VISTI DAL COLLE/ Il “piano B” di Mattarella, Tria e Moavero

- Angelo Picariello

Tria e Moiavero, longa manus del Quirinale nel governo, proseguono nel loro lavoro: il rispetto assoluto dei vincoli e dei trattati. Contro la rivoluzione giallo-verde. ANGELO PICARIELLO

di maio mattarella di battista
LaPresse

Una domanda serpeggia fra i Palazzi chiusi della politica in vacanza. Il governo fa bene a comperare, approfittando dei saldi di agosto, gli indumenti invernali o è meglio rinunciare, tanto non ce la farà a mettere il cappotto? L’interrogativo è lecito visto il livello raggiunto dallo scontro politico ormai aperto fra le due componenti e visto il livello di insofferenza dei due vicepremier — in questo caso d’accordo — nei confronti del ministro dell’Economia e anche di quello degli Esteri. Non è solo un problema di caratura tecnico-politica di Giovanni Tria ed Enzo Moavero Milanesi. È che la propaganda e la retorica del cambiamento prima o poi i conti con l’oggettività e i fatti debbono pur farla. E non c’è nulla di più oggettivo dell’aritmetica che regola le previsioni della pur opinabile materia economica. Così come non c’è niente di più stringente degli equilibri internazionali dettati dai trattati e dagli accordi, specie quando i conti non in ordine e la dipendenza energetica ci impediscono di poter fare i gradassi autarchico-sovranisti.

Non è quindi un problema di particolare osticità dei due ministri, o di una loro particolare vicinanza alle preoccupazioni del Quirinale, come pure si vorrebbe far credere. Il problema è invece costituito dalla scarsa propensione dei campioni del “cambiamento” a fare i conti con certi temi cruciali quanto impopolari. E allora si vorrebbe che la prossima legge di Bilancio contenesse delle robuste anticipazione dei due piatti forti delle due componenti, con quello che costano (reddito di cittadinanza e flat tax), e nel contempo evitasse di andare all’aumento dell’Iva o all’abolizione degli 80 euro. Il tutto facendo finta di non sapere che l’economia va peggio del previsto, e quindi si tratta di tirar fuori altri soldini (per effetto della crescita inferiore alle previsioni), per non dire degli effetti perversi dello spread, di cui sarebbe bene che il governo fosse chiamato a dar conto, visto che i calcoli si possono fare abbastanza facilmente in termini di maggiori oneri che si registrano sull’enorme massa debitoria che grava sul futuro dei nostri giovani. Sarebbe anzi doveroso certificare quanto è più pesante questo aggravio, che pesa anche sui tassi dei mutui e sul costo del denaro, rispetto ai minuscoli ricavi derivanti dal taglio dei vitalizi, che restano del tutto incerti peraltro sul piano giuridico.

Si punta molto sugli effetti speciali: si gioca — ad esempio — sui dati relativi alla riduzione degli sbarchi rispetto allo scorso anno, dimenticando che nel frattempo c’è stato un ministro di nome Marco Minniti che aveva segnato già la svolta — peraltro con aspetti non esenti da possibili critiche, in merito agli attacchi alle Ong o al mancato rispetto dei diritti umani nei campi libici — e quindi il raffronto andrebbe fatto, correttamente, semmai, con il numero di sbarchi nei mesi precedenti all’insediamento del nuovo governo, fra l’era Minniti e l’era Salvini insomma. Si sostiene poi che fino a ieri ci fossero in giro dei moduli online sulla carta di identità con la dicitura genitore 1 e genitore 2 ai fini di poter promettere che da ora in poi ci sarà padre e mamma. Ma questi precedenti moduli non si trova uno che possa dire di averli visti, con quella dicitura: in realtà, a quanto ci risulta — attendiamo smentite — genitori c’era scritto prima e genitori c’è scritto ancora. Tanto entusiasmo per niente, quindi, almeno finora.

Effetti speciali. Niente invece, davvero niente sul fronte di ciò che potrebbe servire a far ripartire l’economia, o a salvare davvero posti di lavoro: sull’Ilva, per dirne una, siamo ancora alle polemiche con il predecessore, senza che si muova un solo passo verso la possibile soluzione, mentre sulla Tav grava un punto interrogativo grande quanto una casa. I battibecchi, anche su questi temi, sono all’ordine del giorno fra le componenti del governo e davvero la ripresa autunnale non sembra far presagire niente di buono.

Chi più ne ha più ne metta. Eppure, nonostante tutto, a pensarci bene, l’ipotesi che salti tutto resta poco credibile. Tutto sommato le ragioni che hanno reso possibile la nascita di questo governo sono ancora tutte in piedi, con una opposizione, per di più, che sembra ridotta al lumicino. Per quanto concerne la Lega i ceti produttivi e le regioni del Nord che reggono di fatto le sorti del Paese in termini di Pil ed export, attraverso l’ala “governativa” e moderata rappresentata da Giancarlo Giorgetti, premono perché questo governo — unico possibile — vada avanti, e semmai eviti da ora in poi di dar vita a provvedimenti tendenzialmente recessivi, come è — nella visione di Confindustria — il cosiddetto decreto dignità. Per M5s invece lo spettro di un ritorno alle urne col rischio di un ridimensionamento e, per quanto concerne Di Maio, di cedere lo scettro a uno scalpitante Di Battista, trasforma ogni impuntatura pentastellata in una pistola scarica.

Per queste regioni i fautori del cambiamento rischiano un brusco risveglio: tutto lascia pensare che il governo andrà avanti, sì, ma per farlo dovrà ridurre al minimo la portata della “rivoluzione” promessa. Anche alla luce del peggioramento del quadro macroeconomico di cui questo governo è vittima, ma in qualche modo anche artefice, per i dubbi che getta sui mercati sulla sua affidabilità in materia di tenuta dei conti. E sarà proprio questa, la tenuta dei conti, l’arma che Tria, sostenuto da Moavero — con l’occhio vigile di Mattarella — userà per far passare la sua linea rigorosa, che è poi la linea dell’aritmetica. Ora che, peraltro, tracolli come quelli della Turchia sono da tenere sempre più lontani, per evitare rischi concreti di contagio.



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