CRAXI, LEGA, M5S/ I poteri (e i nomi) che hanno deciso il golpe del ’92

- Gianluigi Da Rold

Il memoriale di Craxi su Tangentopoli contiene molti nomi di coloro che sapevano come erano andate le cose, ma al momento opportuno tacquero. GIANLUIGI DA ROLD

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Bettino Craxi (1934-2000) (LaPresse)

Seconda parte dell’articolo dedicato al memoriale di Bettino Craxi.

Come è possibile, come è spiegabile che venissero presentati bilanci dei partiti chiaramente imprecisi, per usare un eufemismo, e tutti li approvassero senza fare una piega, mentre tutti sapevano che le entrate ufficiali della politica della prima repubblica erano insufficienti per una reale funzionalità di vita democratica basata su iniziative dei partiti di diverso tipo? 

Nessuno aveva sollevato in quegli anni, fino al 1992, un dibattito sul finanziamento, che tutti sapevano essere largamente illegale. Nessun magistrato aveva esercitato un’azione penale ad ampio raggio e nessun politico aveva scatenato il putiferio nelle aule parlamentari. Però, dopo “Mani pulite”, arrivarono le monetine per Craxi e la fiera dell’ipocrisia generale. 

Nel memoriale scritto nel 1999 e destinato a una Commissione d’inchiesta su Tangentopoli che, per paura e terrore della verità, non si è mai fatta, Craxi notava: “Nessuno lo impediva, nessuno poteva impedirlo, nessuno ha denunciato un caso nel quale a un magistrato è stato impedito di compiere il dovere che la legge gli avrebbe imposto di compiere. Probabilmente anche questo è avvenuto, e magari anche in più casi, ma nessuno protestò e picchiò i pugni sul tavolo sino a farsi sentire. Ciò che è singolare invece è che improvvisamente, in forme violente e anche soprattutto discriminatorie, si siano scoperchiate parti significative del sistema di finanziamento illegale dei partiti e delle attività politiche, e si sia dato vita a un processo di criminalizzazione con ritmi crescenti, seguendo sovente cadenze proprie di una orologeria politica, con un particolare accanimento diretto soprattutto e in primo luogo verso alcune direzioni, mentre ad altre veniva riservato un trattamento ben diverso e molte cose venivano sottaciute, ignorate, o addirittura sfacciatamente oscurate e protette. Il trionfo della regola dell’ingiustizia consistente nell’uso di due pesi e due misure”.

E qui Craxi fa un passaggio decisivo nel suo memoriale che riguarda il periodo e le coincidenze, proprio ad orologeria, tra la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo nell’Unione Sovietica.

Scrive Craxi: “Ciò che è singolare è che nel 1989, quando cadevano i muri e non si sapeva che cosa si sarebbe potuto ritrovare tra le macerie, in fretta e furia il Parlamento italiano varò un’amnistia, nella quale fu fatto comprendere il finanziamento illegale alla politica. L’amnistia non incontrò di certo forti ostacoli. Passò diritta e filata, alla chetichella, e sembra neppure con un voto di aula ma addirittura con un voto in Commissione. Una amnistia lampo”.

Ma quando scoppia “Mani pulite” e si cerca di tamponare la vicenda ricorrendo ancora a una sorta di ripetizione del 1989, arriva la sorpresa. Ricostruendo la vicenda, Craxi appare quasi sorpreso: “Parliamo di qualcosa che è diventato invece, dopo d’allora, solo a nominarla, una specie di peccato mortale, di offesa alla civiltà del diritto, di scandalosa distorsione della giustizia. Non ci furono allora (nel 1989) alti lai di uguale natura. La piazza non si scompose, i Palazzi non si scomposero, i grandi moralizzatori di professione non entrarono in campagna. Il colpo di spugna invece ci fu. Fu rapido, efficace, risolutivo. Il grande crimine riguarda invece gli anni ’89-’92. Incredibile ma vero. Spesso è dalla categoria degli amnistiati del 1989 che vengono poi i censori più spietati e i demagoghi più sfacciati. La campagna contro i finanziamenti illegali della politica, trasformata nella maggior parte dei casi in un fenomeno di corruzione e di reati ancora più gravi, ha assunto così toni e metodi di tale violenza demagogica e finalità strumentali ad una lotta di potere che è dilagata nel Paese. Talvolta vi abbiamo riconosciuto trampolini di lancio per esibizionistiche ambizioni ma, nel quadro più generale, si è fatto avanti un corsa pseudo-rivoluzionaria in veste di potere egemone della società e dello Stato”.

La cosiddetta e mai nata “seconda repubblica” comincia a fare i suoi disastri, Craxi guarda da lontano, dall’esilio tunisino, ma ricorda bene gli uomini che, alcuni ancora vivi, altri già morti, sapevano tutto su quello che era capitato nella repubblica nata nel dopoguerra e che, nonostante compromessi e finanziamenti illegali della politica, aveva fatto diventare l’Italia un grande paese industriale e nello stesso tempo democratico.

Se si fosse costituita la Commissione d’inchiesta su Tangentopoli, sarebbe senz’altro emerso un fatto: quale fosse la realtà vera delle cose, almeno nelle sue caratteristiche più tipiche, erano ben consapevoli tutti i dirigenti dei Partiti, i parlamentari, gli amministratori. Ne erano consapevoli certamente le maggiori cariche istituzionali dello Stato nelle quali si alternavano del resto personalità politiche che a loro volta avevano ricoperto impegnative responsabilità politiche e partitiche. 

Alla fine il grande compromesso del dopoguerra, con la Costituzione e altri fatti, poteva contemplare anche il finanziamento illecito ai partiti che poi avrebbe dovuto essere subito modificato e inquadrato nella legalità.

Forse pensando a tutto questo, a un certo punto, Craxi nel suo memoriale del 1999 comincia scrivere con il “machete”. Dice: “Faccio solo l’esempio dell’ultimo Presidente della Camera, Napolitano, divenuto poi anche ministro degli Interni, che, avendo ricoperto per anni l’incarico di ministro degli Esteri del Pci non poteva di certo non essere a conoscenza del fatto che le entrate del suo partito si componevano anche di flussi finanziari provenienti dall’Urss e dai paesi dell’impero comunista e che questi non figuravano certo nei bilanci di partito presentati in Parlamento. Faccio l’esempio del Presidente del Senato, il defunto Spadolini, che avendo per anni diretto il Partito Repubblicano, non poteva non sapere che il suo Partito non viveva solo delle quote degli iscritti e delle sottoscrizioni, e che ciò che si aggiungeva di straordinario non figurava puntualmente nei bilanci presentati al Parlamento. Faccio l’esempio dell’attuale Presidente del Senato Nicola Mancino, tempo addietro Presidente alla Camera e al Senato dei gruppi parlamentari della Dc, che in materia di conoscenza del sistema di finanziamento alla Dc, dei suoi gruppi e dei suoi parlamentari non era certo a digiuno. Sarebbe fare un torto alla sua intelligenza e alla sua onestà. Faccio l’esempio dell’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, eletto per tredici volte deputato della Democrazia Cristiana. Tredici campagne elettorali bastano e avanzano per capire come funzionavano le cose. I precedenti Capi dello Stato a loro volta, pur vivendo lontani dalla politica pratica e dalla gestione diretta dei partiti vivevano pur sempre al Quirinale che è sempre stato un osservatorio della vita nazionale di non poco conto. Di certo nessuno di loro se ne stava sulla luna”.

Il problema che poneva Craxi con quel memoriale, come già aveva fatto con i tre interventi alla Camera, non era una chiamata di correità generale, in modo da giustificare una sorta di luogo comune che non si adattava al dopoguerra italiano: tutti colpevoli, nessun colpevole. Craxi richiamava un contesto dove l’Italia aveva sopportato una guerra persa dopo venti anni di fascismo; si era avviata la costruzione di una democrazia rappresentativa in un Paese dove si era svolta anche una guerra civile, mentre gli Alleati risalivano la penisola; c’era un sistema economico, tra pubblico e privato, che tutto sommato faceva crescere un sistema che era prima della guerra in prevalenza a economia agricola.

Ricostruire i partiti, assegnargli una grande funzione di partecipazione e nello stesso tempo dotarli di una struttura non era stato facile. I compromessi di vario tipo c’erano stati, così come le distorsioni, in un periodo però in cui si svolgeva il grande scontro tra Oriente e Occidente, tra mondo libero e impero comunista. E l’Italia, in quel contesto, era un anello debole per la sua storia, per la sua posizione geografica, per il fatto che aveva il Partito comunista più forte in tutto il mondo occidentale. 

Detto questo, resta il fatto che il 1992 i politici della prima repubblica persero tempo e non vararono le riforme necessarie per affrontare un mondo nuovo dopo una svolta epocale.

Non si resero forse conto che il libro di Francis Fukuyama La fine della storia aveva un significato ben più preciso: la fine della politica. Grandi interessi internazionali e qualche interesse nazionale legato alla grande finanza mondiale avevano già deciso che la politica era quasi una “perdita di tempo”. I risultati di questa scelta si stanno vedendo in questi anni e c’è letteralmente da rabbrividire.

Tuttavia l’ubriacatura liberista, la criminalizzazione della politica erano proprio i fattori che giocavano contro Bettino Craxi. Socialista umanitario e riformista, direttamente collegato al pensiero di Turati e anche a parte del socialismo riformista francese e tedesco, Craxi credeva soprattutto nel primato della politica in uno Stato democratico. Era di sinistra e nello stesso tempo aveva combattuto il comunismo. Troppo complicato per degli economisti che al posto della politica economica hanno scelto gli algoritmi. 

Per questa ragione fu il più bersagliato e demonizzato da chi, consapevolmente o inconsapevolmente, voleva un’Italia allineata alla grande svolta dell’ultra-liberismo finanziario, alla politica ridotta all’ovvietà e all’immagine, sottomessa alla strategia dei grandi centri della finanza e dei grandi poteri internazionali che stavano ridisegnando la geopolitica mondiale.

L’ultimo paradosso della tragedia di Craxi è racchiuso in un’immagine contrastante, senza senso. Craxi era formalmente un latitante per la Procura di Milano, ma quando morì il governo italiano voleva il funerale di Stato e mandò due ministri nella cattedrale di Tunisi. Un fatto grottesco che pure dovrebbe suscitare qualche domanda.

(2 – fine)

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