VITALIZI E PENSIONI D’ORO/ Di Maio e Fico ripetono l’errore di Elsa Fornero

Luigi Di Maio l’ha definito un giorno storico: ieri alla Camera è stato approvato il taglio dei vitalizi degli ex deputati. Ora tocca alle pensioni d’oro. MARIO CARDARELLI

13.07.2018 - Mario Cardarelli
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Luigi Di Maio (LaPresse)

Taglio vitalizi. Ieri mattina ho sentito suonare le campane. E mi sono meravigliato perché era giovedì. Eppure le campane suonano in un giorno di festa, soprattutto religiosa, ma anche civile. Così, mentre facevo colazione al caffè di uno dei sostenitori di Popolari & Progressisti, il barista mi ha acculturato. Le campane avevano suonato perché era una data storica: la data di liberazione dai privilegi. L’aveva detto alla Rai il vicepremier Luigi Di Maio, segnalando che con l’approvazione alla Camera dei Deputati del taglio dei vitalizi, mosso a tappe forzate come una centuria di legionari romani, la Repubblica (la terza per la precisione… ma non eravamo una sola di repubblica?) inaugurava l’era dell’equità, della trasparenza, ecc. Certo, mi riferiva l’accolito, lui ha detto che di strada ce n’è tanta da fare, e in quel momento il pensiero è volato alla lunga marcia di Mao Zedong. E mi sono sentito fortunato per avermi concesso il Signore di vivere in un arco di tempo così interessante (da non interpretare possibilmente, solo, alla cinese).

Ma… attenzione con i ma cominciano sempre quei discorsi che aprono al contraddittorio e spesso il contraddittorio non è gradito, non è richiesto e se proprio si vuole insistervi si deve giocare la partita tra il silenzio (che nega l’esistenza di qualcosa o di qualcuno, terrore di tutti gli uomini politici o meno che fanno vita politica) e l’essere sommersi a valanga da movimenti verbali eguali e contrari, fase che precede l’essere spianati. Cioè l’essere riportati al silenzio. E così ho nuovamente ringraziato il Signore di vivere in Italia, di vivere in Europa, e di vivere in una democrazia costituzionale che presuppone due pilastri fondamentali dopo la libertà, la certezza della legge e il suo rispetto. E ora torniamo al Ma, anzi… ai Ma.

In un precedente intervento scrivevo che nell’arco di un mese Camera e Senato avrebbero proceduto alla disamina del dossier dei vitalizi e avrebbero espresso il quantum relativo alla tematica reclamata di giustizia, equità, ecc. partita anni addietro come pilastro della battaglia contro la Casta (da ritenersi termine deprivato degli atout che sono di spettanza a una classe dirigente, divenuta quindi deteriorata) e innalzata a vessillo in campagna elettorale e a promessa realizzata con la vittoria conseguente. Orbene fu risposto che la Camera con Fico avrebbe provveduto in 15 giorni. Fantastico! Ora il suo mentore politico sottolinea che in 100 giorni è stato fatto quanto non era mai stato fatto prima.

Nell’articolo citato si riportavano gli estremi di una proposta a procedere che tenesse conto tanto dell’autodichia (principio di responsabilità giuridica oggettiva riconosciuta ai due rami del Parlamento), quanto dei già citati fondamenti giuridici. Orbene chi è attento a come si è dipanata la matassa dei vitalizi avrà riscontrato come nelle varie tappe della triangolazione 5Stelle-Boeri-Lega la strada percorsa andava in una direzione precisa: quella dello scambio. Di tale scambio si è stati testimoni anche con il via libera della Lega che aveva raspato Boeri a quanto era desiderato da 5Stelle che lo ha difeso e lo difenderà fino almeno al 2019. Non so se l’obiettivo era quello di riequilibrare i sondaggi di un Salvini reso leader dei migranti a favore di un Di Maio da portare sugli scudi dei pensionati al minimo, per primi, al fin di farne seguire altri. E cosa succederà al Pd che con Richetti –  il terzo Matteo – aveva presentato un disegno di legge approvato a metà?

Questo lo ignoro – recitava Vittorio Gassman nei panni di Leonardo. Bon, ma il vero Ma è come quello di Jovanotti che in “Mi fido di te” canta: “Di vivere di un fiato Di stendermi sopra al burrone Di guardare giù, La vertigine non è Paura di cadere, Ma voglia di volare”. Peccato che quest’ultimo Ma, oltre a far prefigurare un tonfo clamoroso (e non è una gufata, ma è diritto e numeri), non coincida con questi che nell’ordine seguente sono: Ma in uno stato costituzionale dove vige (o dovrebbe) la certezza del diritto, la retroattività giurisdizionale non è come la ghigliottina ai tempi del Terrore? La ghigliottina fu inventata come macchina di umanità e di celerità. La celerità era inutile se i condannati fossero stati pochi. E allora Robespierre pensò di avviarne molti, compreso lui.

Il contributivo ebbe origine nel 1996 con la Riforma Dini. Chi lo antecedeva ora può esserne soggetto retroattivamente? Qualcuno mi ha detto che il 27 e il 28 maggio dagli Uffici di Presidenza uscì una chiara valutazione di percorso di incostituzionalità ove si fosse voluto procedere nella direzione già a suo tempo segnalata da Boeri, riproposta a Fico e trovata politicamente utile da Di Maio.  Ma il ricalcolo contributivo è veramente applicato correttamente come si vuole dichiarare o lo si vuole applicare per principio, che diviene principio attrattivo del resto? Forse lorsignori dimenticano che in Italia per intelligenza ed equità sono stati inventati strumenti come la solidarietà espansiva (non quella comunemente nota) e la contribuzione di solidarietà che applicati fiscalmente insieme garantirebbero quel rispetto del diritto che lorsignori vorrebbero scardinare.

Io non so se un economista valido come Boeri si stia facendo trascinare da una passione da sanculotto come quella che traspare di volta in volta nei due vicepremier. Tuttavia, dovrebbe sapere che la materia non può prescindere, in ordine, dal rispetto del diritto, da quelli della tecnica del fine tuning, ma soprattutto da quei pochi elementi che non tanto la scienza economica quanto il buonsenso offrono al legislatore. Trasformare l’ufficio di presidenza della Camera in un Gabinetto del Dr Mabuse è l’errore più grande che un economista posto alla presidenza di un ente previdenziale potrebbe fare se guardasse la realtà con le lenti tricolori transalpine sorrette dalla (presunta) Dea Ragione. E il perché lo dico con lo stupido calcolo della responsabilità del capofamiglia. Se io taglio le pensioni valutate ricche dalla soglia dei 4.000 euro lordi mensili (e non ci si rimetta per favore a fare il giochino delle tre carte scambiando il lordo per netto, il vuoto per pieno o la competenza per cassa, ecc.), riduco anche l’introito fiscale delle tasse che il ricco pensionato paga allo Stato e ottengo il duplice effetto di impoverire le casse pubbliche (di poco o di molto non conta, conta il principio che è minore del principio di diritto, ma lo sostiene pro quota) e di ridurre il potere di acquisto.

Ridurre il potere di acquisto in un quadro previsivo che segnala il rallentamento congiunturale e la crescita del Pil non è fare una politica prociclica, né un buon servizio al Paese. Ma anche di questo si era scritto. All’appello manca il Senato e al(la) presidente(ssa) Casellati si guarda con interesse, non tanto per lo smarcamento dalle pressioni, quanto per la pratica del vecchio adagio che “chi va piano, va sano e va lontano”. Cioè quello che – nonostante le raccomandazioni – non aveva imparato a suo tempo Elsa Fornero.

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