SPILLO/ Berlusconi non doveva andare in Africa a costruire ospedali?

- Roberto Locatelli

In uno scenario politico dove non c’è più spazio per i vecchi partiti della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi si ostina a ripetere se stesso. ROBERTO LOCATELLI

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Berlusconi ancora a processo nel Ruby ter (LaPresse)

Caro direttore,
il Governo è stato finalmente partorito, con la benedizione Urbi et Orbi del Capo dello Stato, e dopo circa tre mesi dalle elezioni chi ne è uscito definitivamente sconfitto sono Forza Italia e il Partito democratico, incarnati nei loro leader Silvio Berlusconi e Matteo Renzi.

Ma mentre Renzi ha cercato di defilarsi per poter far dimenticare al corpo elettorale le proprie colpe sia da leader di Governo che da capo di partito, Silvio Berlusconi sembra non aver mai un cedimento in merito al fatto di credersi l’unico investito di una missione salvifica per il Paese.

Sono passati ben venticinque anni da quando l’allora cinquantaseienne presidente di Fininvest e soprattutto del Milan, privato del paracadute politico del Psi di Craxi, decise di scendere nell’agone politico per sfidare la “gioiosa macchina da guerra” del Pds di Achille Occhetto. Sappiamo tutti come andò a finire, vittoria schiacciante di Silvio e primo Governo nel 1994.

La storia iniziata in quel fatidico anno ci porterà a documentare che Berlusconi sarà il premier più longevo della storia repubblicana ma, a parte questa statistica, saranno più le ombre che le luci nella sua azione politica, infatti al netto delle aspettative e delle dichiarazioni in merito a un’azione politica ispirata al liberismo reaganiano e thatcheriano, nella realtà dei fatti essa si è dimostrata più d’impronta socialista-craxiana, con crescita del debito pubblico sia in rapporto al Pil che in termini nominali.

Quando si concluse la sua ultima esperienza di governo nel 2011, dichiarò che la politica non l’aveva mai amata, e che si sarebbe ritirato a vita privata, anzi in Africa, a costruire a sue spese ospedali per i più bisognosi.

Queste dichiarazioni sul “buen retiro” in Africa non sono nuove nella recente storia politica italiana, già Veltroni e Prodi lo dichiararono, salvo poi trovarceli costantemente, di nuovo, nel Belpaese.

Già, perché Silvio Berlusconi ha continuato a ripetere come un disco rotto il mantra del 1994, incentrato su meno Stato e più società civile, meno tasse e più lavoro, no al giustizialismo e sì a una giustizia più giusta, e via dicendo, come se convincendo sé stesso potesse ancora convincere le decine di milioni di cittadini-elettori del bel tempo che fu.

Purtroppo non è più così. Ognuno ha il giudizio che ritiene più opportuno su Berlusconi cittadino e uomo politico, il mio è fortemente critico, ma ciò di cui vorrei parlare ora è qualcosa di più filosofico, il Berlusconi-modus vivendi.

Sì, perché da uomo marketing qual è, ma soprattutto qual è stato sino al recente passato, ha sempre applicato alla comunicazione politica il concetto secondo il quale la verità in politica non sta nell’onestà e nella logica del ragionamento, bensì nella forza e nella capacità di convincimento con la quale la si esprime. E  in questo è stato un maestro per oltre due decenni. Probabilmente non è un mentitore, almeno nel senso proprio del termine, perché il primo ad essere ingannato dalle proprie idee e dalle proprie parole, è stato lui stesso! Dunque ha mentito in buona fede, ingannando se stesso prima degli altri.

E questo, a mio modesto parere, gli ha fatto vivere una esistenza triste, subendo non solo il fatto di essere stato “costretto” dagli eventi a esporsi in prima persona per difendere i propri interessi aziendali e personali, ma anche il fatto di essere fermamente convinto di essere indispensabile e fondamentale al popolo italiano.

Negli anni l’abbiamo sentito incensato e osannato da un nugolo di yes-man parassitari pronti a ogni servilismo pur di conservare considerazione, poltrone e prebende del generoso padrone. In questo clima di divinazione il nostro ha perso di vista il suo essere uomo, il suo posto nel mondo e, soprattutto, l’umiltà di sapere che non si è “uomini per tutte le stagioni”. La vita ha un percorso ciclico, che ci porta a nascere, crescere, imparare e sbagliare, fare scelte, consolidarci nel nostro essere persone con mille sfaccettature e diversi ruoli a seconda degli ambiti nei quali siamo immersi, dalla famiglia al lavoro, alla comunità di appartenenza. Ma su di una cosa non si può sindacare: siamo destinati a morire. E proprio in questo suo credere di essere indispensabile per il popolo italiano sta il suo errore e il suo fallimento, come uomo prima e più ancora che come politico; sentirsi assolutamente necessario, sentirsi il meglio, e cercare di sfidare il tempo che fugge inesorabilmente, come per qualsiasi essere umano, attraverso trucco, parrucca, lifting e altre diavolerie ringiovanenti, allo scopo di annullare o esorcizzare ciò che a tutti tocca: lo scorrere del tempo.

A questo mondo sono passati grandi condottieri, re, faraoni, imperatori, dittatori, letterati, artisti, scienziati, musicisti, inventori, papi, santi e via dicendo, ma per quanto importanti e necessari fossero, o si sentissero, il tempo e la storia li hanno superati e lasciati indietro, certamente ricordati, ma senza tenere lo sguardo rivolto verso loro e il passato.

Quindi, se Berlusconi volesse veramente dare un senso ai suoi inevitabili ultimi anni di vita, dovrebbe evitare i riflettori e i leccapiedi, dovrebbe cercare di vivere la quotidianità assaporandola da mattina a sera, senza viverla in virtù di voler ammaliare tutti quanti per averne la loro considerazione. 

Il tempo non ha mai fatto sconti a nessuno, perché nessuno è necessario. Caro Silvio, tempus fugit.

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