PAGELLE AI POLITICI/ Da Di Maio a Salvini e Mattarella: i voti del “primo tempo”

- Marco Tedesco

A 60 giorni dal voto siamo al punto di partenza. E da lunedì si torna al Colle. Intanto, sul campo, ha finora giocato una squadra troppo litigiosa e inconcludente. MARCO TEDESCO

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Luigi Di Maio e Matteo Salvini sullo sfondo (LaPresse)

Oggi sono passati due mesi esatti dal voto del 4 marzo, e la XVIII legislatura non ha ancora trovato un governo. Non sono bastati 60 giorni, due giri di consultazioni con i partiti e due mandati esplorativi affidati alle più alte cariche di Senato e Camera. Così, lunedì 7 maggio, come fatto sapere ieri dal Quirinale, inizierà un nuovo giro di consultazioni. “A distanza di due mesi — si legge in una nota del Colle — le posizioni di partenza dei partiti sono rimaste immutate. Non è emersa alcuna prospettiva di maggioranza di governo. Nei giorni scorsi è tramontata anche la possibilità di una intesa tra il M5s e il Pd. Il presidente Mattarella svolgerà nuove consultazioni, in un’unica giornata, quella di lunedì, per verificare se i partiti propongano altre prospettive di maggioranza di governo”.

Dunque, siamo tornati alla casella di partenza. Con un’aggravante: in questi due mesi sono già state bruciate diverse carte. La prima: far decantare i fuochi della campagna elettorale e del voto. Dopo 60 giorni, le fiamme sono semmai più alte e più vivide. La seconda: alla luce dei risultati delle urne, tentare la strada di un governo tra la coalizione, il centrodestra, e il partito, il M5s, che avevano ottenuto più consensi. Ipotesi non solo sfumata, ma addirittura i due “promessi sposi” si sono lasciati, pure a male parole. La terza: provare a dar vita a un governo M5s e Pd. Una possibilità abortita prima ancora di poter nascere. Da lunedì, quindi, si rimetterà la palla al centro e inizierà il “secondo tempo” di una partita, quella per la formazione di un governo, che durerà sicuramente meno del primo tempo, che non arriverà ai tempi supplementari e che potrà riservare parecchie sorprese, compresa la possibilità di vedere interrotta bruscamente la gara.

Stando, allora — un po’ per scherzo e un po’ anche no, alla metafora calcistica e mutuando l’abitudine dai quotidiani sportivi, è possibile stilare la “pagella” dei “protagonisti”? Che voto possiamo dare ai vari Di Maio, Salvini, Renzi e Berlusconi (i giocatori più importanti scesi in campo) e all’allenatore Mattarella? Ecco le nostre “pagelle”.

MATTEO RENZI: 5,5. Difficile per uno abituato alla fascia di capitano, a “comandare” al centro dell’attacco e a catalizzare tutti i palloni, ritrovarsi in panchina e poi di colpo essere richiamato in campo ma lontano dalla porta. Ormai lontana la vendemmiata di reti messe a segno nelle Europee 2014, l’ex centravanti ha sbagliato via via sempre più gol e soprattutto ha clamorosamente fallito il rigore decisivo nella sfida del 4 dicembre 2016 per la riforma costituzionale. Così, a furor di popolo, i tifosi il 4 marzo hanno preteso la sua sostituzione. Autoesclusosi dalla formazione (scelta a cui non si è rassegnato) ma sempre presente a bordo campo, Renzi ha volutamente lasciato il pallino del gioco ai nuovi “acquisti” (l’attaccante Luigi Di Maio e il centrocampista Matteo Salvini), ben sapendo che il terreno (dopo il voto del 4 marzo) non era certo nelle migliori condizioni. All’allenatore, poi, da subito, ha fatto chiaramente intendere di non voler affatto entrare in campo con “quei due” presenti in squadra. Per lunghi tratti, dunque, non ha giocato, ma quando è stato chiamato in causa i suoi tocchi hanno avuto solo l’effetto di destabilizzare tutta la linea difensiva, creando subbuglio tra i compagni di reparto (del Pd). L’allenatore Mattarella da lui si aspettava forse una maggiore assunzione di responsabilità, una volta chiamato in causa per “favorire” la costruzione del gioco.

SILVIO BERLUSCONI: 5. Trequartista, in gioventù, molto esuberante, tutto genio e sregolatezza, in questa partita, caratterizzata da un evidente cambio di modulo rispetto alle sue abitudini e ai suoi desideri, ha cercato di piegarsi alle nuove esigenze tattiche senza spezzarsi. Prima del 4 marzo sognava di fare l’assist man del centravanti Renzi (a tal scopo avevano caldeggiato insieme l’adozione di uno schema su misura, il Rosatellum), ma al momento di scendere in campo si è accorto: 1) che Renzi non era più titolare; 2) che gran parte dei tifosi non amavano più il Berlusca playmaker come un tempo; 3) che alcuni giocatori addirittura volevano sostituirlo, escluderlo dalla formazione di partenza. Dotato di una grinta da mediano e di una capacità di fare spogliatoio a modo suo “conquistandosi” la simpatia dei compagni (a volte, può bastare anche una sigaretta offerta di nascosto…), ha dapprima messo in mostra le sue doti istrioniche (pavoneggiandosi al fianco di Salvini nella conferenza stampa dopo il primo giro di consultazioni al Quirinale), poi ha cercato di riportare dalla sua alcuni settori dello stadio (le tribune “Molise” e “Friuli Venezia Giulia”), ma senza grossi risultati. Messo un po’ ai margini della manovra e coinvolto assai meno dai compagni, più che brillare con veroniche, tunnel e guizzi improvvisi, Berlusconi ha fatto un po’ da tappo alla fluidità del gioco, impedendo così che la squadra per il governo potesse andare a segno già nei primi minuti della partita. Con lo scorrere del tempo e con l’inerzia di una gara bloccata su uno sterile nulla di fatto, è tornare a sperare di poter convincere l’allenatore a ripristinare il vecchio modulo centrato su di lui e su Renzi (e la speranza, per lui, non è ancora morta…).

MATTEO SALVINI: 6,5. Giocatore “ruspante”, rude negli interventi, pronto anche a polemizzare con gli avversari, ma di grande lealtà. Non si è lasciato sopraffare dalla sua naturale irruenza, ma ha giocato con calma e sicurezza, mettendo in mostra doti inaspettate di palleggio. E, poi, non ha voluto mettersi troppo in luce, lasciando buoni palloni anche ad altri. Conosciuto come un buon giocatore d’interdizione, il nuovo modulo partorito dalle scelte del 4 marzo lo sta plasmando in centrocampista a tutto campo. Ha cercato di legare da subito con Di Maio, ma tra i due il fraseggio sullo stretto è sempre stato impedito dalla presenza ingombrante di Berlusconi. Salvini non ha mai voluto sacrificarlo, essendo lui il vertice basso di un rombo al cui apice appunto giostra il Cavaliere, mentre Di Maio ha fin dal fischio d’inizio mostrato tutta la sua insofferenza per un giocatore ritenuto “inaffidabile”. Dopo un primo tempo in cui è stato costretto a recuperare molti palloni e a spendere molto fiato, Salvini nel secondo è pronto ad assumersi l’onere di guidare in prima persona la squadra: senza fare più catenaccio, nè melina, ma imponendo il gioco (anche agli occhi dell’Europa, che pure non lo ama).

LUIGI DI MAIO: 4. Chiamato, il 4 marzo, a furor di popolo per sostituire al centro dell’attacco l’ormai inviso Renzi, Di Maio si è presentato sul campo di gioco in forma smagliante. Giocatore molto convinto, al limite della sopravvalutazione, dei propri mezzi, ha cercato di imporre il suo “carisma” ai compagni. Ma ha pagato per inesperienza il salto di categoria: nella squadra del M5s, abituata a giocarle tutte in casa sui campetti della piattaforma Rousseau, è il bomber. Ma, tra il Quirinale, Palazzo Madama e Montecitorio, non basta giocare come centravanti d’area vecchio stampo: non è mai arretrato per dare respiro alla manovra e non si è mai sacrificato per far salire la squadra. Fin dai primi minuti si è impigliato nella sua arroganza, richiamando ossessivamente i compagni al rispetto, fin troppo esagerato, di un proprio ed esclusivo rigore tattico e pretendendo che il pallone gli arrivasse, solo e soltanto, per un comodo tocco in rete. Ma soprattutto ha commesso l’errore di mettere in competizione gli esterni della squadra: prima ha privilegiato l’ala destra, cercando però in tutti i modi che il gioco non passasse mai dal trequartista Berlusconi; poi, visto che lo schema non riusciva per l’ostinazione di Salvini nel cercare il compagno, ha chiuso il “forno” di destra, invocando a quel punto, a gran voce, cross e palloni dall’out sinistro (che, nel frattempo, si è disunito a causa delle continue e un po’ confuse sovrapposizioni sulla fascia tra Renzi e Martina). Risultato: il nuovo goleador, abbandonato dalle sue ali, è rimasto a secco di palloni, di occasioni e di gol. Sognava di vincere la classifica cannonieri, rischia di essere rubricato alla voce “promessa non mantenuta”.

SERGIO MATTARELLA: 8. A questo allenatore le urne del 4 marzo hanno consegnato una squadra scombiccherata, con reparti slegati tra loro, troppe primedonne in campo e uno spogliatoio lacerato da invidie, veti e personalismi eccessivi. Si è armato di pazienza, all’inizio ha lasciato briglia sciolta ai giocatori; accortosi che l’amalgama mancava, ha cominciato a dare le prime indicazioni tattiche, affidandosi anche ai buoni uffici dei due vice-allenatori Casellati e Fico. Ma in campo i giocatori continuavano a mandarsi a quel paese, a non passarsi la palla, a fare i “venezia”. Nonostante i continui, seppur sommessi (come nel suo stile) richiami dalla panchina, ha dovuto tollerare, con malcelata rassegnazione, un primo tempo sprecato. Ora c’è un intervallo di tre giorni e la sua speranza è che possa servire a far sbollire le rivalità, a far ritrovare un sussulto di responsabilità, a ricompattare lo spogliatoio. Mattarella sa che non può sbagliare il secondo tempo. Lo capiranno anche i giocatori? O sarà costretto a pescare, tra le riserve (della Repubblica), il cambio giusto per trovare finalmente la via del gol (cioè del governo)?

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