NOMINE RAI/ M5s al voto sul cda, mentre la Lega punta ai tg regionali

Si avvicina il momento delle decisioni finali sulle nomine Rai. Il Movimento 5 Stelle sceglie chi votare in Parlamento, mentre la Lega punta ai Tg regionali. Il punto di YODA

17.07.2018 - Maestro Yoda
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Si avvicina il momento delle decisioni finali per un bel mazzetto di nomine in importati enti pubblici, come la Cdp e la Rai, e i giornalisti specializzati e i siti di gossip si scatenano in illazioni, previsioni, retroscena a volte reali, a volte immaginati, a volte direttamente suggeriti dagli interessati. Approfittando della siderale distanza che lo separa dal Bel Paese, il vostro vecchio Yoda cerca di capirci qualcosa, forte anche del fatto che per un motivo o per l’altro molti di quelli di cui si parla li ha conosciuti da vicino.

Si è appreso dalle gazzette on line che l’Ad di Google Italia si sarebbe ritirato dalla corsa per i vertici Rai perché non gli pareva chiaro il mandato e le prospettive di sviluppo. In questo ha mostrato un notevole fiuto: è facile immaginare che – nonostante le altisonanti dichiarazioni dei nuovi al governo (“La Rai che vogliamo sarà imparziale e indipendente a partire dalla governance e ci batteremo affinché questo corollario non venga derubricato solo a buona intenzione”) – ancora più di prima l’azienda si troverà in mezzo a un fuoco incrociato di pretese e di richieste da far impallidire il Servizio pubblico della Prima repubblica. 

Così si torna a parlare di un manager di lungo corso come Colao, che Yoda ha sempre visto molto ben inserito in multinazionali strutturatissime, mentre lo vedrebbe messo assai a malpartito a navigare nella nebbiosa palude della Rai. Si fanno altri nomi che hanno lavorato in reti minori o in pay-tv, destinati a fare la stessa fine di Campo dall’Orto, stroncato dalla complessità dello stagno di viale Mazzini, e che per di più ha appesantito l’azienda con suoi simili spesso assai inadatti a gestire un’azienda ben più complessa delle piccole direzioni cui erano abituati. 

Intanto ecco la prima mossa: il Movimento 5 Stelle, dopo aver diffuso proclami con profusione di paroloni sulla competenza e l’indipendenza, ti spara cinque nomi tra i quali chi andrà sulla piattaforma Rousseau dovrà sceglierne due che diventeranno i candidati ufficiali del Movimento per Camera e Senato. I cv sono davvero assai leggeri, abbiamo già visto che non basta essere giornalista per avere lo standing necessario a sedere in un Cda di così grande responsabilità. Ce n’è addirittura uno che è stato licenziato tempo fa per giusta causa dalla Rai, ma la Cassazione ha ritenuto pochi giorni fa di annullare quel provvedimento. Comunque vada a finire, è una proposta del tutto inopportuna finché la magistratura non si sarà espressa definitivamente. Ma tanto non importa proprio nulla: con la riforma voluta da Renzi i consiglieri non toccano più palla, e tutte le decisioni sono in capo all’Ad, mentre il presidente ha solo ruolo di rappresentanza. E questi due nomi verranno fuori dalle nomine di competenza del Governo e del Tesoro.

Al di là dei tanti incredibili aspiranti a fare l’Ad, incredibili perché vincolati da conflitti di interessi grandi come una casa (Gianmarco Mazzi socio di Lucio Presta, uno dei due più grandi gestori di star, e Giovanni Minoli, marito di Matilde Bernabei, presidente di Lux Vide, uno dei più grandi fornitori di fiction della Rai), Di Maio sembra voler puntare su un simil Campo Dall’Orto (e se così fosse mal gliene incoglierà), mentre Salvini sembra più interessato alla casella dei TG regionali, dove si possono raccogliere molti voti sul territorio. 

In tutta questa confusione se ne sta acquattato come un gattone Freccero, che sogna una presidenza dalla quale poter concionare a piacimento su cosa si deve fare e su cosa non si deve fare, ammesso che l’audience riuscirà a distinguere una frase strutturata in mezzo alla ossessiva ripetizione, oramai in quantità industriale, della sua interlocuzione verbale preferita “In qualche modo”. Che è esattamente l’opposto di ciò che si deve fare. Purtroppo “in qualche modo” comincia a sembrare lo stile e lo stigma del nuovo governo. Come s’è visto nel caso del Decreto dignità, i provvedimenti vengono fatti in fretta e quindi “in qualche modo” purché possano essere utilizzati rapidamente per farci post su Facebook, Tweet e dichiarazioni arrembanti in Tv sul rispetto delle promesse elettorali. Non è che Renzi fosse tanto meglio, visto che aveva nominato Direttore dell’Ufficio legislativo di palazzo Chigi il Capo dei Vigili urbani di Firenze. Ma in una situazione in cui paiono esserci “più sedie che sederi”, come ha argutamente fatto notare qualcuno, pare proprio che la stretta appartenenza ai due poli del governo Frankenstein faccia aggio su competenza ed esperienza. 

Per la Rai c’è una sola possibilità di riscatto: nominare Ad Milena Gabanelli, che proprio ieri, sul Corriere della Sera, ha approfittato della sua rubrica Data-Room per disegnare a mo’ di suo manifesto il riassetto dell’informazione, sull’esempio del più antico e avanzato servizio pubblico d’Europa, la Bbc. Certamente per la nostra sarebbe un sacrificio, perché dovrebbe rinunciare alle sue inchieste e fare la manager, oltretutto non solo dell’informazione ma anche dell’intrattenimento e della cultura. Ma vuoi mettere il riscatto per una precaria che aveva un ufficetto in via Teulada, spostarsi al settimo piano di viale Mazzini, con in mano tutte le leve del potere? Una sfida che a una combattente come lei non dovrebbe dispiacere, con un solo ostacolo non da poco: sorbirsi le quotidiane lezioni di televisione del presidente (?) Freccero, servite con indigeribile contorno di “in qualche modo”.

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