QUIRINALE & CONTE/ I segreti della regia di Mattarella che guarda alla Germania

- Nicola Berti

L’irritazione del Capo dello Stato con il candidato premier e i partiti che lo sostengono sulle nomine dei ministri non è un caso isolato. Anzi, ci sono precedenti illustri. NICOLA BERTI

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Sergio Mattarella

Se ce n’era bisogno, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha confermato di essere all’altezza del ruolo cui è stato chiamato tre anni fa dal Parlamento. Salvo colpi di scena, l’Italia avrà a breve un governo politico, espressivo dei nuovi pesi rappresentativi dati alle Camere da un voto democratico, su base proporzionale. Ed è un esecutivo che nasce in meno della metà del tempo necessario nello stesso periodo alla Germania per veder siglato il “contratto” Cdu-Spd, sotto la regia di un cancelliere-monumento come Angela Merkel IV. L’azione di Mattarella, peraltro, si è sviluppata con successo in una situazione politico-istituzionale assai più complessa di quella tedesca.

Il Bundespraesident Frank-Walter Steinmeier ha potuto pressoché disinteressarsi delle autonome trattative fra le forze politiche nel dopo voto. Solo dopo quattro mesi — e il fallimento del tentativo di maggioranza jamaica (Cdu/Csu-Fdp-Verdi) — è entrato in scena imponendo di fatto la ri-formazione della coalizione uscente: con un passo sostanzialmente al di fuori delle competenze stabilite dalla Costituzione tedesca per la presidenza. E’ stato favorito, peraltro, dal fatto che cristiano-democratici e social-democratici, pur nettamente battuti al voto del 24 settembre, hanno mantenuto numeri assoluti e solidità interna sufficienti a governare la Germania: lasciando ai margini i liberal-democratici e i populisti xenofobi di AfD. E’ da notare, comunque, che una situazione di incertezza politica in parte non prevista non ha pressoché turbato il funzionamento del sistema-Paese e l’opinione pubblica tedesca, nonostante le crescenti tensioni geopolitiche e geoeconomiche.

Alla fine dell’inverno, Merkel IV, appena reinsediatasi, è stata quasi tenuta fuori dalla porta della Casa Bianca di Donald Trump ed è molto probabile che il Consiglio Ue di di fine giugno non potrà aprire come previsto il cantiere di riforma dell’eurozona. L’asse dell’Europa carolingia, che da Schmidt-Giscard d’Estaing a Kohl-Mitterrand ha partorito la moneta unica, nel semestre di vuoto di governo in Germania si è gravemente fratturato. Il presidente francese Macron — sempre più filo-americano — ha approfittato dell’impasse tedesca per proporre una sua agenda di riforma “politica” dell’Unione monetaria (peraltro lo stesso approccio del governo italiano in formazione). L’agenda è stata fragorosamente bocciata nei giorni scorsi da un battaglione di economisti tedeschi: formalmente custodi dell’ortodossia dei Trattati di Maastricht, sostanzialmente difensori per conto del governo della leadership tedesca in Europa a colpi di parametri.

In questo scenario, comunque, a Berlino, Monaco e Francoforte nessuna voce ha gridato di “fare presto”. Nessuno ha pregiudizialmente difeso i vecchi equilibri e nessuno ha aprioristicamente chiamato in campo il “nuovo” (Fpd si è spontaneamente ritirata in attesa delle prossime elezioni). Tutti hanno guardato con attenzione a un tentativo serio e prolungato di rendere compatibili “vecchio” e “nuovo” in jamaica. Nessuno si è scandalizzato se il presidente, a un certo punto, ha tagliato corto: è stato implicito che si muoveva nell’interesse del Paese, non per tamponare la sconfitta della sua Spd. Nessuno ha avuto nulla da ridire neppure sul fatto che il “contratto” di governo sia stato sottoposto a referendum presso gli iscritti Spd.

Mattarella ha dovuto sbrogliare una matassa molto più intricata in un contesto-Paese molto meno sano e strutturato. Ha affrontato l’esito di un voto condotto con regole raffazzonate all’ultimo, principalmente da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, preoccupati soprattutto di gestire le ricadute personali di una probabile sconfitta politica, pur mettendo il Paese in stato di paralisi. (Mattarella avrebbe potuto opporsi al “Rosatellum” dopo una pronuncia della Corte costituzionale e mesi di appelli estenuanti a varare una legge elettorale purché fosse?).

Il Quirinale — si è ascoltato e letto in queste settimane — avrebbe potuto affidare celermente un incarico a Luigi Di Maio o a Matteo Salvini. Non lo avrebbe fatto in base a una valutazione di merito, ostile alle nuove forze cosiddette populiste: ma chi lo scrive criticamente dimentica che Di Maio e Salvini saranno ora con tutta probabilità co-premier, mentre era elevata la probabilità di fallimento in caso di rapida chiamata diretta (e il Quirinale non ha mancato di effettuare una prima verifica istituzionale attraverso le esplorazioni dei presidenti delle due Camere). Di Maio e Salvini, in ogni caso, hanno potuto utilizzare in modo decisivo la sponda di Mattarella quando ha prospettato un “governo di mediazione”; il presidente ha poi lasciato loro due settimane di extra-time e ha infine concesso loro l’innovazione costituzionale “materiale” del premier “terzo”. In ogni caso, è stato comunque il pasticcio-Rosatellum a rendere costituzionalmente incerta la scelta di precedenza per un incarico pieno al leader del primo partito o a quello della prima coalizione (questa, per di più, progressivamente liquefattasi dopo il voto).

Si è detto anche che Mattarella sia stato indulgente in modo asimmetrico verso il tentativo fra M5s e il “suo” Pd. Nei fatti si è trattato di un tentativo molto fondato e in molte premesse meno incerto di quello M5s-Lega. I colloqui sono falliti solo per la scomposta imboscata televisiva di Renzi, fuori da ogni buona prassi politico-istituzionale. Ecco, forse anche il leader occulto del Pd avrebbe potuto essere sanzionato per primo da una manifesta “irritazione” da parte del Quirinale, che stava lavorando per il paese, non per il Pd contro il Paese o per un “giglio magico” contro il partito storico del centro-sinistra.

L'”irritazione” pubblica del Capo dello Stato è invece venuta a galla — nelle ultime ore — riguardo l’orientamento di M5s e Lega a indicare Paolo Savona come ministro dell’Economia nel nascente governo Conte. La posizione del Quirinale è formalmente ineccepibile: sul meccanismo costituzionale di nomina dei ministri e sul compito di alta vigilanza del rispetto dei trattati internazionali. Sul piano sostanziale non c’è dubbio che l’intervento sia stato almeno parzialmente di merito. L’opposizione alla candidatura Savona è nei fatti un warning preventivo all’approccio di politica europea dichiaratamente dialettico da parte di Lega-M5s (warning su cui si potrebbe discutere in un quadro Ue sempre meno granitico e sempre più in evoluzione). E’ peraltro vero che il Capo dello Stato non può rimanere inerte di fronte a una crisi-Paese corrente o attesa: il precedente prossimo — ancorché discusso — è quello di Giorgio Napolitano nel 2011, con lo spread a 600.

Certamente la storia repubblicana propone una casistica ormai ricca sui rapporti fra Quirinale e governi in formazione. E’ stato lo stesso Mattarella ad aprire l'”album di famiglia” citando Luigi Einaudi — primo presidente della Repubblica eletto — che nel 1953 scelse autonomamente come premier l’esponente Dc Giuseppe Pella: primo successore di Alcide De Gasperi. Un richiamo non contestabile: anche perché Pella fu incaricato — e nei fatti fu — premier di una fase di transizione, a capo di un governo di scopo per approvare il bilancio dello Stato. Ma l’economista piemontese — che era stato allievo di Einaudi — non si limitò alla “Finanziaria 1954″. Come ministro degli Esteri ad interim fu protagonista a sorpresa di un pericoloso scontro diplomatico con la Jugoslavia di Tito, con rischio di escalation militare a Trieste. Fu anche per questo che il suo esecutivo durò meno di sei mesi: lasciando poi il campo a un governo politico guidato dal leader Dc Amintore Fanfani, che diede gas al boom economico e aprì il lungo cantiere dell'”apertura a sinistra”. 

Proprio su questo sfondo l’originario “caso Pella” registrò altri e significativi sviluppi. Nel 1955 il Parlamento elesse nuovo presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, esponente della sinistra Dc sponsorizzato dall’emergente leader dell’Eni, Enrico Mattei, ma sostenuto contro lo stesso Fanfani dall’ala più conservatrice del partito, fra i cui leader c’era anche Pella. Quest’ultimo, negli accordi, era il candidato in pectore per Palazzo Chigi, ma Gronchi — esercitando lui pure i suoi poteri costituzionali di incarico — gli preferì Antonio Segni. Il politico sardo era destinato a salire lui stesso al Quirinale dopo Gronchi, per essere al centro di una controversa ipotesi di svolta reazionaria (“Piano Solo”). Un decennio dopo le scelte “costituzionali” del liberale Einaudi e poi del democristiano Gronchi, il gioco degli organigrammi fra Quirinale e Palazzo Chigi si concluse con un drammatico confronto fra Segni, Aldo Moro e Giuseppe Saragat, due fra i protagonisti finali dell'”apertura a sinistra”. Segni fu colto da ictus — e si dimise di lì a breve —, si disse di fronte alle accuse di caldeggiare un colpo di Stato.

In tempi molto più recenti è vero che Giorgio Napolitano impose nel 2011 un intero governo tecnico guidato da Mario Monti e vincolò poi nel 2014 anche Matteo Renzi ad affidare il Mef a un tecnocrate internazionale come Pier Carlo Padoan. Nulla invece ebbe da dire allora il Quirinale sulla chiamata di un giovane legale di provincia, Maria Elena Boschi, al ministero delle Riforme, che fin da allora si annunciava strategico nella stagione di governo.

Un ventennio prima, la statura tecnica di Guido Carli non avrebbe potuto essere contestata da nessun presidente della Repubblica — neppure dotato dello stile originale di Francesco Cossiga — nei governi della coalizione politica Craxi-Andreotti-Forlani, alla fine della Prima Repubblica. L’autorevolezza dell’ex Governatore, d’altronde, si estese fino al governo tecnico e super-europeista di Carlo Azeglio Ciampi, nel quale ministro dell’Industria fu proprio Savona, uno degli allievi principali della “scuola Carli”.

Il lungo governo Craxi — il più lungo della Prima Repubblica — è invece il caso forse più eclatante di totale autonomia delle forze politiche rispetto al Quirinale, dove pure allora sedeva una personalità come quella di Sandro Pertini. La prima decisione del Consiglio dei ministri fu la creazione al proprio interno di un “consiglio di gabinetto”: organo sconosciuto alla Costituzione italiana. Ne facevano parte, oltre al premier-leader del Psi, il vicepremier Arnaldo Forlani (leader dell’opposizione interna al segretario Ciriaco De Mita nella Dc); quindi i Dc Giulio Andreotti (Esteri), Gianni Goria (Tesoro) e Oscar Luigi Scalfaro (Interni); il socialista Gianni De Michelis (Lavoro), il segretario del Pri, Giovanni Spadolini (Difesa), il segretario del Psdi, Pietro Longo (Bilancio) e il liberale Renato Altissimo (Industria), che da ministro fu eletto segretario del Pli. Il governo era quindi costruito attorno a un direttorio di leader del “pentapartito” che garantiva la maggioranza parlamentare. L’esatto contrario di una valutazione attenta da parte del Capo dello Stato dei profili dei ministri e delle loro “compatibilità” con il quadro internazionale (Craxi fu addirittura il premier dell’incidente di Sigonella).

Sarà ora interessante vedere — almeno per i cultori di storia istituzionale — come contribuirà il “caso Conte-Di Maio-Salvini”, cui certamente non mancano i presupposti di sperimentazione politico-costituzionale.

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