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Roberto Fico con Luigi Di Maio (LaPresse)

Un mandato esplorativo o un preincarico a Maria Elisabetta Alberti Casellati o a Roberto Fico, a seconda che il Pd sia disponibile a smussare il suo no a M5s, fino a farlo diventare un sì. Uno scenario tutt’altro che improbabile se la richiesta dovesse venire, ovviamente in modo discreto ma inequivocabile, dal Quirinale. A quel punto anche Renzi cambierebbe idea. Senza perdere la faccia, perché la svolta arriverebbe dopo che le altre ipotesi sono andate a schiantarsi contro un muro, sia esso l’indisponibilità di Salvini a governare col Pd o il no di Di Maio a Berlusconi. “Il riavvicinamento M5s-Pd c’è, è lento e non è formale — spiega Peppino Caldarola, ex direttore de l’Unità e deputato di Ds e Pd per due legislature —. Ed è favorito da alcuni fatti: Di Maio ha smesso la polemica diretta con Renzi e i renziani e i rapporti con Salvini sembrano essere in un vicolo cieco”.

Per Salvini, Berlusconi non si tocca. Per lo meno non adesso.

No, infatti. Più Di Maio si allontana da Salvini, più si avvicina al Pd. E nel Pd sta maturando una linea che non è tanto quella dell'”incontro”, quanto quella più pragmatica di andare a vedere le carte.

E se a chiedere una maggiore apertura fosse il Capo dello Stato…

Tutto ciò sta già avvenendo proprio sotto la spinta e la garanzia di Mattarella, che vuole fermamente una via d’uscita. E’ vero che per il Pd sarebbe più facile immaginarsi in un governo più largo, in modo da non sopportare da solo il peso del patto con M5s, ma siamo di fronte a una situazione bloccata.

Sono diversi i segni che proverebbero questo avvicinamento: il nuovo credo atlantista di Di Maio, lo stigma sul centrodestra che si fa sempre più forte; e poi l’ultima intervista di Casini al Corriere (“Il Pd deve riflettere”). Tutto liscio per Di Maio?

No. Innanzitutto c’è un concerto di fiammiferai che vuole bruciarlo, anche nel suo partito: Di Battista, che non ha sposato l’integralismo istituzionale del leader, poi Fico, che spera di poter fare la parte di chi trova la soluzione. Per Salvini è il rivale che ambisce in prima persona alla premiership, e anche il Pd ce l’ha con lui. Non parliamo di Berlusconi.

L’errore numero uno?

Di Maio non ha messo alcuna subordinata al suo obiettivo: o me o nessuno. Una condizione che in politica non si può avverare. Chiede troppi sacrifici ai possibili alleati e vincola troppo il partito a se stesso.

Perché Renzi apra esplicitamente a M5s cosa deve succedere?

Che il presidente della Repubblica lanci l’allarme generale, per il quale ha tanti buoni argomenti, guerra compresa. A quel punto anche Renzi  potrebbe farsi venire le stesse opinioni dei suoi critici interni. Tutto lo schieramento anti-Renzi nel Pd è favorevole al dialogo con M5s. E tutti aspettano l’ordine del Colle. 

Cosa succederà mercoledì?

Facile che Mattarella si rivolga alla Casellati o a Fico. Il primo giro potrebbe spettare alla seconda carica dello Stato. La Casellati potrebbe certificare che non c’è una maggioranza politica, a quel punto se ne potrebbe trovare una di parlamentari che amano la patria e sono disposti a sacrificarsi. Un governo di tutti con il benvenuto di Berlusconi e Pd.

E il presidente della Camera?

Entrerebbe in gioco se dovesse prendere seriamente corpo l’apertura del Pd a M5s, o se i democratici ricevessero pressioni in questo senso, come abbiamo detto prima. 

Oggi invece il governo riferirà in Senato sulla Siria.

Il caso della Siria è politicamente importante perché certifica che i due possibili alleati, M5s e Lega, sono schierati su posizioni inconciliabili. Salvini ha confermato il suo vecchio putinismo, Di Maio ha fatto la banderuola, passando dall’avere come riferimento la Russia di Putin all’essere schierato con il partito americano.

Significa che a Di Maio piace Trump?

No, il suo è un accreditarsi non tanto nei confronti di Trump, ma dell’establishment atlantista. Il problema è che l’elettorato di M5s che viene dalla sinistra è totalmente contrario, preferisce Gino Strada ai bombardamenti degli Stati Uniti. E quindi sta ingoiando un boccone amaro.

Se Di Maio non porterà a casa il risultato?

Dovrà vedersela con tutti quelli che gli stanno intorno tenendo in mano il cerino acceso. 

(Federico Ferraù)

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