SPILLO/ Salvini e Di Maio, i “padroni rosiconi” dell’avvocato Conte

- Maestro Yoda

Conte ha chiesto la fiducia al Senato e ha avuto sempre di fianco Salvini e Di Maio, con espressioni piuttosto eloquenti sul loro stato d’animo. Il commento di YODA

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Giuseppe Conte e Matteo Salvini (Lapresse)

Se è vero, come si usa dire, che un’immagine vale più di mille parole, l’inquadratura televisiva dei vertici del nuovo governo durante il discorso – e le repliche – per la richiesta della fiducia, dava la misura esatta di quale pasta è fatto l’esecutivo esordiente. Il neo-presidente era a tratti molto infervorato, mentre i due vicepresidenti apparivano decisamente annoiati (in realtà a Di Maio ogni tanto scappava invece un sorriso di soddisfazione, pensando: finalmente comandiamo noi). Conte trasudava energia ed entusiasmo da ogni poro, visto che aveva perso il biglietto vincente della lotteria che poi qualcuno gli ha miracolosamente rimesso in mano. Si infervorava di più nei pochi passaggi a tema libero, dove poteva esibire qualche straccio di idea personale, mentre tornava nei ranghi – cosa avvenuta nella maggior parte del tempo – al momento di enunciare ciò che era stato scritto da altri nel famoso contratto.

Secondo il parere unanime di diversi commentatori, l’insolita lunghezza ha rispecchiato la necessità di dover dare spazio a due diverse narrazioni, quella della Lega e quella del Movimento 5 Stelle. E mentre Conte si impegnava nel dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ai vicepresidenti Salvini e Di Maio scappava la faccia di quelli che intimamente rosicano – come dicono a Roma – per il fatto che entrambi avrebbero voluto farlo loro, il discorso inaugurale, mentre ora erano costretti a stare lì, muti e silenziosi, ad ascoltare le loro parole pronunciate da un fino a ieri sconosciutissimo avvocato di Foggia. Tra l’altro un avvocato che piace moltissimo alle donne di tutti i partiti – basta per questo dare un’occhiata a cosa scrivono su Facebook a proposito dei suoi gesti, delle sue cravatte, dei suoi vestiti, del suo ciuffo e persino della sua penna, che poi è una normalissima Montblanc. E cosa dicono dei calzini di Salvini. L’inquadratura chiariva definitivamente che gli alti scranni del Parlamento per loro sono una gabbia, come la giacca e la cravatta per Salvini, mentre si capisce, sempre da quella sola inquadratura, che si troverebbero molto più a loro agio sui palchi dei comizi ad arringare le folle.

Una gabbia che li obbligava pure ad ascoltare in silenzio chi affermava di votare no alla fiducia, con motivazioni di normale buon senso. In questo ruolo la palma d’oro se l’è meritata la Capogruppo al Senato di Forza Italia Bernini, che nascondeva gli effetti dei molti ritocchi al botulino sotto una sbarazzina pettinatura in stile bell’époque. Con una veemenza oratoria degna di Giovanna D’Arco, ha attaccato a testa basta con molta decisione, iniziando con un affilato: “Abbiamo ascoltato a malapena il cosa, ma non abbiamo sentito una parola sul come, sul quando e, soprattutto, con quali soldi”. E poi ha continuato demolendo punto per punto i tanti generici annunci, stigmatizzando senza sconti ogni contraddizione, annunciando il voto contrario di Forza Italia. Salvini era pallidissimo, nervoso e imbarazzato, perché gli era stata preannunciata un’opposizione morbida, e invece si è trovato di fronte a una scarica micidiale di missili di precisione sparati dal suo ex alleato su ogni punto qualificante del Contratto.

C’era un altro parlamentare che rosicava e mostrava un palese imbarazzo, nascondendolo sotto una faccia da schiaffi più da schiaffi del solito. Dall’alto di tutte le sue sconfitte, Matteo Renzi cercava di ribadire la famosa superiorità antropologica della sinistra affermando: “Noi saremo all’opposizione perché noi siamo altro”. E anche lui mostrava tutta la sua insofferenza del dover stare in un banco come uno dei tanti peones, gonfiandosi ugualmente come un tacchino, e voltandosi a destra e a manca per mostrare le sue smorfie di superiore disapprovazione. Completava il quadro lo sguardo perennemente stupito e perso nel vuoto di Luca Toninelli, seduto subito sotto i tre vertici, cui toccherà il compito di occuparsi dei trasporti. E Yoda ha provato un irresistibile impulso a tornare subito sulla lontanissima Betelgeuse.

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