REVOCA CONCESSIONE AUTOSTRADE/ Di Pietro: un danno per il Paese, ecco perché

La minaccia del Governo, secondo ANTONIO DI PIETRO, rischia di bloccare il sistema autostradale italiano. “Io chiederei di rimodulare le tariffe per avere più risorse per la manutenzione”

17.08.2018 - int. Antonio Di Pietro
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Antonio Di Pietro (LaPresse)

“La strada della revoca della concessione è un’affermazione azzardata e da incompetenti, perché è la soluzione meno vantaggiosa per il Paese. Fossi oggi al ministero delle Infrastrutture applicherei delle penali, chiederei un adeguamento della quota del sistema tariffario da destinare alla manutenzione delle autostrade, chiederei il ripristino immediato del ponte a spese di Autostrade per l’Italia. Tutte opzioni che, a differenza della revoca, possono evitare che si fermi la macchina delle infrastrutture. Ma nello stesso tempo è giusto che chi deve pagare, paghi”. Per Antonio Di Pietro, ex magistrato ed ex ministro (Lavori pubblici e Infrastrutture) in due governi Prodi, la minaccia della revoca “fa un danno al sistema infrastrutturale italiano, perché dal giorno successivo chi farà funzionare il sistema delle autostrade italiane?”.

Dunque, per lei, la strada della revoca della concessione non è praticabile?

Il Governo, e per esso il presidente del Consiglio, il ministro vicepremier Di Maio e il titolare del ministero delle Infrastrutture, Toninelli, hanno fatto un’affermazione azzardata, anzitempo e incompetente.

Perché?

È ovvio che nella convenzione dell’ottobre del 2007 e successive integrazioni sia prevista la possibilità della revoca. Ma, innanzitutto, è improprio che un uomo di governo faccia dichiarazioni di questo genere se prima non dispone l’atto relativo. Nella convenzione, infatti, sono previste le revoche o altri provvedimenti come annullamenti, risoluzioni, decadenze. Dunque, il problema è: tecnicamente cosa intende fare il Governo? A seconda di quel che vuole fare, è prevista una procedura.

Il Governo sembra orientato a procedere sulla strada della revoca…

Se di revoca si tratta – e lo ripeto, a mio avviso, è una dichiarazione intempestiva e pericolosa – si fa un danno al sistema infrastrutturale italiano, perché poi chi farà funzionare le migliaia di chilometri di autostrade? Qual è la struttura che potrà prenderne le funzioni? Come si fa a riorganizzare tutto dalla sera alla mattina? Quanto costa allo Stato? E poi siamo sicuri che il Governo e il ministero competente non abbiano anch’essi delle responsabilità, non avendo compiuto quei controlli che dovevano fare?

Lei cosa farebbe?

Fossi io al ministero oggi, non chiederei la revoca, ma chiederei l’adempimento, applicherei delle penali, chiederei un adeguamento della quota del sistema tariffario da destinare alla manutenzione delle autostrade, chiederei il ripristino immediato del ponte a spese di Autostrade per l’Italia. Si possono fare molte altre cose per evitare che la macchina delle infrastrutture si fermi. E nello stesso tempo è giusto che chi deve pagare, paghi. Non vorrei essere frainteso: non scuso affatto Autostrade, è la prima responsabile di quel che è successo, ma ora quando si parla di responsabilità si tratta di individuare tre tipi di responsabilità.

Quali?

La prima è la responsabilità penale, che individuerà il procuratore della Repubblica sulla base del nome e cognome di colui che avrebbe dovuto agire e non ha agito. Poi c’è una responsabilità civile, già accertata, che è a capo della società Aspi, ma potrebbe essere chiamato in causa lo stesso Governo attraverso il ministero stesso, cui compete il controllo.

E il terzo livello di responsabilità?

È la responsabilità politica, perché se è vero, come è vero, che è stata data una concessione, è anche vero che è stata istituita una società per controllare e vigilare, e se quel ponte è caduto, è crollato anche perché chi doveva controllare non ha controllato. Minacciare la revoca della concessione ha provocato soltanto il crollo in Borsa delle azioni Autostrade, andando a colpire anche quei poveri cristi che hanno investito in questa società e che di punto in bianco si ritrovano con meno soldi.

In caso di revoca, il vicepremier Luigi Di Maio ha detto che lo Stato non intende pagare alcuna penale. È possibile?

Vediamo di chiarirci. Nella convenzione è sì prevista espressamente la penale nel caso il concessionario non abbia fatto quel che doveva fare, ma la penale è prevista a carico del concessionario, non a carico del Governo. Ed è una penale prevista forfettariamente del 10% per quanto riguarda i ricavi dal giorno della decadenza al giorno del termine della concessione, ma può essere ampliata fino a quanto non soddisfa il danno effettivamente arrecato. Nel caso di Genova si va oltre il 10%. Una cosa è la penale, altra cosa è l’indennizzo, previsto nel momento in cui si dice a una società concessionaria che non svolgerà più quel servizio, ma avendo essa investito e chiesto finanziamenti per gli anni successivi, è chiaro che deve essere indennizzata. L’indennizzo serve a ripagarla di tutte le attrezzature, i mezzi, gli strumenti e il personale che è stato assunto per svolgere quel servizio e che non potrà più essere utilizzato. Ma l’indennizzo non è quella cifra spaventosa di cui si sente parlare, perché è al netto delle spese, della penale e dei guadagni che avrebbero dovuto realizzare.

Non si rischia una lunga e costosa guerra di carte bollate?

Non solo si rischia una lunga guerra di carte bollate, ma ritengo che sia inopportuno imbarcarsi in un’azione di questo tipo, quando – lo ripeto – ci sono altre soluzioni più redditizie, più responsabili e più opportune per la gestione della cosa pubblica e per le finanze dell’Erario. Invece di fare una revoca, obbligherei Autostrade a fare ciò che non ha fatto e rivedrei il sistema delle tariffe, perché c’è una norma nella convenzione che prevede la rimodulazione del sistema tariffario, la riassegnazione delle quote da utilizzare per la manutenzione, per il ripristino o per la costruzione di nuove opere. Quindi io non interverrei dicendo ad Autostrade: da domani non te ne occupi più. Anche perché chi se ne occuperebbe? L’Anas, con tutti i problemi di buche che ha sulle strade normali? Le Province, con tutti i problemi che presentano le strade provinciali?

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha dichiarato che “non si possono aspettare i tempi della giustizia penale”…

Per chiedere che cosa? Ha ragione che non si possono aspettare i tempi della giustizia penale, perché essa individuerà il responsabile penalmente rilevante, ma qui abbiamo a che vedere con una responsabilità civile e politica che prescinde da quella penale. Il problema di fondo è: dovendo aspettare l’accertamento penale, che cosa si vuole fare nel frattempo? La revoca è la scelta meno vantaggiosa per il Paese.

A proposito di inchiesta penale, l’indagine si presenta molto complessa e finora non ci sono indagati. Quali tempi potrebbe richiedere?

Sicuramente ci sarà una fase d’indagine preliminare per gli accertamenti d’ufficio che sarà molto complessa, perché richiederà plurimi accertamenti sia sul piano amministrativo che sul piano tecnico per capire perché il ponte è caduto, perché chi doveva fare la manutenzione non l’ha fatta e perché chi doveva controllare non ha controllato. Per cui molto probabilmente ci saranno più stralci processuali. I primi a doverne rispondere saranno sicuramente coloro che, pur sapendo che il ponte Morandi andava rimesso in sesto, non l’hanno fatto. Ma per i prossimi decenni vivremo con un’ambiguità, che sarà la mancanza di responsabilità politica, perché quella non la può accertare il magistrato. La può accertare la politica solo nelle sedi istituzionali proprie, cioè con inchieste parlamentari e con assunzioni di responsabilità di coloro che non hanno considerato come prioritaria questa vicenda.

Secondo lei, lo Stato ha svolto male il suo compito di controllore?

Ha svolto male il suo compito sul piano politico e istituzionale. Primo, perché da ottobre 2007 a oggi non risulta che su quel ponte specifico siano stati fatti messe in mora, accertamenti o contestazioni. Secondo, è dal 2013 che è stata creata la Struttura di vigilanza sulle concessioni autostradali presso il ministero delle Infrastrutture, ma non è stata dotata di mezzi, risorse e strutture sufficienti per adempiere al proprio dovere. Questo vuol dire che la politica, da quando è stato avviato il processo concessorio, non ha ritenuto prioritario provvedere a garantire che queste concessioni avvenissero nel pieno rispetto delle leggi.

(Marco Biscella)

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