SPILLO/ Davigo vs “colletti bianchi”: M5s, il primo amore (le manette) non si scorda mai…

“Urgente codice penale contro i crimini dei colletti bianchi, non legittima difesa. Ripartiamo da Davigo”. Lo dicono in M5s. E c’è da aver paura. MAX FERRARIO

17.06.2018 - Max Ferrario
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Piercamillo Davigo (LaPresse)

Non si può dar torto “a prescindere” a Gianluigi Paragone — giornalista ex leghista bossiano trasbordato in Parlamento con M5s dopo un robusto passaggio in Rai — quando s’interroga sul caso Parnasi e sull’attenzione che un movimento novizio nelle stanze di governo nazionale deve riservare ai contatti con il mondo degli affari. Peccato che questo ragionamento — esposto sull’house organ ufficioso Il Fatto Quotidiano — abbia questo titolo: “Urgente codice penale contro i crimini dei colletti bianchi, non legittima difesa. Ripartiamo da Davigo”.

Dunque: per il governo giallo-verde 2018 sarebbe una priorità — par di capire per il neo-ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede — riscrivere e ampliare il codice penale per imprenditori, manager, banchieri oltreché per i funzionari pubblici. E la via più rapida sarebbe allargare per la magistratura gli spazi riservati alla politica giudiziaria o all’amministrazione della giustizia fuori dai tribunali. Dopo che il Pd di Matteo Renzi ha affidato a Raffaele Cantone il ruolo ibrido di magistrato di governo all’Anac, ora M5s sembra puntare più in alto: si può immaginare alle direzioni generali del ministero. E dove un tempo fu chiamato Giovanni Falcone, evidentemente molti grillini vedrebbero bene Davigo: un eroe di Mani pulite, all’origine degli sconfinamenti del potere giudiziario verso quello legislativo ed esecutivo. Alla radice dell’autoreferenzialità egemone delle toghe, quel ruolo di “correzione degli errori della democrazia”, già brandito da Antonio Ingroia quando nel 2013 provò a fare il grillino fuori dal partito di Beppe Grillo.

Mentre il Paese attende che il super-ministro grillino dello Sviluppo e del Lavoro batta qualche colpo sui terreni dello sviluppo e del lavoro, probabilmente M5s è già distratto dalle vicende di alcuni suoi “grandi elettori”: non gli 11 milioni che hanno regalato a Luigi Di Maio la vittoria il 4 marzo, ma i circa 10mila magistrati italiani. Questi ultimi il 9-10 luglio sono chiamati a rinnovare il loro organo di autogoverno — Il Consiglio superiore della magistratura — per la componente “togata” (16 membri su 27). Il voto si profila estremamente incerto e lo storico predominio di Magistratura democratica (oggi ricomposta nella corrente Area) è insidiato forse più dal massimalismo dei seguaci di Davigo (protagonista di una contrastata presidenza dell’Associazione nazionale magistrati) che dalla crescita dei moderati di Magistratura indipendente. 

Non stupisce che Davigo sia all’offensiva a tutto campo, con una ricetta tradizionale: rimescolare ambizioni personali, equilibri corporativi di potere nel Paese, vecchi ideologismi e nuovi slogan politici. “Manette a chi ruba”, magistrati buoni contro “colletti bianchi” cattivi: ha funzionato tante volte negli ultimi 25 anni, perché non dovrebbe funzionare ancora? 

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