SCENARIO/ Gli immigrati e il principio “non negoziabile” violato dall’Ue

Nella questione migranti i media evitano di distinguere tra il problema europeo con la regolazione dei flussi e la chiusura dei porti alle Ong decretata dall’Italia. MARIO BARCELLONA

27.06.2018 - Mario Barcellona
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LaPresse

Provare a ragionare sui migranti è una cosa molto difficile. Non c’è una ragione unica cui ci si possa affidare per rispondere a tutti i problemi che quest’esodo apocalittico dalla guerra e dalla miseria solleva nei paesi più ricchi. E comunque non basta la ragione, perché gli interrogativi che quest’esodo propone interpellano non più solo la politica ma, con una radicalità che non ha paragoni, la stessa coscienza individuale, il modo in cui ciascuno intende il proprio esser uomo ed il proprio rapporto con l’altro.

Però, qualcosa si può fare, ed è esattamente il contrario di quello che si sta facendo. 

Quello che si sta facendo è di mettere tutto insieme, di sovrapporre come fossero una sola questione tutti i diversi problemi che questo dramma epocale solleva. E questo, per lo più, lo si fa non ingenuamente. E’ un deliberato espediente della guerra senza quartiere che ormai coinvolge interi paesi, i loro leader e le forze politiche di cui sono espressione. E che ha una posta che non si limita affatto al problema dei flussi migratori: in Italia come in Europa monta lo scontro tra le espressioni politiche del vecchio establishment e i cosiddetti “populismi” che raccolgono e amplificano, a modo loro, l’insoddisfazione degli esclusi.

Per ragionare su questa questione è, perciò, necessario distinguere quel che appartiene solo allo scontro tra i cosiddetti “populismi” ed i loro antagonisti dai problemi che, invece, son propri di quest’esodo dal sud del mondo verso le terre della (relativa) opulenza.

E’ questo, appunto, che deve far dire che, contrariamente a quanto si legge e si sente, la vicenda dell’Aquarius e il conflitto che si è aperto in Europa sulla regolazione dei flussi migratori non sono la stessa cosa.

Sul piano internazionale, tutti, da Macron a Sanchez, hanno sovrapposto queste due questioni, accomunando nello “sdegno” per la chiusura dei porti italiani alle navi Aquarius e Lifeline la richiesta italiana di rideterminare i criteri di accoglienza dei profughi nei paesi europei:  nessuna considerazione — si legge e si sente — per chi fa scempio dell’umanità! Il carattere cinicamente strumentale di questa indebita sovrapposizione non ha bisogno di essere spiegato: dietro queste opportunistiche prese di posizione c’è solo il proposito che i migranti restino lì dove sono stati sbarcati e dove si vuole che continuino ad essere sbarcati, e cioè in Italia e, al più, in Grecia.

A questa indignazione d’accatto taluni — non molti in verità — hanno contrapposto lo spietato controllo del confine di Ventimiglia o le barriere erette lungo le coste spagnole contro l’immigrazione dalle dirimpettaie spiagge marocchine o la minaccia dei carri armati al Brennero di poco tempo fa. Ma questi rischiano di essere solo i conti della serva. Che, però, divengono ignobili quando sono fatti dalle autorità costituite della ricca Europa sulle vite dei disperati. E che, per questo, è meglio lasciare ad altri.

Non c’è dubbio che la chiusura dei porti italiani alle Ong, oltre che ad evidenti finalità elettorali interne, era rivolta a disdettare clamorosamente gli accordi di Dublino. Ma — mai come in questo caso — lo scopo trascende il mezzo e richiede un giudizio distinto: giacché questo scopo, alla fine, coinvolge l’idea stessa di Europa e la qualità dei rapporti tra gli Stati membri dell’Unione.

L’Europa non può essere “una” solo quando deve garantire la libera circolazione dei capitali e delle merci o quando legifera sulle molte materie riservate alla sua competenza ed esercita la giurisdizione sugli Stati membri ed i suoi loro cittadini o quando chiama ad eleggere un proprio Parlamento (per quanto zoppo). Il potere legislativo ed il potere giurisdizionale, che le competono, impediscono che l’Unione sia ancora rappresentabile nei termini di un mero trattato e impongono di riconoscervi, realisticamente, la sede di una sovranità sovranazionale. La quale, inevitabilmente, ripropone la questione degli attributi che di una sovranità tradizionalmente si predicano: tra i quali rientrano, per l’appunto, il territorio ed i suoi confini. Un’unione non può non avere confini suoi propri. Confini che, verso l’esterno, cessano di essere solo confini dei singoli Stati-membri e divengono confini attraversando i quali semplicemente si entra, per l’appunto, nel territorio proprio dell’Unione. Ma se questi confini sono confini dell’Unione, tutto quel che proviene dal loro attraversamento non può che proporsi come problema dell’Unione, e dunque come un problema del quale tutti gli Stati-membri debbono farsi carico. E poiché l’Unione è informata a principi di eguaglianza e di pari dignità, un problema che si origina dall’attraversamento dei suoi confini deve, necessariamente, gravare su tutti i suoi Stati-membri nello stesso modo ed in misura proporzionale. Farlo gravare solo sugli Stati di confine violerebbe questi principi elementari e ne diminuirebbe lo status, approssimandolo a quello di semplici colonie. 

Ebbene, nella sostanza, questo, e niente di più, è quello che oggi il governo italiano ha dichiarato di volere in sede di revisione delle discipline dei flussi migratori: che i confini dell’Italia, come quelli di tutte le altre nazioni che si affacciano sul Mediterraneo, siano trattati come confini dell’Unione e che i problemi dei migranti, salvati da organizzazioni comuni del tipo di Frontex o dalle Ong, siano fatti gravare su tutti gli Stati-membri nel medesimo modo ed in misura proporzionale, e dunque distribuendo su tutti i loro territori i punti di sbarco, i cosiddetti hotspot e la cura del vaglio delle richieste di asilo e dei rimpatri.

Ma se questo è vero, e nessuno può seriamente negare che lo sia, allora si ribaltano i giudizi, che in questi giorni si leggono o si ascoltano sui mass-media più influenti, e viene da chiedersi quanta buona fede possa loro ancora accreditarsi.

Dove alberga, infatti, il “sovranismo”? in quei paesi che con pervicacia insistono nel confinare i migranti nei paesi di frontiera (= Italia e Grecia) preservando i loro territori nazionali o in quelli che, invece, rivendicano che i loro confini siano confini dell’intero territorio della Ue? Chi è autenticamente europeo? chi pretende di distinguere i territori e i confini degli Stati nazionali al punto da esigere che i migranti “sconfinati” siano “rimpatriati” nei paesi di primo approdo o chi, invece, chiede di riconoscere che il territorio dell’Unione è uno ed uno solo, e che dei problemi dei migranti si facciano carico allo stesso modo tutti i paesi che la compongono e che soggiacciono alla sua sovranità sovranazionale?  

E come si può sostenere che questa “rivendicazione forsennata” isoli l’Italia dall’assise degli altri paesi europei, veri ed autentici europeisti, confinandola nel cerchio “appestato” del sovranismo di Visegrad? Sarà anche vero che Salvini e la Meloni treschino con quei paesi dell’Est e con tutto quello che di estremamente inquietante vi si annida. Ma in questa questione, che pure è cruciale, la circostanza che l’Italia e quei paesi si siano dichiarati contrari al piano, questo sì nel fondo sovranista, di Macron e Merkel non può far dire che stiano sul medesimo fronte: da che mondo è mondo l’essere contrari a qualcosa non permette affatto di dire che ci sia accordo su quel che ne dovrebbe prendere il posto, e nella specie tutti sanno che il gruppo di Visegrad si è dichiarato contrario perché rifiuta di condividere qualsiasi onere di accoglienza e l’Italia, invece, tale si è dichiarata perché richiede che quest’onere sia condiviso da tutti. D’altronde, cosa si dovrebbe fare per non essere “isolati”? forse sposare i “filosofici” diktat franco-tedeschi o magari negoziare uno status di paese in qualche modo subalterno contro qualche maggiore concessione economica (= un po’ di soldi per “mantenere” i migranti che ci viene imposto di accogliere o qualche flessibilità in più per far quadrare i nostri conti)? Il principio di eguaglianza degli Stati-membri e della loro pari dignità dovrebbe costituire un principio intransigibile dell’Unione, un principio che ogni paese, che si riconosca questa dignità, dovrebbe considerare  non negoziabile, e quindi non monetizzabile. Appropriato è, allora, chiedersi se possa mai ricondursi al “sovranismo” la semplice pretesa di far parte dell’Unione con la medesima dignità di tutti gli altri suoi membri, rifiutando di negoziarla in cambio di soldi. E se l’Italia abbia ad essere il membro di un’Europa di eguali o se, quando si discute dei confini, possa essere ridotta al rango della Turchia, se non della Libia.

Si potrebbe concludere con l’ennesima invettiva contro una stampa influente che pur di compiacere gli “allievi” di Paul Ricoeur (nel cui olimpo è ormai assurto Macron) giunge a sollecitare la negoziazione dello status del proprio paese, la sua riduzione ad una “marca” di un nuovo impero carolingio e che, onde additare al pubblico ludibrio Salvini, e con lui il suo alleato pentastellato, non esita a mettere insieme quel che un elementare ragione imporrebbe di distinguere (= il che cosa fare in Europa e la chiusura dei porti). Se non fosse che ciò che si gioca su questa questione è ben più delle sorti del governo giallo-verde (che molti, volentieri, avrebbero preferito non vedesse la luce), è il destino dell’Europa. Il “bastone”, che molti si augurano sia impugnato dalla Ue contro l’Italia, ha solo due sbocchi: o l’inizio di una rottura dell’intera costruzione europea o la sua trasformazione in una sorta di nuovo impero carolingio. Ma entrambi hanno un unico approdo: la fine del sogno europeo. 

Perciò, se — come ancora è ben possibile e come molti organi di stampa sconsideratamente si augurano — questo tentativo italiano fallisse, sconfitto non sarebbe affatto Salvini, o il suo governo, sconfitti sarebbero l’Unione e gli europeisti genuini, quelli che evocano Ventotene non solo a parole.

Ma poiché questo non più il tempo delle cose dette a metà, queste considerazioni non possono chiudersi senza prendere posizione sulla chiusura dei porti alle (per lo più ingiustamente criminalizzate) Ong.

Una larga maggioranza degli italiani, che, ahimè, va ben oltre quelli che hanno votato Lega e M5s, giudica che questo sia un “atto politico”, che — se non altro — ha posto con forza una questione che le cancellerie e le opinioni pubbliche d’oltralpe si rifiutavano pervicacemente di considerare: può dispiacere, ma a questo punto non c’era altro da fare! Sarà pure così. Ma questo giudizio, che sa di Machiavelli, implica un accantonamento dell’etica in esclusivo favore della politica che si può pensare vada oltre il segno. Anche su questo, però, occorre intendersi bene. Nel modo in cui Salvini ha prospettato al paese questa chiusura traspare una intollerabile vena xenofoba. E trapela, anche, un messaggio che, inducendo a pensare che il “per sé” venga prima della disperazione degli altri, annichilisce le coscienze e fomenta il darwinismo sociale. Ma dietro la facilità con cui il paese si è acconciato a questo “giudizio politico” c’è anche dell’altro. C’è qualcosa con la quale il “fascismo”, che di solito viene in proposito evocato, non ha molto a che fare. E che consiste in quello stesso fondo oscuro che, quando si parla di economia, fa dire che essa non può indulgere in considerazioni etiche. C’è — direbbero i filosofi — la costruzione moderna dell’etica come “sistema” distinto e separato della società, la cui validità ed il cui funzionamento sono destinati a rimanere intrappolati entro il chiuso delle coscienze individuali, affinché politica ed economia ne rimangano lontane. Nessuno può volere un ritorno allo “Stato etico” e neanche una rinuncia alla laicità delle istituzioni. Ma una conquista evolutiva non può trasformarsi nella disfatta del senso di umanità, nel tracollo della solidarietà  verso i disgraziati di questa terra. E per questo che si sarebbero dovute cercare altre vie, e magari meno a “buon prezzo”. 

Ma questo, se si vuol pensare con spirito onesto e sincero, richiederebbe anche di interrogarsi sulla condizione di quei migranti, che — come l’Europa vorrebbe avvenisse per tutti — rimangono parcheggiati sulle coste libiche: umanità e solidarietà, infatti, non si sposano, neanche, con il cinico adagio “occhio non vede, cuore non duole”. E richiederebbe, ancor prima, che si riflettesse finalmente su quel che solo Francesco ha il coraggio di dire, che se questi migranti lasciano le loro case è solo perché l’Europa, e poi l’intero Occidente, hanno reso le loro case un inferno. Ma per questo discorso qui non c’è più lo spazio. 

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