DIETRO LE QUINTE/ Quel patto (anti-italiano) tra “partito americano” e Macron

Salvini si prepara a sfidare Macron alle europee in una sorta di match populisti/élites. Ma Macron ha un alleato italiano ancora forte

01.01.2019 - Vincenzo Paolo Cappa
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Emmanuel Macron (Lapresse)

I calendari di fine anno sono incerti, alcuni danno a Salvini la palma di uomo del 2019 prima ancora che inizi, altri segnalano i primi sintomi di declino elettorale della Lega. Intanto il Capitano si prepara a sfidare Macron alle elezioni europee in una sorta di nuovo bipartitismo populisti/élites. Dietro lo scontro tra Salvini e Macron si intravedono vecchie conoscenze dell’antropologia politica: russi e americani, le due superpotenze sopravvissute a muri e guerre fredde, e oggi schierate attraverso emissari spesso autoproclamatisi tali.

Degli emissari italiani di Putin si sa più o meno tutto: Salvini si considera quasi un concessionario esclusivo del putinismo italiano; anche in questo Salvini sfida Berlusconi, amico personale di Vladimir, destinatario del mitico dono di un lettone a tre piazze. I maligni dicono che Salvini ha ottenuto da Putin solo un selfie, tale e quale a quelli che lui concede alla qualunque folla che incontra in giro per l’Italia.

Incuriosisce invece scoprire chi rappresenti oggi il partito dell’America. Dopo l’elezione di Trump ci fu una breve gara ad annettersi la conoscenza e l’amicizia del presidente; dei molti trumpiani mediatici il solo a poter vantare un rapporto reale è Flavio Briatore. Gli altri emissari del presidente sono, chi più chi meno, millantatori.

Chi conosce l’America sa che il potere a stelle e strisce sta a debita distanza dai variabili inquilini della Casa Bianca. Lo stesso vale per i riferimenti internazionali del “sistema America”: quelli veri e affidabili non si cambiano mai. Chi sono dunque i leader del “partito americano”?

Anzitutto bisogna partire da polizia e sistema dell’intelligence. Capo indiscusso del partito americano è l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, oggi issato alla guida di Finmeccanica e della stessa fondazione di studi dell’ambasciata americana (una sorta di Quirinale del sistema italoamericano). Scomparso Antonio Manganelli, mitico successore di De Gennaro alla guida della polizia di Stato, non ci sono più figure in grado di interloquire da pari a pari con gli omologhi vertici americani. Un discreto rapporto lo ha il capo della polizia Franco Gabrielli, pur se molto al di sotto dello standing dei suoi predecessori.

Nessuno nella Guardia di finanza può vantare il prestigio di Niccolò Pollari, che continua ad essere al vertice del partito americano, al pari di altri ex di rango.

Pochi politici hanno udienza oltreoceano. Il più ascoltato rimane Romano Prodi, dopo di lui forse Enrico Letta e — molto, molto più giù — Matteo Renzi. Naturalmente ha ancora voce in capitolo il vecchio Giorgio Napolitano, vero leader del partito americano.

Sui 5 Stelle girano versioni contraddittorie: per alcuni il Movimento è una creazione americana, per altri bene informati è vero l’esatto contrario.

A destra non ce ne è per nessuno: oltreoceano parlano solo con Gianni Letta e pochi altri. Nel berlusconismo il vero garante degli americani è quello che non ti aspetti: Niccolò Ghedini, senatore e avvocato di fiducia dell’ex premier. Per l’establishment americano l’interlocutore è lui, l’unico che può disporre davvero delle decisioni ultime di Berlusconi.

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