DIETRO LE QUINTE/ Mattarella e la via d’uscita in caso di fallimento M5s-Pd

- Anselmo Del Duca

Due mesi passati dal voto inutilmente? Non proprio. Il Quirinale infatti ha potuto mettere nero su bianco alcuni punti fermi. Per tutti i partiti. Eccoli. ANSELMO DEL DUCA

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Mattarella, due giorni per la decisione (Foto: LaPresse)

Quando l’andamento lento della crisi di governo tornerà a muoversi, il 3 maggio con la direzione del Pd, saranno passati due mesi esatti dal voto. Per molti tempo trascorso inutilmente. Ma non è proprio così. Ci sono alcuni punti fermi che sono stati acquisiti, e riguardano tutti, o quasi, il Quirinale, che rimane il crocevia dove si deciderà il futuro politico del paese. 

Il primo è che Sergio Mattarella si è rivelato un arbitro davvero imparziale, nonostante sia mancata quella collaborazione da parte dei giocatori che il Capo dello Stato aveva invocato nel suo discorso di insediamento. La sua geometria istituzionale è stata sin qui impeccabile: non ha imposto alcun suo punto di vista, e ha proceduto per gradi secondo la ferrea legge dei numeri. E’ partito dall’ipotesi più logica, politicamente e numericamente, del primo gruppo, con il secondo, visto che nessuno nel nuovo parlamento aveva numeri per fare da solo. Due giri di sue consultazioni e uno della presidente del Senato Casellati. Punto fermo acquisito: strada preclusa, ipotesi archiviata, a meno che non siano gli stesso partiti a tornare ufficialmente a sollecitarla. Si noti bene: per Mattarella insieme all’ipotesi principale, centrodestra più grillini, è archiviata anche la sua subordinata, 5 Stelle più Lega, dal momento che il centrodestra rimane compatto, e non sarà certo lui a brigare per arrivare al suo scioglimento, visto che la coalizione è prevista dalla legge elettorale. Salvini è avvisato: in caso di ripensamenti, dovrà fornire prove pubbliche di un mutato quadro politico. Nel frattempo avanti con i secondi più i terzi, M5s e Pd, visto che i numeri in teoria ci sarebbero. 

Altro elemento chiave che si può dare per acquisito è la chiusura della finestra elettorale di giugno. L’ultima domenica utile per andare a votare sarebbe il 24, e il termine ultimo per lo scioglimento il 9 maggio. In realtà la legge per il voto degli italiani all’estero prevedere due mesi di adempimenti, quindi siamo già oltre. 

C’è di più, però. Si può dare per certo che il Quirinale farà di tutto per evitare la prima finestra realisticamente a disposizione per votare, e cioè l’autunno, anche se non è detto che ci riesca. Due le ragioni: da una parte l’inutilità di una nuova consultazione senza una riforma della legge elettorale (con il rischio di uno stallo bis), dall’altra la certezza dell’esercizio provvisorio, perché non si farebbe in tempo ad approvare la legge di bilancio. Lo scattare automatico dell’aumento dell’Iva (che nessuno vuole) sarà un formidabile deterrente per arrivare dire che un governo ci vuole per guadagnare almeno la fine dell’anno.

Mattarella non è però disposto ad avallare la nascita di un governo quale che sia. Se lo fosse, avrebbe accolto la richiesta di larga parte del centrodestra di poter formare un esecutivo di minoranza che vada a cercarsi i voti in Parlamento. Nessun incarico pieno senza numeri certi, troppo alto il rischio di una bocciatura, e che quel governo si trovi poi a gestire le elezioni. Per di più, un preincarico pare sia stato offerto a Salvini, ma rifiutato dallo stesso.

Impensabile però, secondo gli esperti del Colle, che a Palazzo Chigi rimanga Gentiloni. Quindi l’unico governo di cui Mattarella è disponibile a certificare la nascita anche senza la fiducia è un esecutivo tecnico (o “di traghettamento”, ultima definizione), chiamato proprio a gestire il voto. Un percorso lineare per evitare di poter essere tacciato di partigianeria. 

Detto tutto questo sbaglia chi immagina un Quirinale indifferente e amletico. Preoccupa lo stallo, preoccupano i segnali di nervosismo crescente dei partiti, ma preoccupano anche le tensioni nel Mediterraneo e l’Europa che si ridisegna senza l’Italia. Non ci si fanno troppe illusioni sul tentativo 5 Stelle-Pd, la strada appare impervia. Altre però non ce ne sono. La terza e ultima ipotesi teoricamente possibile infatti (centrodestra più Pd) nessuno ha mai chiesto di scandagliarla.

La possibilità che i veti di Renzi e/o le consultazioni online delle basi dei due partiti facciano saltare l’intesa è presa in seria considerazione. Quindi ci si prepara al peggio, a certificare che nessuna ipotesi di governo politico ha i numeri per nascere. 

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