CRISI DI GOVERNO/ Bernabè, il “tecnico” amico di Carrai (Renzi) e Casaleggio sr

- Nicola Berti

Alcuni insospettabili lavorano contro la soluzione della crisi. Una resistenza travestita da desistenza, fatta d’acciaio rivestito di gomma. Il ruolo di Gentiloni, Renzi e B. NICOLA BERTI

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Paolo Gentiloni con Matteo Renzi (LaPresse)

Quando Marco Carrai — tuttora candidato del Pd renziano alla guida della cybersecurity nazionale — firma sul Corriere della Sera un corsivo d’augurio (geopolitico) al Giro d’Italia partito in Israele non fa che aggiungere un tassello a una rete di indizi: quelli che indicano in “Loro 1 & 2” (Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, i perdenti del voto del 4 marzo) gli abili registi della resistenza allo sblocco dell’impasse post-elettorale. Una resistenza travestita da desistenza, fatta d’acciaio rivestito di gomma. Fatta di dinamiche di potere extra-istituzionale, di mimetismi vigili inframezzati da iniziative improvvise: strategiche (come l’irruzione di Renzi nel salotto di Fabio Fazio); o tattiche come il Carrai diplomatico-sportivo su un terreno mediatico-finanziario comune al Pd renziano e al centrodestra berlusconiano. Lo scacchiere — per intendersi — degli scontri violenti in corso (nel vuoto politico) sul governo del calcio in tv; su Tim-Mediaset-Vivendi; sul riposizionamento proprietario e politico dei grandi poteri editoriali (Rcs in mano a Intesa Sanpaolo, versus Gedi non ancora stabilizzata negli equilibri fra le famiglie Agnelli e De Benedetti). Un campo di gioco di puro potere, nel quale l’ulteriore prolungamento dei tempi supplementari post-voto avrebbe un impatto critico, ad esempio, sul rinnovo dei vertici della Cassa Depositi e Prestiti, l’istituzione finanziaria più importante del sistema-Paese. Oppure sul voto bipolare (magistrati da un lato, parlamentari dall’altro) per il rinnovo del Csm.

Sul Sussidiario abbiamo già riflettuto sugli effetti strutturali del “vuoto di governo” che giusto ieri Stefano Folli ha messo al centro del suo column su Repubblica. Non siamo d’accordo (per una volta) non tanto sul riconoscimento di “dignitosità” formale al governo Gentiloni in prorogatio: quanto sul favore implicito e all’ipotesi sostanziale conseguente. La prosecuzione dell’esecutivo dimissionario (magari rimpastato) fino alle prossime elezioni — come extrema ratio fra le opzioni sul tavolo del presidente della Repubblica — trasformerebbe verosimilmente in una paradossale vittoria tattica la “resistenza passiva” di Renzi e Berlusconi. Se questo poi avvenisse — come Folli argomenta — ancora col pretesto di rassicurare il cipiglio stereotipo di “Europa & mercati”, la crisi politica avrebbe nuove chances di trasformarsi in crisi democratica. Tanto più grave perché prodotta da una riforma della legge elettorale concepita da giocatori in difficoltà su propri errori politici e di governo per neutralizzare gli effetti della propria probabile sconfitta.

Nel 2011 Silvio Berlusconi fu estromesso da una doppia crisi internazionale puntata sull’Italia (spread e Libia) a favore di un tecnocrate come Mario Monti, mutato in leader politico a fine mandato e peraltro battuto al voto 2013. Nel 2018 il governo del Paese verrebbe lasciato in ostaggio di leader personalistici, pesantemente battuti al voto anche per la resistenza personalistica alle regole della democrazia formale e sostanziale (il Pd di Renzi — eletto per la prima volta parlamentare solo il 4 marzo — non ha mai registrato un’affermazione in una consultazione nazionale, ma solo sconfitte. E la sua affidabilità europea, alla vigilia del voto, è stata superata addirittura da quella postuma di Berlusconi).  

Certamente Luigi Di Maio — assai più di Matteo Salvini — ha dimostrato forti limiti di caratura come leader di una forza politica forte di una maggioranza relativa di un terzo del Parlamento. Ma alla domanda-premessa (perché M5s ha candidato Di Maio a premier) oggi più che mai ne segue un’altra: perché in questi due mesi nessuno fra i pentastellati ha mosso un dito per aiutare Di Maio a giocare bene le sue carte? Non l’ha fatto anzitutto Beppe Grillo, il fondatore del movimento (anzi); né tanto meno Davide Casaleggio, “proprietario” di M5s e dei suoi multiformi algoritmi politici. Poi sarà una coincidenza da dietrologi che la delicata assemblea Tim di ieri sia stata presieduta — in qualità di consigliere anziano — da Franco Bernabè: l’ex commis di Stato che qualcuno giorni fa ha lanciato addirittura come possibile premier tecnico. Socio di Carrai, Bernabè (nella Cambridge Consulting Management Labs, nulla a che fare con Cambridge Analytics). E amico dello scomparso Gianroberto Casaleggio sr, da quando lavorava in Telecom Italia.

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